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Cosa significa l’accordo sui caccia Rafale tra Francia ed Emirati

Rafale

Gli Emirati hanno accettato di sostituire i 60 Mirages 2000-9, acquisiti nel 1998, dal loro successore francese: il Rafale. L’approfondimento di Giuseppe Gagliano

 

Dopo tredici anni di discussioni, la firma di un contratto di 80 Rafale tra Dassault Aviation e gli Emirati Arabi Uniti per un importo di 17 miliardi di euro ha l’effetto del sole alla fine di un difficile 2021 per l’industria della difesa francese. Questo è, come sottolinea Eric Trappier, presidente di Dassault Aviation, il contratto “più grande mai ottenuto dall’aeronautica da combattimento francese”.

L’arrivo di Emmanuel Macron a Dubai venerdì 3 dicembre, alla luce di un tour negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar e in Arabia Saudita, ha prefigurato la firma di un contratto negoziato di lunga data. Parallelamente alla visita al padiglione francese dell’Esposizione Universale, la presenza di Eric Trappier e di molti rappresentanti dell’industria della difesa ha fatto la differenza. La firma è stata confermata da un comunicato stampa di Dassault Aviation. Al mattino Emmanuel Macron ha incontrato il ministro della Difesa degli Emirati, il principe ereditario Mohammed bin Zayed Al-Nahyane, suggellando così la decisione di quest’ultimo di sostituire i 60 Mirages 2000-9, acquisiti nel 1998, dal loro successore francese, il Rafale.

Due settimane prima, il 23 novembre, il presidente di Dassault Aviation ha ribadito il suo ottimismo in un’intervista su Europa 1, confermando la conclusione dei negoziati iniziati nel 2007, sotto l’impulso di Nicolas Sarkozy. Discussioni che non hanno quasi mai trovato un risultato favorevole per il produttore francese di fronte alla riluttanza di Abu Dhabi. Nonostante la visita del Presidente francese ad Abu Dhabi nel 2009 per l’inaugurazione della prima base militare congiunta francese all’estero, il governo degli Emirati ha considerato l’offerta di Dassault non competitiva nel novembre 2011, lasciando il futuro per l’esportazione del Rafale in sospeso fino alla ripresa dei negoziati nel 2013.

Il tempo necessario per questo accordo testimonia le notevoli difficoltà incontrate dall’apparato francese nella ricerca del suo mercato. Nonostante le sue prestazioni, finora ha convinto solo sei paesi, per un totale di 242 aeromobili ordinati. Inoltre, quindici anni separano la messa in servizio del dispositivo dal primo ordine dell’Egitto nel 2015. L’offensiva informativa contro il contratto con l’India nel 2016 illustra i tentativi di impedire la vendita del Rafale e più in generale di costringere i produttori francesi della difesa a rivedere le loro ambizioni.

Il Rafale è finalmente diventato per sempre il campione dell’industria della difesa francese? Gli Emirati Arabi Uniti, che quest’anno festeggiano i suoi 50 anni di indipendenza, consentono agli aeromobili francesi di assumere una nuova dimensione sul mercato e rafforzano la credibilità del produttore Dassault, fortemente scosso dalla scelta di molti paesi europei di dotarsi di aeromobili americani, tra cui Svizzera, Italia e Danimarca per un totale di 440 aeromobili nel 2017. Una “concorrenza” americana che è costata anche il “contratto del secolo” tra Australia e Naval Group nel settembre 2021, anch’essa vittima di una guerra d’influenza esercitata a scapito degli interessi francesi. Mentre il ministro delle Forze Armate, Florence Parly, accoglie con favore un accordo che “cementa un partenariato strategico più forte che mai”, è necessario mettere in discussione la forza di quest’ultimo. Un anno prima, il governo degli Emirati Arabi Uniti aveva puntato su 50 aerei della Lockheed Martin F-35, dimostrando pragmatismo.

Al di là della rilevanza, presunta più che effettiva, del recente trattato tra Francia e Italia – la cui rilevanza è quanto di più discutibile si possa essere soprattutto per l’Italia, visti i precedenti nel contesto della Guerra economica tra Italia e Francia -, il vero successo della Francia è proprio questo contratto siglato con gli Emirati.

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Ecco come la Francia con i Rafale batte gli F-35 negli Emirati. Pure l’Italia a secco (per colpa di Di Maio)

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