Mobilità

Alitalia, ecco piani e sogni di Delta-Fs, Efromovich (Avianca) e Lotito

di

Delta

L’analisi di Paolo Rubino

 

Con l’approssimarsi dell’ennesima scadenza per Alitalia fioccano proposte, candidati, fughe di notizie su miracolosi piani industriali che in pochi semestri, oramai nemmeno più i canonici cinque anni dei bravi consulenti, dovrebbero riportare la derelitta compagnia ai fasti del profitto. E per dovere professionale i cronisti esperti in materia riportano all’attenzione del grande pubblico la stucchevole vicenda.

La notizia più interessante l’ha pubblicata su Start Magazine Michelangelo Colombo che ha raccontato gli indirizzi che il piano elaborato dalla coppia Ferrovie-Delta avrebbe ideato. Correttamente l’autore non esprime giudizi in assenza dei necessari elementi per poterli formulare in maniera professionale. Si limita a riportare quanto appreso, ovvero il ridimensionamento dell’attività da Fiumicino e Linate; il rafforzamento della partnership con Delta per l’attività intercontinentale; la riduzione delle risorse investite nella commercializzazione; il taglio di 740 posti di lavoro; la riapertura dei rapporti con Air France per le attività in joint venture nel medio raggio; la riduzione della flotta; il subentro di Ferrovie ad Alitalia su varie rotte domestiche collegate a Roma. Con quest’incredibile concerto di misure, gli autori del presunto piano annuncerebbero al mondo che in soli tre anni raggiungeranno un ebit positivo di 132 milioni di Euro pari a circa il 4% del fatturato, previsto questo in aumento di circa mezzo miliardo di Euro.

C’è solo da sperare che la fonte di Colombo si stia sbagliando o che stia diabolicamente mettendo in atto un depistaggio. La somma di contraddizioni negli indirizzi annunciati, in uno con l’implicita rapacità dei nuovi possibili padroni della compagnia che si evince facilmente in questo disegno, ne farebbero un piano puerile o allucinato o macabro. Puerile se si immagina sincera la pretesa di aumentare il fatturato di oltre il 16% tagliando attività da Linate e Fiumicino, le uniche due basi che hanno un potenziale a breve di profittabilità. Conseguentemente, incrementando l’attività intercontinentale in partnership con Delta nel servizio agli hub nordamericani dalla periferia Italia, magari su base stagionale, con l’unico intento di rafforzare la dominanza degli americani sul Nord Atlantico. Riaprendo le danze con Air France cui riempire l’hub dal medio raggio in meschina “comunione di beni”.

Lasciando alle Ferrovie i servizi su Roma, senza chiarire se la connettività Termini-Fiumicino sarà mai adeguata agli standard del XXI secolo, magari immaginando che a questo scopo sia sufficiente il biglietto unico treno-aereo. Ma soprattutto, tutto questo ben di Dio di fatturato e margini in crescita si otterrebbe riducendo il budget delle attività di vendita, riducendo il personale e riducendo la flotta. Come se negli ultimi vent’anni queste voci non fossero già state sbranate dall’ignavia, l’incompetenza o la cupidigia dei vari padroni che si sono susseguiti. Questo piano non può essere vero, perché sembra frutto un’allucinazione da overdose di acido lisergico. E se vero, allora esso è macabro perché annuncia la definitiva spoliazione di Alitalia da parte di coloro cui il governo intende affidare l’impiccato. Gli avvoltoi a questo giro potrebbero divorare finalmente ossa, tendini e cotenna.

Ma gli annunci non terminano qui, quelli più folkloristici riguardano l’ipotesi Lotito, vecchia oramai di qualche settimana e quella nuovissima del padrone della compagnia colombiana Avianca. Del primo gli ottimisti rilevano la rigorosa abilità nella gestione dei costi. E certamente come la tifoseria della Lazio sa bene, l’imprenditore è un ottimo gestore di trading nel mercato mondiale dei calciatori. La sua abilità nell’individuare talenti, valorizzarli e poi cederli con succose plusvalenze fa soffrire il cuore dei laziali, ma certo rende quella società sportiva solida e briosa. Può darsi dunque che Lotito voglia applicare lo schema al trasporto aereo, ovvero valorizzare rotte sconosciute e poi, una volta avviate, cederle al miglior offerente. Un modo rivoluzionario di fare aviation, non c’è dubbio e sicuramente Lotito è dotato di “pensiero laterale” in abbondanza per elaborare questa eccentrica visione. Non a caso sembra aver posto come condizione che gli sia dato lo scranno più alto nella futura Compagnia. Le rivoluzioni richiedono necessariamente che pensiero e azione possano coincidere, almeno per un po’, nella medesima carismatica figura.

Non può mai mancare l’esotico straniero nel teatro italiano dell’industria. E certo quale migliore occasione per lo sconosciuto Efromovich di Avianca che dalla periferia latinoamericana del trasporto aereo può ascendere al comando di una compagnia europea, malridotta ma pur sempre blasonata e comunque in compagnia di illustri soci pronti a stendergli un tappeto rosso, le Ferrovie e il Tesoro senz’altro, la Delta magari un po’ meno. Poco importa che in Colombia viga ancora una serrata regolamentazione del trasporto aereo protetto da feroci concorrenze e che, in quella terra lontana, contratti collettivi di lavoro, diritti sindacali e ogni altra “ferraglia” dell’Europa del welfare siano piuttosto sconosciuti. Sarà forse sull’onda dell’entusiasmo della chiusura, dopo trent’anni di trattative, dell’accordo sui dazi tra UE e Mercosur che molti potranno pensare alle magnifiche sorti e progressive di un’Alitalia a trazione colombiana. Magari c’è pure che, preso un 30% del vettore aereo, non potendo comunque aumentare più di tanto la quota in Alitalia, pena la perdita di status di vettore UE, al mecenate Efromovich sia offerta una quota delle Ferrovie, per la quale la quotazione in borsa resta la magnifica aspirazione.

In questo scenario di fuochi d’artificio, i cultori del libero mercato, illusi che trasporto aereo, come energia, infrastrutture, banche, acciaio, cantieristica e armamenti siano commodities irrilevanti da un punto di vista sistemico, ventilano di volta in volta l’opzione Lufthansa che ci libererebbe finalmente da questo feuilleton senza fine della storia di Alitalia. E certamente i tedeschi, che non esitano a definirci “plebaglia” quando ci macchiamo di protagonismo nazionalista contro una Ong e il suo capitano dal gentile aspetto, non esiterebbero ugualmente a imbarcare sui loro aerei questa plebaglia perché, in fondo, pecunia non olet.

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