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Guerra Fondali Marini

Droni subacquei, sottomarini e non solo. Chi vincerà (e come) la guerra dei fondali marini

Il sabotaggio del gasdotto Nord Stream ha messo in luce la necessità di valutare attentamente quelle che sono le esigenze di sicurezza legate a queste stesse infrastrutture nei fondali marini. L'approfondimento di Giovanni Martinelli

È il 26 settembre del 2022 quando cominciano a circolare le prime informazioni su alcuni gravi problemi ai gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel Mar Baltico. Inizialmente, il quadro della situazione si presenta confuso ma non ci vorrà molto per allontanare l’alone di mistero che ancora circonda questo evento; ben presto diventerà infatti chiaro che quegli stessi gasdotti erano stati oggetto di un sabotaggio.

In pratica, è come se quasi all’improvviso il mondo intero avesse scoperto l’importanza (e la fragilità) di certe infrastrutture critiche che si trovano su fondali dei mari e degli oceani di tutto il mondo. E se quelle legate al trasporto di idrocarburi sono sono più facilmente intuibili anche dal grande pubblico, ciò che invece spesso sfugge è la presenza di vere e proprie dorsali di comunicazione sottomarine tra Paesi e continenti interi. Attraverso quei cavi passa infatti il 97% del traffico internet; che vuol dire informazioni e dati di ogni tipo ma anche (per esempio) 10 miliardi di dollari di transazioni finanziarie ogni giorno.

Altrimenti detto, gli eventi del settembre scorso hanno messo in luce la necessità di valutare attentamente quelle che sono le esigenze di sicurezza legate a queste stesse infrastrutture; riflettendo sul fatto che anche le grandi profondità a cui si possono trovare non sono più un elemento in grado di garantire la loro stessa sicurezza. Tanto da far emergere, più in generale ma con altrettanta chiarezza, che la “seabed warfare” (la guerra dei fondali marini) non è un più argomento da fantascienza ma una realtà.

Non a caso, gli ultimi mesi sono stati molto intensi sul piano dello sviluppo di specifiche capacità militari, volte a far fronte a queste nuove esigenze operative. Risposte che ogni Paese formula in maniera diversa ma che, alla fine e per l’appunto, hanno lo stesso scopo; proteggere quelle infrastrutture così vitali.

Un esempio interessante è così quello fornito dal Regno Unito; ancora prima infatti del sabotaggi condotti ai danni del Nord Stream, il Ministero della Difesa Britannico aveva già individuato l’esigenza di di mettere in linea una nave, ovvero la “Multi-Role Ocean Surveillance Ship” (MROSS) dotata di specifici sistemi (in particolare “droni” subacquei, capaci di immergersi a grandi profondità) e destinata proprio alla sorveglianza a alla protezione delle suddette infrastrutture.

Ma quegli eventi hanno cambiato il quadro, e così lo stesso Regno Unito ha reagito prontamente. Innanzitutto accelerando i piani per l’acquisizione di questa nuova unità, attingendo direttamente dal mercato delle piattaforme di supporto a uso civile con l’acquisto di una Multi Purpose Offshore Vessel; quest’ultima sta così già effettuando i lavori di conversione per il suo nuovo servizio in ambito militare e, soprattutto, quelli destinati all’imbarco dei sistemi specifici di missione.

Ma oltre alla Proteus (questo il nome della nave, che peraltro entrerà in servizio già quest’anno), lo stesso Ministero della Difesa Britannico ha poi deciso l’acquisizione di una seconda piattaforma; inizialmente non prevista. Il dato interessante per quest’ultima è rappresentato dalla scelta di costruirla ex-novo. Se infatti la Proteus è una scelta dettata in qualche modo dall’emergenza e, comunque, dalla necessità di condurre le necessarie sperimentazioni, questa nuova MROSS nascerà invece con lo scopo di incorporare tutte le caratteristiche/capacità ritenute necessarie.

Ma la grande novità è arrivata (praticamente all’improvviso) appena pochi giorni fa e questa volta dagli Stati Uniti. È infatti emerso che nei prossimi anni sarà realizzata una specifica versione dei sottomarini a propulsione nucleare d’attacco (o SSN) della classe Virginia; indicata come “Modified Virginia Class Subsea and Seabed Warfare” (Mod VA SSW), essa sarà sviluppata sulla base della versione Block V di questa prolifica classe di piattaforme subacquee, che non a caso stanno continuando a entrare in servizio nella US Navy in numeri crescenti.

La versione Block V si differenzierà dalle precedenti 4 per per l’inserimento di una sezione di scafo aggiuntiva lunga circa 21 metri, denominata “Virginia Payload Module” (VPM), che nasce per ospitare tubi di lancio verticali supplementari per missili Tomahawk (ben 28 in totale). Ovviamente il riserbo è massimo ma, nel caso specifico, si può ragionevolmente ipotizzare che nel caso del “Mod VA SSW” questo stesso spazio aggiuntivo sarà invece riconfigurato per ben altri tipi di missione; dalla semplice ricognizione al vero e proprio spionaggio, fino al sabotaggio.

Molto probabilmente cioè, qualcosa di simile a quanto installato su un altro SSN già in servizio nella US Navy e cioè il Jimmy Carter; terza unità e ultima unità della classe Seawolf, tale sottomarino è stato modificato rispetto ai primi 2 attraverso (anche in questo caso) l’inserimento di una sezione di scafo supplementare lunga circa 30 metri e denominata Multi-Mission Platform (MMP). Della MMP si sa poco, se non che consente il lancio e il recupero di vari “droni” sottomarini e /o Remotely Operated Underwater Vehicle (ROUV), così come le operazioni di sommozzatori e/o palombari nonché, infine, possibili capacità di sabotaggio delle reti in fibra ottica poggiate sul fondo del mare.

Insomma, sopratutto in Occidente qualcosa si sta muovendo; anche perché c’è da recuperare il gap proprio con la Russia che, dal canto proprio, dispone addirittura di una organizzazione specifica per le operazioni a grandi profondità (cioè il GUGI, noto anche come “Main Directorate of Deep-Sea Research”) e che negli anni ha conosciuto un significativo processo di potenziamento fino a diventare una specie di “seconda Marina Russa”.

Il GUGI dispone infatti oggi non solo di diverse navi di superficie specializzate ma, soprattutto, allinea tra le proprie fila sottomarini di dimensioni relativamente ridotte che sono però capaci di immergersi a profondità elevatissime (e che si presume siano dotati a loro volta di attrezzature per sabotaggi vari), “droni” subacquei di vario tipo nonché, infine, sottomarini a propulsione nucleare di grandi dimensioni che possono svolgere sia il ruolo di “nave madre” per i sistemi appena indicati, sia di vettore per armi temibili quali gli Unmanned Underwater Vehicle (UUV) Poseidon.

E l’Italia? Per il nostro Paese, da un lato si segnala l’aumento delle attività di sorveglianza della Marina Militare nell’ambito della operazione “Mediterraneo Sicuro”, impiegando propri assetti operativi già disponibili e concentrandosi soprattutto nell’area del Canale di Sicilia.

Dall’altro, si evidenzia l’accordo siglato nel luglio scorso tra Marina Militare stessa e Sparkle per la protezione dei cavi sottomarini. Un accordo che ha poi portato alle prime esperienze pratiche, per effetto di attività operative svolte in collaborazione tra il cacciamine Alghero della Marina stessa e la nave per la manutenzione dei cavi sottomarini e supporto ROV Antonio Meucci della società Elettra Tlc. Un primo passo importante, anche per l’approccio utilizzato; la collaborazione cioè tra Forze Armate e privati.

Ma, al tempo stesso, un passo che non può certo essere considerato alla stregua di una soluzione definitiva. Logica vuole infatti che in futuro, sarà necessario sviluppare un approccio più dedicato; sotto forma di nuove forme di impiego degli assetti già in dotazione (in particolare, sottomarini e cacciamine) ma anche, se non soprattutto, con lo sviluppo di nuovi assetti militari specifici (ovvero, unità dedicate e concettualmente simili alle unità Britanniche MROSS; con annessi “droni” subacquei che operano a grandi profondità).

 

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