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I draghi di SsangYong tornano a ruggire. Il marchio d’auto coreano, salvato dal crack, punta sull’elettrico

SsangYong

SsangYong, tornata in carreggiata in soli 18 mesi contro i 20 della procedura concorsuale, è decisa a evitare nuove sbandate con l’elettrificazione della gamma

Coi soldi di KG Group, il marchio coreano SsangYong Motor ha soddisfatto integralmente i suoi creditori e si riappresta a mettere in moto le attività, con un piano industriale piuttosto aggressivo, basato ovviamente sull’elettrificazione della gamma.

Questo vuole forse dire che SsangYong diventerà presto famigliare alle nostre orecchie come i nomi delle cuginette cinesi (Byd, Nio, Chery, XPeng …) che stanno per debuttare in Europa? È ancora presto per dirlo, sebbene la casa dei due draghi (SsangYong, che in coreano significa “coppia di dragoni”) sia, in verità già presente anche nel nostro Paese con l’importazioni del Gruppo Koelliker, ma non ancora in modo da presidiare realmente il mercato. Del resto, non è un mistero che la corsa all’elettrico favorirà gli asiatici. E i coreani, da parte loro, hanno un colosso come LG impegnato nella costruzione di batterie.

IL RILANCIO DI SSANGYONG

Ma torniamo a SsangYong tornata in carreggiata in soli 18 mesi, contro i 20 della procedura concorsuale e decisa a evitare nuove sbandate. Come? Il presidente Kwak Jea-sun e l’amministratore delegato Jeong Yong-won intendono, senza troppa fantasia, accelerare la “normalizzazione della gestione, aumentando le vendite e realizzando rapidamente profitti”. La sistemazione del debito – si legge nella nota aziende – è avvenuta l’11 novembre scorso attraverso i fondi derivanti dall’acquisizione da parte di KG Group, completando l’operazione che ha avuto inizio nell’aprile 2021.

PRIMA TORRES, POI L’ELETTRICO

Il primo passo sarà il lancio, su scala globale, della nuova Suv Torres. Il nuovo veicolo si andrà a posizionare tra la Korando e la Rexton e con la prima condivide il pianale e il propulsore 1.5 T-GDI con 163 CV abbinato a un cambio automatico a 6 rapporti e alla trazione integrale. In Europa, però, arriverà solo la variante elettrica con una potenza di 188 CV e autonomia di poco più superiore a 320 km.

Mentre l’anno prossimo la gamma sarà ampliata con il primo di una serie di modelli a batteria, l’U100.  Tutto questo grazie ai fondi messi sul tavolo dal conglomerato industriale che ne ha acquisito il 59% circa del capitale dalla curatela fallimentare. KG, il conglomerato industriale che ne ha acquisito il 59% circa del capitale dalla curatela fallimentare, ha infatti guidato un pool di investitori (Ssangbangwool e Pavilion Investment Corp – Private Equity) avviando così il programma di risanamento dal valore totale di 950 miliardi di won (circa 700 milioni di euro al cambio attuale), nella speranza di far riprendere quota alla coppia di dragoni.

L’ADDIO DEGLI INDIANI

I guai per la Casa coreana erano iniziati nella primavera del 2020 quando, in piena pandemia, la controllante indiana Mahindra aveva deciso di sbarazzarsene: “Dopo lunghe deliberazioni basate sui flussi di cassa attuali e prospettici, il consiglio di amministrazione della Mahindra & Mahindra ha stabilito di non essere in grado di iniettare nuovi capitali nella SsangYong Motor e ha sollecitato la SsangYong Motor a trovare fonti alternative di finanziamento”, il ferale comunicato del gruppo indiano, ancora rinvenibile sul sito web.

IL SECONDO MANCATO FALLIMENTO

Mahindra possedeva il 74,65% del capitale di SsangYong da esattamente 10 anni, avendola salvata dal fallimento nel 2010. Da allora la coppia di dragoni non era comunque riuscita più a riprendere quota, anzi, i dati finanziari dell’ultima decade mettono in evidenza soprattutto vendite in calo e perdite sempre maggiori. Per la precisione, quando gli indiani hanno staccato la spina, le vendite risultavano in calo di oltre il 30% (107.416 veicoli), i ricavi in contrazione del 19% e una perdita operativa passata da 282 miliardi di won a 449 miliardi (336 milioni di euro).

Ma a dare il colpo di grazie è stato il Covid, che ha portato Mahindra a essere più cauta negli investimenti. Era così finito in coriandoli l’assegno da 390 milioni di euro precedentemente annunciato per riportare in utile, entro il 2022, la SsangYong Motor. Quella somma avrebbe permesso alla Coreana di abbracciare con convinzione il mercato elettrico, inaugurato con la versione “alla spina” della Korando, mentre la chiusura dei rubinetti indiani l’aveva lasciata esposta nei rapporti coi creditori. SsangYong, nel luglio dello stesso anno si è ritrovata infatti a dovere rimborsare un prestito alla Korea Development Bank di oltre 60 milioni di euro. Da parte sua, Mahindra & Mahindra si era limitata a staccare un assegno, assai più modesto, da 30 milioni.

Per questo, nel dicembre dello stesso anno, ai dirigenti della SsangYong Motor non era restato altro da fare se non presentare nuovamente un’istanza, la seconda in dieci anni, per accedere alla procedura concorsuale, così da sottoporre l’azienda alla liquidazione coatta amministrativa con l’obiettivo di trovare una società in grado di sostituire nella proprietà il gruppo indiano. L’arrivo, in zona Cesarini, dei coreani ha salvato una Casa che tra due anni festeggerà i primi 70 anni di attività come pure l’avere riportato all’interno dei confini nazionali la maggioranza di capitale.

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