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Shahed-136: i droni low-cost iraniani che logorano Usa e Israele

L’Iran sta mettendo a dura prova le difese di Usa e Israele con migliaia di droni Shahed-136 low-cost, prodotti in serie in modo semplice e resiliente, che saturano le costose difese aeree occidentali e dimostrano l’efficacia della “massa precisa” nella guerra del 2026.

Da quando, il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno aperto le ostilità con l’Operation Epic Fury, l’Iran ha scelto una risposta asimmetrica e tenace: migliaia di droni Shahed-136, veri “kamikaze” low-cost che stanno mettendo in seria difficoltà le difese aeree più costose e sofisticate del pianeta.

Non si tratta di un’arma segreta o futuristica, ma di un ordigno semplice, economico e prodotto in serie che, lanciato a ondate continue, costringe Washington e i suoi alleati a bruciare stock preziosi di intercettori da milioni di dollari ciascuno.

Il ronzio dei Shahed è diventato il sottofondo della guerra in Medio Oriente: un promemoria costante che, nel 2026, la superiorità tecnologica non basta più se non è accompagnata da numeri schiaccianti e costi sostenibili.

Teheran lo ha capito prima di molti altri, e i fatti sul campo lo stanno dimostrando ogni giorno.

Una produzione semplice

Gli Shahed non richiedono fabbriche high-tech né catene di montaggio protette da bunker.

Come racconta Bloomberg, si tratta essenzialmente di un corpo leggero in fibra di vetro, un motore da piccolo velivolo, componenti elettronici acquistabili sul mercato aperto e un carico esplosivo artigianale.

Possono essere assemblati in capannoni periferici, officine meccaniche o persino cantieri navali che riparano barche veloci.

Gli attacchi americani e israeliani hanno distrutto alcuni siti principali, ma la filiera si è semplicemente frammentata: più piccola, più mobile, più resiliente.

Un funzionario europeo citato da Bloomberg spiega che i bombardamenti hanno creato disordine logistico, ma non hanno interrotto del tutto la produzione.

L’Iran ha tratto lezione dalla Russia, che dal 2022 sforna versioni identiche (i Geran-2) a ritmi impressionanti e ha condiviso con Teheran accorgimenti pratici: antenne anti-jamming, sistemi di navigazione più ostinati alle interferenze elettroniche, piccole modifiche che rendono il drone ancora più ostico da neutralizzare, come sottolinea il Council on Foreign Relations.

Che cosa rende speciale lo Shahed-136

Lo Shahed-136 è un triangolo di tre metri e mezzo che vola basso, lento e rumoroso, con un rombo che ricorda un vecchio tosaerba da giardino. Eppure quel rumore sta diventando sinonimo di minaccia.

Lo Shahed-136 porta tra 30 e 50 kg di esplosivo, abbastanza per aprire una breccia in un hangar, sfondare un radar o incendiare un deposito di carburante.

La portata dichiarata arriva a 2.000 chilometri (alcune fonti, come Stacie Petty John del Center for a New American Security citata dal New York Times, parlano di almeno 1.930 km), sufficiente a coprire quasi tutto il Medio Oriente da basi iraniane sicure.

Si lancia dal retro di un camion pick-up, si nasconde in un capannone qualunque e non fa ritorno: è un munizionamento a una via,  progettato per schiantarsi e detonare.

La guida è rudimentale ma precisa: “colpisce ciò che gli è stato assegnato, a meno che non venga intercettato”, scrive il Council on Foreign Relations.

Non sorprende che gli Stati Uniti ne abbiano fatto una copia migliorata: il LUCAS, schierato proprio contro l’Iran, è nato dallo studio di un Shahed catturato, come racconta Foreign Affairs.

L’arsenale

Le cifre esatte restano segrete, ma i numeri già diffusi impressionano.

Bloomberg parla di oltre 2.100 Shahed lanciati dall’inizio del conflitto; il New York Times ne cita più di 2.000; solo contro gli Emirati Arabi Uniti ne sono partiti 689 nei primissimi giorni, secondo il Council on Foreign Relations.

Prima della guerra l’Iran ne aveva accumulati migliaia, e a differenza dei missili balistici – di cui ne possedeva circa 2.500 e ne ha già usati 700 – i droni non dipendono da rampe fisse, silos o basi vulnerabili. Possono continuare a uscire dalle officine per settimane, forse per mesi.

La Russia, che ha comprato la tecnologia iraniana, dimostra che si può arrivare a produrre centinaia di unità al giorno; Teheran non è lontanissima da quel livello.

Come osserva Foreign Affairs, questo è il cuore della nuova era bellica: “per attori limitati tecnologicamente la guerra a basso costo è diventata possibile, scalabile e ripetibile”.

Vantaggio economico

Un singolo Shahed costa tra 20.000 e 50.000 dollari, a seconda della configurazione.

Tale cifra è da confrontare con quella di un intercettore Patriot PAC-3 da 4 milioni di dollari, o anche con un Coyote da 126.500 dollari. Il divario è abissale.

Kelly Grieco del Stimson Center, intervistata da NBC News, ha calcolato che per ogni dollaro speso dall’Iran gli Emirati ne bruciano tra 20 e 28 solo per abbattere un drone.

Il Council on Foreign Relations parla di un rapporto di costo che può arrivare a 5-100 volte a favore dell’attaccante. È matematica pura: l’Iran può lanciare ondate continue senza intaccare seriamente le sue finanze, mentre Usa, Israele e alleati del Golfo stanno consumando a ritmi insostenibili scorte di missili che impiegano anni per essere ricostituite.

Gli americani hanno già sparato 400 Tomahawk solo per contrastare droni e missili, spendendo 800 milioni di dollari in pochi giorni – una cifra che basterebbe per produrre 23.000 LUCAS, come ricorda Foreign Affairs.

Efficacia

Nonostante l’80% dei droni venga abbattuto – dato che arriva dall’esperienza ucraina e confermato dal Council on Foreign Relations – il 20% che riesce a passare sta causando danni concreti e crescenti.

Esemplari hanno centrato la sede della Quinta Flotta a Bahrain, distrutto un rarissimo radar di allerta precoce in Qatar, danneggiato il radar di un sistema THAAD in Giordania, colpito l’ambasciata americana in Arabia Saudita e provocato la morte di almeno sei militari statunitensi in un solo attacco, come riporta Bloomberg. Altri hanno fermato per giorni raffinerie negli Emirati, mandato in tilt infrastrutture energetiche strategiche e creato un clima di tensione permanente.

L’obiettivo iraniano non è distruggere tutto con un colpo solo, ma logorare: assorbire intercettori costosissimi, costringere gli avversari a ridistribuire risorse da altre zone calde (perfino dall’Indo-Pacifico), far schizzare il prezzo del petrolio e aumentare la pressione politica su Washington e Tel Aviv.

Come scrive il New York Times, “è una questione matematica”: le difese si esauriscono prima dei droni. E finché l’Iran riuscirà a mantenere questo ritmo, la guerra di attrito continuerà a giocare a suo favore.

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