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Lo sapete quanto costa volare con Alitalia?

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Volare con Alitalia, in attesa che diventi Ita, ha costi spropositati. L’intervento di Marco Foti

La mobilità interregionale è il motore dell’economia sul nostro territorio e l’importanza del “sistema mobilità” ormai è noto a tutti in quanto il comparto “automotive e servizi” vale oltre il 10% del Pil italiano. Muoversi oggi tra le regioni, ormai tutte in zona gialla, significa utilizzare con tanta difficoltà le diverse modalità di trasporto a lunga percorrenza, aerei compresi.

Ebbene, avete provato ad organizzare un viaggio A/R in questa settimana per motivi strettamente necessari (lavoro) in una città situata in una regione diversa dall’origine?

Io si. Un disastro.

In aereo è praticamente impossibile muoversi, costi non elevatissimi, costi assolutamente insostenibili (come mostrato nella foto).

Genova-Palermo, A/R, con Alitalia, il biglietto costa poco meno di 800 euro. Sembra di ritornare indietro negli anni ’80 quando volare era uno lusso per pochi eletti.

Il punto purtroppo è un altro ed interessa direttamente la nostra bene emerita Alitalia, in attesa che diventi Ita. I diversi decreti hanno gentilmente donato nelle casse del vettore la modica cifra di 3 miliardi di Euro.

In sostanza lo Stato ha trasferito un importo pari allo stesso volume di affari dichiarato dall’azienda nel 2018.

Di conseguenza, la new company (la cui operazione è tutt’oggi sotto i riflettori della Commissione Europea in quanto, secondo il nuovo quadro temporaneo Ue, gli interventi statali per le ricapitalizzazioni non possono riguardare le società già in difficoltà prima del 31 dicembre 2019) ha tutte le carte in regola per far volare i cittadini italiani (essendo nazionalizzata, direte, è il minimo), con una flotta disponibile dichiarata in tempi non sospetti di 92 aerei, “più che sufficiente a soddisfare l’attività ordinaria”.

In quest’ottica il vecchio Ad di Alitalia disegnava il profilo della futura compagnia con un piano industriale che puntava sul settore di mercato “premium” in quanto “puntare sulle tariffe basse significa suicidarsi. Un vettore come Alitalia è una struttura completamente diversa da una low cost. I costi devono essere l’ossessione del management della nuova azienda, perché l’efficienza è fondamentale, ma non da perseguire sul terreno dei prezzi bassi. La strada è quella dei voli a lungo raggio, i primi potranno entrare nel 2022. In questa fascia di mercato, in assenza di concorrenza della low cost, c’è una prospettiva enorme”.

Il tempo tuttavia ormai non è a favore di Ita, si aggrava l’emergenza Alitalia, oggi in amministrazione straordinaria, e si allungano i tempi del decollo della newco. Quindi, in attesa della (ri)nascita della nuova Alitalia, e del piano di riordino del settore a cura del Mit e mai rilasciato, una soluzione di ripresa economica potrebbe esserci.

Perché non puntare, anche nel caso della nuova Alitalia, al mercato domestico le cui relazioni potrebbero reggere la crisi preventivata da tutte le agenzie del settore? Una soluzione che porterebbe al mercato del settore nuova linfa e quel dinamismo economico che tanto serve oggi alle società che gestiscono gli aeroporti italiani.

Il nuovo Piano Industriale di Ita deve essere necessariamente rivisto ed integrato con le valutazioni succitate, a tutela dei tanti lavoratori del settore aeroportuale, circa 40 mila, che hanno avuto 186 giorni di cassa integrazione per ogni dipendente nel 2020.

Ed occorre far velocemente affinché Ita disponga di un livello di servizio adeguato alle esigenze degli italiani, evitando di incorrere a scene drammatiche come quelle viste oggi.

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