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Volvo ha un problema al motore?

La casa automobilistica svedese Volvo Car, controllata dal gruppo cinese Geely, sta vivendo un paradosso che pare proprio frutto di un errore di calcolo manageriale: ha ancora a listino modelli diesel e benzina ma si è già disfatta degli impianti per produrre i vecchi motori endotermici convinta che il futuro sarebbe stato full electric. E ora deve capire come muoversi soprattutto negli Usa che con Trump sono diventati ostili alle propulsioni con la spina

L’eccessivo entusiasmo dei costruttori per l’auto elettrica sta vedendo molti marchi, occidentali e orientali (da Ford a Honda), leccarsi le ferite per i tanti soldi puntati forse con troppa leggerezza su di una tecnologia finora ignorata dal mercato. Nessuno, però, s’è spinto oltre come Volvo, casa svedese da tempo in mano ai cinesi di Geely, che ha realmente messo il proverbiale carro davanti ai buoi disfacendosi dei suoi impianti che realizzavano motori a scoppio.

FABBRICHE DI MOTORI DISMESSE O CONVERTITE

Il problema è che, come è noto, il motore a scoppio vende ancora. E questo fa sì che Volvo, per non veder crollare i propri volumi, stia mantenendo oltre le previsioni a listino le varianti dotate di vecchie propulsioni. Ma non è più allo stato attuale capace di produrre altri motori, nel caso in cui la situazione di stallo sull’auto elettrica dovesse protrarsi ancora.

Attenzione, non si tratta di indiscrezioni di stampa: quanto è stato descritto fin qui è stato ammesso dalla stessa Volvo (per la precisione da Anders Bell, a capo del reparto di ingegneria del costruttore svedese) alla testata specializzata CarBuzz nel pieno di un test drive del suo crossover elettrico EX60.

La Casa del Nord Europa rischia insomma di pagare un azzardo industriale che era stato strutturato sulla base di proiezioni che si sono rivelate totalmente fallaci, dal momento che la stessa Commissione europea – con ogni probabilità il consesso politico che al mondo ha accelerato con maggior convinzione sull’auto elettrica – ha dovuto ammettere che il suo Green Deal non è più realizzabile e dovrà aprire a deroghe e modifiche sostanziali.

VOLVO PRENDE A BORDO PARTNER ESTERNI

Resta da capire cosa intende fare Volvo per uscire dall’impasse. Abbandonerà forse i motori a scoppio? No. Allora abbandonerà i mercati in cui vanno ancora i vecchi propulsori diesel e benzina? Nemmeno. Nell’intervista, la Casa svedese ostenta sicurezza, ricordando che il suo mercato principale è ormai rappresentato dall’Asia e dal Vecchio continente, dove la transizione energetica è comunque in atto e difficilmente si fermerà.

E al giornalista che fa notare che invece negli Usa oltre il 92% dei 121.607 veicoli venduti nel 2025 era alimentato da motori a combustione interna Volvo è costretta a rispondere che, pur di non perdere quella quota di mercato, sarà costretta a rivolgersi a costruttori esterni. Un fatto che fa storcere il naso non solo ai puristi (una grande Casa solitamente anche se non sempre produce da sé i propri motori) ma pure agli analisti dato che espone il marchio a incognite di approvvigionamento, di possibili dazi se la filiera fosse internazionale e dunque di fluttuazioni di prezzi. Specie in un mondo che va scindendosi in blocchi contrapposti.

UNO SGUARDO AI NUMERI DI VOLVO

A riprova di quanto appena detto si ricorda che le gabelle commerciali di Trump sono già costate parecchio agli svedesi. Lo scorso 29 aprile la casa automobilistica nordeuropea ha annunciato con riferimento al primo trimestre 2026 un calo del 26% dell’utile netto, fermo a 67 milioni di euro, a causa dei dazi statunitensi e di un mercato americano difficile. Il fatturato è diminuito del 12%, rimanendo a 6,7 miliardi di euro. Continua l’esecuzione del piano di riduzione dei costi, che nel primo trimestre ha portato a risparmi per 1,4 miliardi di corone.

L’obiettivo è ridurre i costi indiretti e variabili di 5 miliardi di corone svedesi quest’anno, dopo aver completato lo scorso anno un piano lacrime e sangue da 18 miliardi di corone che aveva comportato, secondo un comunicato del 26 maggio 2025, il licenziamento di 3000 dipendenti, principalmente in Svezia, pari al 15% della forza lavoro totale impiegata in ufficio a livello globale.

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