Mobilità

Vi spiego gli errori di Renzi, Padoan e Calenda su Alitalia. L’analisi del prof. Arrigo

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Alitalia

Ecco che cosa hanno fatto (o hanno fatto male) gli ultimi governi sul dossier Alitalia. L’analisi dell’economista Ugo Arrigo che da tempo segue il settore trasporti e anche il caso della compagnia aerea

Il 2 maggio del 2017 Alitalia in grave crisi veniva posta con decreto del ministero dello Sviluppo economico in amministrazione straordinaria. Sono passati due anni esatti e i commissari hanno spento due candeline, anche se avrebbero indubbiamente preferito terminare il loro ruolo gestionale prima di questa scadenza, cedendo la cloche dell’azienda a un nuovo proprietario e riservandosi solo il compito di chiudere le partite amministrative. È dunque tempo di un bilancio dei risultati conseguiti e di quelli attesi e auspicati ma non ottenuti.

Prima giova tuttavia ricordare cosa portò alla scelta obbligata del commissariamento: fu il quasi totale esaurimento della cassa aziendale, svuotata dalle perdite gestionali, e della concomitante decisione degli azionisti privati, gli arabi di Etihad per il 49% e i capitani coraggiosi italiani superstiti per il 51%, di non reintegrare le disponibilità finanziarie alla luce dell’esito negativo del famoso referendum sindacale. Solo la settimana precedente, il 24 aprile, i lavoratori avevano respinto l’accordo sul contenimento del costo del lavoro e il piano d’impresa con annessa ricapitalizzazione dei soci che era stato presentato dall’azienda.

Si trattò di una scelta corretta, stante la scarsa credibilità di un piano che prevedeva di aumentare in pochi anni i ricavi del 30% pur mettendo a terra un sesto degli aerei in flotta e nello stesso tempo di abbattere drasticamente i costi, un’azione che per tutte le numerose voci diverse dal costo del lavoro avrebbe potuto essere attuata dalla gestione anche negli anni precedenti, senza necessità di alcun consenso sindacale. Bisogna inoltre ricordare che i precedenti sacrifici dei lavoratori, soprattutto quelli accettati con l’ingresso di Etihad nel 2014-15, non servirono a migliorare il conto economico dell’azienda, bensì solo a finanziare l’aumento apparentemente incontrollato di altre voci di costo.

A seguito dell’esito negativo del referendum gli azionisti scelsero di non ricapitalizzare l’azienda e in prossimità dell’esaurirsi della cassa chiesero al Governo l’amministrazione straordinaria, concessa con il decreto ministeriale del 2 maggio 2017, col quale furono anche nominati i tre commissari.

Contemporaneamente all’avvio dell’amministrazione straordinaria, il Governo assegnò anche un prestito ponte di 600 milioni attraverso un decreto legge, aumentandolo a 900 milioni sei mesi dopo. In tal modo fu assicurata la continuità operativa dell’azienda, impedendo la messa a terra degli aerei e garantendo la mobilità dei viaggiatori che avevano già prenotato i voli e pagato i biglietti.

Inoltre, se Alitalia fosse stata obbligata a interrompere i voli avrebbe disperso gran parte del suo valore aziendale dato che quando un compratore acquisisce un vettore in attività paga, assieme agli asset materiali, anche il valore degli slot aeroportuali che usa e l’avviamento derivante dal valore del mercato che copre e dei passeggeri che trasporta; se invece il vettore in crisi smette di volare gli slot decadono e altri vettori gli subentrano gratuitamente tanto negli slot quanto nei passeggeri, con un conseguente peggioramento anche della condizione dei creditori incagliati.

Se la decisione di commissariare fu corretta e utile, non si possono tuttavia non rilevare alcuni errori gravi compiuti dal governo di allora:

1) Sulla composizione della terna commissariale, per la quale le norme vigenti pongono requisiti di indipendenza e di competenza. L’indipendenza richiede di essere “super partes” e dunque di non avere legami con chi ha gestito prima, avendo anche il compito di valutarne l’operato e verificare che non siano state compiute irregolarità o distratte risorse. Pertanto mentre non vi è nulla da obiettare in termini di competenza, il requisito dell’indipendenza sembra essere stato rispettato solo in parte, dato che due dei tre commissari avevano avuto precedenti incarichi connessi ad Alitalia.

2) Sul mandato assegnato alla terna commissariale, indirizzata da subito a una rapida cessione dei compendi aziendali senza neppure valutare l’ipotesi di un mandato alternativo finalizzato alla ristrutturazione, preliminare alla cessione e in grado di favorirla. L’errore è ampiamente dimostrato dal fatto che in questo modo in due anni l’azienda non è stata venduta, né ristrutturata.

3) Sull’entità del prestito, eccessiva rispetto al mandato a vendere. In Germania il prestito governativo concesso pochi mesi dopo ad Air Berlin, più grande e con più perdite di Alitalia, è stato di soli 150 milioni, a fronte di una crisi del vettore che si è chiusa meno di due mesi. Il successivo aumento a 900 milioni risulta ancora più ingiustificato per Alitalia e incoerente con l’affermazione, più volte ribadita dai commissari straordinari, secondo cui il prestito iniziale non era stato quasi per nulla utilizzato.

4) Sulla negazione, di fronte all’Unione europea, che si trattasse di un aiuto di Stato incompatibile con le norme comunitarie. L’Unione europea ha invece aperto, anche se non ancora chiuso, su sollecitazione interessata di operatori concorrenti quali Lufthansa e Ryanair, un’indagine tendente ad accertare la sussistenza di aiuto di Stato non compatibile col diritto comunitario, non riconoscendosi in conseguenza nell’interpretazione del Governo italiano.

Sull’orientamento della Commissione sembrano aver pesato in particolare l’allungamento del prestito ben oltre i sei mesi originariamente previsti e l’entità dell’importo, già in origine eccessiva ma in seguito aggravata dal suo incremento. Sarebbe stato invece corretto richiedere l’autorizzazione comunitaria all’aiuto di Stato, giustificato dalle esigenze di continuità del servizio pubblico nazionale, e applicarvi in questo modo un tasso agevolato, considerando che comunque il Tesoro è in grado di finanziarsi a breve termine a tassi molto ridotti.

5) Sull’applicazione al prestito di un tasso d’interesse esorbitante, in quanto pari circa al 10% annuo, e pertanto insostenibile per la gestione commissariale. Dato l’elevato tasso “di mercato” era prevedibile che i relativi interessi non sarebbero stati effettivamente pagati, aggiungendo in tal modo una prova ulteriore all’interpretazione dell’aiuto di Stato.

Estratto di un articolo pubblicato su ilsussidiario.net

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ECCO RINVII E VOLTEGGI DI GOVERNO, TESORO, FERROVIE, ATLANTIA E MEDIOBANCA SU ALITALIA. L’ARTICOLO DI MICHELE ARNESE

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