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Ecco le Case auto europee che saranno più tamponate dai nuovi dazi di Trump

Gli effetti dell'annuncio dei dazi al 25% sulle auto europee e la riapertura dello scontro commerciale con l’Ue. A Berlino economisti e industria temono effetti pesanti su crescita e automotive tedesco.

Il clima si è surriscaldato di nuovo, e a muovere le acque è stato ancora una volta Donald Trump. Il presidente americano ha annunciato che da questa settimana le importazioni europee di auto e camion saranno colpite da dazi al 25%. Una mossa che l’amministrazione Usa giustifica accusando Bruxelles di non aver rispettato gli impegni presi, ma che in Europa è stata letta subito come un nuovo strappo, capace di propagarsi ben oltre il settore automobilistico.

DAGLI ECONOMISTI PRESSIONI PER UNA RISPOSTA EUROPEA

A Berlino il segnale è arrivato rapido. Un secondo colpo, dopo quello su truppe, missili e difesa, forse parte della stessa strategia. Il presidente dell’Istituto tedesco per la ricerca economica di Berlino (Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung, Diw), Marcel Fratzscher, non ha usato toni diplomatici: l’Europa, a suo avviso, non può continuare a incassare. Più che una sorpresa, l’ennesima uscita americana rientrerebbe in “uno schema ormai noto”, in cui “la disponibilità europea al compromesso finisce per trasformarsi in un punto debole”.

Fratzscher lega questo passaggio anche al contesto politico interno degli Stati Uniti. “In una fase complicata sul piano domestico, le tensioni commerciali possono diventare uno strumento utile per rafforzare il consenso”, ha detto all’Handelsblatt. Da qui l’invito a cambiare approccio: risposte mirate, “anche sul fronte fiscale”, e “una linea negoziale più solida” per evitare di restare sempre in posizione difensiva.

La Commissione europea, per ora, mantiene toni più misurati. Da Bruxelles si continua a parlare di cooperazione e di relazioni equilibrate, ma con una precisazione: se le nuove misure dovessero violare gli accordi esistenti, l’Unione è pronta a reagire.

IL RISCHIO DI UNA FRENATA ECONOMICA

Intanto, i centri di ricerca iniziano a fare i conti. Il presidente dell’ifo di Monaco, Clemens Fuest, intravede già gli effetti di un possibile irrigidimento: “crescita più debole e prospettive meno favorevoli, soprattutto se si dovesse entrare in una spirale di ritorsioni”.

Il rischio evocato è quello di una vera guerra commerciale, con conseguenze che andrebbero ben oltre il breve periodo. Per la Germania, in particolare, lo scenario peggiore include “una possibile contrazione economica nel 2026”. E non è difficile capire perché: l’industria automobilistica, già alle prese con trasformazioni profonde, si troverebbe a fronteggiare un ulteriore ostacolo.

Le stime dell’Istituto per l’economia mondiale di Kiel (Institut für Weltwirtschaft, IfW) danno una misura più concreta dell’impatto: perdite produttive nell’ordine di decine di miliardi, con effetti tangibili anche sul prodotto interno lordo. Numeri che, inseriti in un contesto di crescita già debole, rischiano di pesare in modo significativo.

L’INDUSTRIA AUTOMOBILISTICA NEL MIRINO

Il settore più esposto resta quello dell’auto. Secondo il Center Automotive Research (Car) di Bochum, l’aumento dei dazi potrebbe tradursi in costi aggiuntivi per i produttori tedeschi pari a circa 2,5 miliardi di euro l’anno, senza contare le ricadute sulle esportazioni dagli altri paesi europei. Per Ferdinand Dudenhöffer, alla guida del centro studi, la lettura è piuttosto netta: “anche se formalmente le misure riguardano tutta l’Unione, che è competente per i dazi, nel mirino finisce soprattutto la Germania, che negli Stati Uniti vende una quota rilevante delle proprie vetture”.

Non tutte le aziende, però, partono dalla stessa posizione, osservano ancora gli esperti dell’istituto di Bochum. BMW e Mercedes-Benz, grazie agli stabilimenti già presenti negli Stati Uniti, hanno un margine di protezione: gran parte dei modelli più richiesti, come i SUV, viene prodotta direttamente lì. Più esposte invece Porsche e Audi, che potrebbero essere spinte ad accelerare i progetti per produrre oltreoceano.

Nel medio periodo, questo potrebbe tradursi in un’ulteriore spinta alla delocalizzazione, con effetti che rischiano di riflettersi sulla struttura industriale tedesca.

SPINTE PER LA DIVERSIFICAZIONE COMMERCIALE

Le reazioni non sono tutte allineate. L’Associazione dell’industria automobilistica (Verband der Automobilindustrie, Vda), guidata da Hildegard Müller, mette in guardia soprattutto dalle “conseguenze sistemiche”: i costi, osserva, non resterebbero confinati alle imprese ma finirebbero per coinvolgere anche i consumatori americani.

E c’è chi invita a non muoversi d’impulso, soprattutto sul versante politico. Jens Südekum, consulente del ministro delle Finanze socialdemocratico (e vice-cancelliere) Lars Klingbeil, suggerisce di “prendere tempo”, ricordando che “in passato annunci simili sono stati talvolta ridimensionati o ritirati nel giro di poco”. Negli ambienti di governo non pochi ritengono che le recenti dichiarazioni pubbliche di Friedrich Merz contro Trump siano state improvvide e possano aver scatenato la doppia reazione del presidente americano.

Dal lato delle imprese emerge un’altra priorità: diversificare. La Camera di Commercio e Industria Tedesca (Deutscher Industrie- und Handelskammertag, Dihk) insiste sulla necessità di rafforzare i rapporti con altri partner, mantenendo al contempo una linea compatta nei confronti degli Stati Uniti. Tra le opzioni sul tavolo, un ruolo crescente potrebbe essere giocato da accordi come quello con il Mercosur.

Nessuno però si fa troppe illusioni. Tra la perdita del mercato russo, l’appannamento di quello cinese e i rischi in Medio Oriente, un ulteriore irrigidimento dei rapporti con Washington rischia di essere il colpo di grazia. La Germania non può permettersi uno scontro con gli Usa: non sul fronte militare e ancor meno su quello economico. Il rapporto transatlantico rimane insostituibile nel breve termine, ma la sua fragilità condanna l’economia tedesca a una fase di profonda incertezza.

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