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Che cosa succederà ad Alitalia? Fatti, commenti e analisi

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Se i circa 3 miliardi previsti per Alitalia, seppure modesti rispetto alle risorse che saranno investite in Nord America, sono destinati a diventare mero bottino come per i briganti di passo, allora non resta che sperare in Vestager perché questo spreco non avvenga. Il commento di Paolo Rubino e Salvatore Santangelo

L’intervista pubblicata ieri dal Foglio a Jean-Cyril Spinetta, ex capo di Air France per oltre quindici anni, è sembrata, a chi si interessa di trasporto aereo, una sinfonia di coerenza, lucidità e visione.

Da chi è stato protagonista dell’economia nel fantastico decennio tra la fine del vecchio secolo e i primi anni del nuovo, ha realizzato “reingegnerizzazioni di processo”, “quotazioni in borsa”, “fusioni e acquisizioni”, “terziarizzazioni” ed altre magie dell’industria “finanziarizzata” ci si sarebbe potuti aspettare un legittimo, ed umanissimo, peana a quel mondo di un recente passato, ma oramai antico.

Invece, nonostante la sua fama resterà senza dubbio ancorata agli anni dorati dell’era clintoniana, l’uomo ha mostrato di comprendere i nuovi scenari, le implicazioni di essi per le attività industriali, i possibili percorsi futuri senza, peraltro, perdere di vista gli interessi strategici del macrosistema cui appartiene, alla difesa e sviluppo del quale ha fornito il suo eccellente contributo, quello francese. Di fronte alle eufoniche riflessioni di Spinetta la cacofonia dei dirigenti italiani che si occupano di Alitalia lascia a dir poco atterriti.

La pioggia di miliardi di euro pubblici che si appresta ad inondare gli Stati europei nei prossimi anni è il segnale di un mutamento epocale nella cultura economica del continente, per il quale Covid-19 non è che un mero déclic. La lunga fase, oltre quarant’anni iniziati con la rivoluzione thatcheriana, di epurazione del ruolo dei governi dall’economia, di deindustrializzazione dell’Occidente, è arrivata forse alla fine del suo percorso. L’impiego dei potenti fondi europei in arrivo richiede lungimiranza, pianificazione strategica, chiarezza di scopi, creatività progettuale. Numerosi segnali lasciano intendere che oltralpe, Francia e Germania, ma anche altre realtà della Mitteleuropa, stiano, sia pur con fatica e contraddizioni, riprogettando sé stesse alla luce del nuovo scenario. Da noi in Italia purtroppo no.

Seppure è vero che l’osservazione da vicino consente di vedere meglio i chiaroscuri e di preoccuparsene, tuttavia i segnali di miopia, arretratezza, autoreferenzialità ed egoismo patologico sono troppi e troppo poco contrastati per non allarmare. Le forze politiche di governo sembrano abbrancate al loro potere esecutivo per non perdere l’occasione di controllare gli imponenti flussi di danaro in arrivo, quelle di opposizione sembrano attaccare con demagogica veemenza gli avversari semplicemente per prenderne il posto e godere dell’attesa bonanza. Né da una parte, né dall’altra si intuisce un serio, realistico e durevole progetto per la nazione.

Nella piccola porzione di sistema economico, costituita dal settore dell’aviazione, di fronte alle stimolanti riflessioni di Spinetta fa fragore l’obsolescente pensiero, e le azioni, di chi si occupa di Alitalia. Più due consiglieri d’amministrazione e meno venti aeromobili e tre, quattromila dipendenti. Proliferazione, ancora una volta, delle scatole societarie e riduzione delle rotte servite e dei settori d’attività. Partiti di governo divisi tra “lazzeriniani” e “zeniani” come fossero Cesare e Pompeo nell’antica Roma. Sembra davvero una felliniana prova d’orchestra.

Come gli orchestrali nell’apocalittico film di quarant’anni fa del regista veggente, ognuno si agita, si veste da mosca cocchiera, pretende il suo spazio, minaccia fintamente di andarsene nella vicenda Alitalia e tutti non vanno al di là della monotona attesa del direttore, magari biondo e dal gutturale accento germanico, che metta ordine e disciplina. Il settore dell’aviazione, cruciale per lo sviluppo economico e sociale delle comunità dagli anni ’30 del secolo scorso, non cesserà di esserlo anche nel mondo futuro.

In Italia, pur ricca di tradizione e competenze in materia, dagli anni ’80 in avanti lo si è considerato zavorra piuttosto che motore, ponendo al centro dell’attenzione settori di attività più leggeri ed estemporanei e sperando che demiurghi stranieri potessero tirarci fuori dalle melme del trasporto aereo nazionale.

Tre fallimenti seriali di Alitalia, nel 2008, nel 2014 e nel 2017 e l’estinzione di ogni altra azienda nazionale di settore hanno acuito il sentimento di sconforto degli italiani per il trasporto aereo. Se i circa tre miliardi di euro attesi per il vettore nazionale, magari sufficienti a rilanciarlo se ben impiegati, seppure modesti rispetto alle risorse che saranno investite oltralpe e in Nord America per i rispettivi vettori di bandiera, sono destinati a diventare mero bottino come per i briganti di passo, allora non resta che sperare in Margrethe Vestager perché questo spreco non avvenga a danno di tutti gli europei.

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