Finora Toyota, oltre a essere uno dei marchi più ostili alla mobilità elettrica intesa come unica soluzione per il futuro dell’auto, è stato pure il gruppo che ha fatto il maggior numero di annunci volti a soddisfare le richieste del presidente americano Donald Trump che, è noto, sta minacciando con alti dazi (ancora in vigore le tariffe al 25 per cento sull’auto) tutte le aziende estere nella speranza che impiantino su suolo americano la propria filiera.
I PIANI DI AMERICANI DI TOYOTA
L’ultimo annuncio fatto in tal senso dal principale marchio al mondo per volumi di vendita (primato che potrebbe presto perdere a causa della baldanza cinese, da qui la decisione strategica di aumentare il presidio negli Usa, mercato che esclude l’auto mande in China) prevede un investimento monstre di circa 2 miliardi di dollari.
Un importo considerevole che sarà utilizzato, secondo quanto riportato in un documento presentato alle autorità locali proprio da Toyota, per la costruzione di una nuova linea di assemblaggio di veicoli adiacente al suo attuale complesso produttivo a Sant’Antonio, nello stato del Texas.
LA ROADMAP SERRATA E LA RICHIESTA DI SUSSIDI
Scrive la stampa locale: “in base alla richiesta per ottenere le relative agevolazioni fiscali statali presentata all’ufficio del Controllore dello Stato del Texas nell’ambito del programma Jobs, Energy, Technology and Innovation, la costruzione” delle nuove linee “dovrebbe iniziare quest’anno e concludersi entro il 2030. Segno che i giapponesi intendono procedere il più in fretta possibile.
L’azienda starebbe inoltre cercando di ottenere agevolazioni fiscali dalla contea di Bexar e 37 milioni di dollari in sovvenzioni e prestiti dallo stato, dalla contea e dalla città.
EMERGE IL MISTERIOSO PROJECT ORCA DI TOYOTA
Tutto ciò risponderebbe al nome in codice di ‘Project Orca’. Per la precisione, secondo quanto è trapelato, i piani di Toyota prevedono un investimento di 1,05 miliardi di dollari in edifici e altri miglioramenti immobiliari e di 950 milioni di dollari destinati all’acquisto di macchinari e di attrezzature.
Una ottima notizia per Trump che non mancherà di utilizzare il caso di specie per dimostrare ai propri oppositori che la clava dei dazi funziona. Non a caso, da parte di Toyota vengono evidenziate le ricadute occupazionali sul territorio (che più interessa a The Donald): Project Orca a detta dei giapponesi creerà 2.000 nuovi posti di lavoro in Texas nel biennio tra il 2028 e il 2030.
TOYOTA RIPORTA LA PRODUZIONE DAL MESSICO AGLI USA?
C’è un altro aspetto interessante, riportato sempre dalla stampa della comunità texana che ovviamente segue con interesse le novità sull’ampliamento dell’hub: la possibilità che nel nuovo complesso Toyota produca mezzi che aveva precedentemente destinato alle fabbriche, più convenienti, in Centro America, al di là del confine col Messico. Confine che però Trump ha blindato a suon di dazi (la medesima strategia, è noto, ha riguardato pure il Canada che infatti soffre la medesima diaspora di costruttori esteri).
Leggiamo, infatti: “Attualmente a San Antonio Toyota produce i pickup Tundra di grandi dimensioni e le Suv Sequoia a San Antonio. Questa configurazione è stata resa possibile da un investimento di 391 milioni di dollari effettuato nel 2019 per riattrezzare lo stabilimento in vista del Tundra 2022 riprogettato e dell’introduzione del Sequoia. Toyota non ha ancora rivelato cosa produrrà il nuovo stabilimento, ma alcuni esperti del settore ipotizzano che potrebbe trattarsi del pick-up di medie dimensioni Tacoma, prodotto a San Antonio dal 2010 al 2021, anno in cui l’azienda ha trasferito la produzione allo stabilimento di Guanajuato, in Messico”.
LA CORSA AMERICANA DI TOYOTA
Prende insomma corpo il piano americano multimiliardario di Toyota per non scontentare il presidente Trump: inizialmente gli annunci della Casa del Sol Levante avevano riguardato 800 milioni destinati allo stabilimento di Georgetown, in Kentucky, per aumentare la capacità produttiva della berlina Camry e del crossover RAV4 e altri 200 milioni investiti nello stabilimento di Princeton, in Indiana, per ampliare la produzione del Suv Grand Highlander.
Con Project Orca dunque la posta complessiva almeno per il momento raggiunge i 3 miliardi di dollari. Toyota si conferma insomma il gruppo automobilistico giapponese più attento a soddisfare i diktat trumpiani. Del resto non era sfuggito alla Cnbc il fatto che qualche settimana fa il presidente del gruppo nipponico Akio Toyoda (nella foto) avesse pure indossato il cappellino rosso “Maga”, acronimo del movimento Make America Great Again che ha riportato Trump alla Casa Bianca.
LA ZAVORRA DEI DAZI
Del resto i balzelli doganali hanno zavorrato e non poco i conti del costruttore asiatico. Toyota ha stimato che i dazi statunitensi costeranno 1,4 trilioni di yen nell’anno chiuso lo scorso 1 aprile (e non va certo meglio agli altri marchi nipponici), dunque per non perdere un mercato fondamentale per i suoi Suv e pick-up il marchio del Sol Levante è costretto a investire in modo sempre più massiccio negli Stati Uniti.







