Quello presentato dal Primo ministro Britannico Keir Starmer il 30 giungo scorso è un Defence investment plan (Dip) destinato a rimanere in qualche modo nella storia per diversi motivi. Intanto perché questo piano per gli investimenti futuri delle Forze armate del Regno Unito viene proposto da un Primo ministro dimissionario, che tra poche settimane lascerà Downing Street. In secondo luogo, perché la sua gestazione è stata particolarmente lunga (in origine infatti la pubblicazione era stata addirittura prevista nell’ottobre dello scorso anno) nonché molto complicata.
Tanto è vero che, ed eccoci alla terza particolarità, proprio le difficoltà nel suo via libera avevano portato alle polemiche dimissioni del Segretario alla Difesa John Healey; motivo del contendere, le scarse risorse assegnate, con lo stesso Healey insoddisfatto di quanto promesso.
Ma questo Dip sarà ricordato anche per una precisa scelta. Una tra le tante, si obietterà; ed è vero. Solo questa specifica scelta rappresenta una innovazione davvero importante. E qui il riferimento va a quanto deciso per la Royal Navy (peraltro, anticipato già nei giorni precedenti la pubblicazione del documento in oggetto) in materia di creazione di una cosiddetta “flotta ibrida”.
QUALCHE CENNO “STORICO”
Prima dell’arrivo del già ricordato Dip, la Royal Navy stessa aveva elaborato piani di sviluppo per la propria flotta di superficie; nel dettaglio, essi prevedevano la realizzazione di una nuova classe di 5 fregate, genericamente indicata come Type 32 e altrettanto genicamente destinate a incrementare l’interazione tra piattaforme tradizionali e quelle più innovative “unmanned” (i cosiddetti droni navali). Oltre a questa, era prevista la futura costruzione di alcuni cacciatorpediniere indicati come Type 83, ottimizzati per le missioni di difesa aerea/missilistica; anche in questo caso, proprio negli ultimi tempi si era affacciata l’opzione di affiancarli a loro volta ad altri droni.
Con il Dip invece tutto cambia, sparisce il requisito sia delle Type 32 che, soprattutto, quello dei Type 83; entrambe le piattaforme saranno dunque sostituite da una nuova classe di almeno 6 unità a oggi note come “Common combat vessel” (o Ccv). Dietro a questa definizione generica si nasconde però il vero concetto innovativo; queste unità saranno infatti un vero e proprio “hub” di controllo principalmente per droni navali (di superficie e subacquei) ma anche aerei. Insomma, la perfetta applicazione di quel concetto poco sopra espresso: “flotta ibrida”. Una flotta cioè che nasce per integrare al meglio navi e sottomarini con una vasta gamma di “droni” di tutti i tipi.
COSA SAPPIAMO A OGGI
Scendendo ancora più nel dettaglio (peraltro in maniera molto relativa, perché a oggi si sa davvero poco di moltissimi aspetti fondamentali) questa Ccv saranno affiancate da 4 tipi diversi di droni navali; 3 di questi già in fase ideazione e uno invece completamente nuovo. E proprio perché si sa davvero pochissimo al di là del concetto in generale, gioco forza non rimane che provare a formulare delle ipotesi.
Per quanto riguarda le stesse Ccv, quella più ricorrente è che si tratterà di una piattaforma basata sul progetto Arrowhead 140 di Babcock, che sta già dando vita alle fregate della classe Type 31 (classe Inspiration) attualmente in fase di costruzione in 5 esemplari per la Royal Navy; una scelta che appare logica, dato che si sfrutterebbe un progetto già più maturo. Al di là della esatta piattaforma che sarà scelta, sulle sue caratteristiche esistono 2 scuole di pensiero diverse; la prima ipotizza una nave dalle capacità operative “basiche” (dato che quelle più significative sarebbero devolute ai “droni” navali) ma con importanti capacità di comando e controllo di questi ultimi mentre la seconda delinea uno scenario in cui la stessa Ccv sarà comunque una nave da guerra a tutti gli effetti (con in più le suddette capacità di comando e controllo).
Non meno “misterioso” è il quadro dei droni che opereranno insieme alle Ccv; nell’ordine, Type 91, 92, 93 e 94. I primi 3, come detto, già presenti nei piani della Marina Britannica mentre il quarto è una novità. Per ciò che riguarda il Type 91, sarà una piattaforma dedicata a imbarcare molteplici sistemi d’arma; in particolare, missili (soprattutto quelli destinati alla difesa aerea, quali gli Aster e i CAMM) e in prospettiva anche armi ad energia diretta quali i laser. Di fatto, opererà dunque come “magazzino di missili aggiunto”, con una particolare enfasi proprio per la missione di difesa aerea/antimissile/antidrone; nel complesso, e almeno per ora, non sembrano emergere particolari capacità di attacco (verso altre navi/obiettivi a terra) nella misura in cui è possibile che esse rimangano sulle Ccv (anche se non è da escludere future integrazioni sulle Type 91 stesse).
Il Type 92 e il 93 saranno droni tra loro molto diversi ma il loro campo d’azione sarà simile; il primo sarà infatti una unità di superficie mentre il secondo sarà un drone subacqueo ma entrambi saranno prioritariamente assegnati alla scoperta dei sottomarini e alla sorveglianza della dimensione subacquea in generale grazie alla ricca dotazione di apparati sonar.
Il Type 94 infine, assumerà il ruolo di “nave picchetto radar”; dedicata quindi alle missioni di scoperta e tracciamento di bersagli aerei e navali a grandi distanze, con la capacità di condividere informazioni/dati tattici alle altre unità della flotta. Ultima considerazione dal punto di vista tecnico, le indicazioni circa lo sviluppo di una piattaforma comune (si ipotizza lunga tra i 70 e 95 metri) per Type 91 e 92; la quale poi verrebbe allestita nelle 2 diverse configurazioni. Possibile a questo punto che il ragionamento possa essere esteso anche alle Type 94, per una scelta che sarebbe dunque lungimirante nell’ottica di contenimento dei costi.
UNA VERA E PROPRIA RIVOLUZIONE; CON TANTI PUNTI INTERROGATIVI
A indicare la strada verso questa scelta così radicale della Royal Navy hanno sicuramente influito diversi fattori; alcuni evidenti, altri più “inconfessabili”. La guerra in Ucraina sta infatti dimostrando (sia pure con tutti i contrappesi del caso) come i droni navali possano avere un impatto sulle operazioni navali.
Non a caso, anche in altri Paesi oltre il Regno Unito si sta assistendo a una proliferazione di piattaforme di questo tipo; prima fra tutti, gli Stati Uniti che proprio in questi mesi stanno cominciando a finalizzare il lavoro iniziato tempo fa per la realizzazione di unità di dimensioni e caratteristiche simili a quelle immaginate dalla Royal Navy. Ed è solo un esempio, perché tutto lascia intendere che altre Marine seguiranno; forte dei progressi tecnologici (si pensi solo alla Intelligenza Artificiale) che si stanno avendo in molti campi.
Ma accanto a questa aspetto più evidente, ce n’è un altro più nascosto. La Marina Britannica stessa da tempo è alle prese con una crisi di reclutamento tale da impedirle di sostenere completamente i propri organici. Ecco dunque che la decisione di rinunciare a 2 nuovi classi di unità “tradizionali” può finire con l’apparire non tanto una libera scelta quanto una strada obbligata proprio per far fronte alla carenza (attuale e futura) di organici.
Se dunque questo è il contesto generale, anche da un punto di vista più tecnico non mancano dubbi e domande. Prima di tutto, occorrerà capire se le future Type 91, 92 e 94 saranno effettivamente “unmanned” oppure se conserveranno la possibilità di ospitare piccoli nuclei di personale a bordo. E questo per rispondere a uno dei grandi dilemmi che coinvolgono proprio i “droni navali”; ovvero, come gestire l’eventualità di guasti e/o di danni a bordo o come garantire la difesa ravvicinata della piattaforme senza personale imbarcato. Ovvero, riflettere su quanto e come le innovazioni tecnologiche possano davvero sostituire completamente l’essere umano; soprattutto nelle operazioni di combattimento.
Ma le sfide non finiscono qui, perché un altro elemento da osservare con attenzione sarà della capacità di assicurare la costante connessione tra le navi comando (le Ccv, per l’appunto) e i droni; che potrebbero essere anche dispersi a grandi distanze da quelle navi; in un ambiente operativo potenzialmente caratterizzato da una guerra elettronica costante e da intrusioni “cyber”, il rischio è dunque è quello di perdere facilmente il contatto/controllo dei droni stessi.
Infine, non meno importante un altro aspetto importante da chiarire sarà quello dell’equilibrio nella classica equazione che coinvolge complessità delle piattaforme, costi e numeri finali di droni navali costruiti. E infatti evidente che in questo ambito, la possibilità di contenere i costi assicurando al tempo stesso la possibilità di schierare più droni possibile diventa fondamentale.
Come visto, i dubbi e le perplessità sono ancora molti; tanto che non pochi analisti hanno commentato in maniera “feroce” questo scelta, considerandola per l’appunto troppo azzardate e ritenendo che le unità “manned” debbano ancora avere un ruolo nelle operazioni navali del futuro. Al di là delle opinioni personali, un dato si delinea già all’orizzonte: a oggi si prevede che le Ccv e i relativi droni entreranno in servizio nel prossimo decennio. Ecco, a quel punto e con le navi in mare, sarà davvero possibile capirne di più.






