Senza categoria

Robot: ecco i lavori dove l’intelligenza artificiale non può sostituirci

di

robot

I robot non potranno sostituire l’uomo in tutte le sue mansioni. Quali i lavori che si salveranno?

 

Il futuro del mondo del lavoro? I robot… almeno secondo una ricerca pubblicata da  McKinsey, società internazionale di consulenza manageriale. A dare man forte alla crisi occupazionale che attanaglia l’economia da anni, ciclicamente torna la versione futuristica, o forse non più così tanto, che desidera e ipotizza un mondo in cui l’uomo verrà pian piano sostituito dalla macchina. Secondo questa ricerca almeno la metà dei lavori presentano il 30% di funzioni che potrebbero essere sostituite facilmente da robot.

robotDa questa ricerca il Guardian ha preso spunto, e dopo aver analizzato i dati, ha stilato una serie di occupazioni che possono sentirsi al riparo da una delle paure dell’ultimo secolo. Ma partiamo con ordine.

L’invasione dei robot

Tra 15 anni il mondo del lavoro sarà davvero diverso, dominato da robot, da tecnologia e sempre meno dall’uomo. Uno studio di PricewaterhouseCoopers (Pwc), sostiene infatti che nel 2032 (circa), il 38% dei posti di lavoro disponibili oggi negli Stati Uniti potrebbero essere presi dai robot. In Germania, invece, l’automazione eliminerà il 35% dei posti e in Gran Bretagna il 30%. In Giappone “solo” il 21%.

Le percentuali potrebbero variare, però, se intelligenza artificiale e automazione non rispetteranno, nei prossimi anni, le attutali stime di velocità ed estensione delle capacità. Non è possibile, infatti, definire con certezza gli attuali sviluppi del progresso tecnologico e dunque le stime precise. Grosso modo, i numeri dovrebbero esser questi. E, in parte, dovrebbero farci preoccupare.

I dati ricalcano un po’ quanto già affermato nell’ultimo rapporto del McKinsey Global Institute, in cui si dimostra che ben il 49% delle attività (che producono salari complessivi per annui per 15.8 miliardi di dollari), grazie alle attuali tecnologie, potrebbe essere svolto dai robot. Meno del 5% del totale professioni potrà essere completamente automatizzato e nel 60% dei lavori, il 30% delle attività potranno essere svolte automaticamente da robot.

Già nel 2013 venne pubblicato uno degli studi più completi al riguardo dalla Oxford University. Secondo la prestigiosa università inglese, dopo aver preso in esame l’impatto della computerizzazione su 700 professioni, quasi il 50% dei lavoratori americani risulterebbe impiegato in un settore ad alto rischio di automizzazione.

Il lavoro, secondo gli analisti, sarà ad appannaggio di coloro che riusciranno ad avere carriere diversificate, con collaborazioni multiple in molte aziende, portando avanti anche 7-8 lavori contemporaneamente.

I robot hanno già preso il posto dell’uomo

Gli automi sono già entrati nelle fabbriche e negli uffici di tutto il mondo. Almeno secondo un rapporto dell’International Federation of Robotics, secondo cui sono già operativi in tutto il mondo oltre 1,5 milioni di robot industriali. E il numero è destinato almeno a raddoppiare entro il 2025.

Facendo riferimento agli Stati Uniti, a sfruttare le potenzialità dei robot è soprattutto il settore dell’auto, che sfrutta il 39% dei robot industriali utilizzati negli Stati Uniti. I dati del 2014 danno un rapporto di 117,7 robot ogni mille lavoratori. Segue a distanza il settore dell’elettronica da consumo (13,1 robot ogni mille lavoratori) e le industrie chimica e metallurgica (rispettivamente 9,9 e 8,3 robot per lavoratore). L’automazione è invece pressoché inesistente nei comparti cartiero e tessile.

I lavori a cui diremo addio

Parlando di lavori che potrebbero andare sparendo(per l’uomo, si intende) troviamo quello dell’addetto del telemarketing con un rischio dell’99%. Profezia quasi avverata visto che già da alcuni anni si assiste alle telefonate pubblicitarie fatte con voci registrate.

Ma non solo: anche i dipendenti che assistono i cittadini nella compilazione dei moduli delle tasse, oppure gli assistenti legali potranno vedere la propria professionista surclassata dai computer. Per questi la cifra sia aggira intorno al 94% di probabilità. Secondo Dolittle, una compagnia di consulenza legale tra le più prestigiose al mondo, entro il 2040, centomila lavoratori potrebbero essere sostituiti.

Cambiando ambito, anche uno dei lavori che meglio mette in evidenza estro e creatività dovrà piegarsi alla praticità delle macchine: la cucina. Ovviamente non quella dei grandi chef stellati ma quasi sicuramente quella dei fast food. Qui il rischio si aggira intorno all’81%. Un assistente robot cuocerà il nostro hamburger e friggerà le nostre patatine seguendo tempi e tecniche stabilite dai programmatori.

…e i lavori che si salvano

Ma quali saranno invece le occupazioni che potrebbero salvarsi dall’avvento e sopravvento delle macchine?

Al sicuro sembrerebbero sociologi e psicologi, con un rischio dello 0,3%; i nutrizionisti con lo 0,39%, i medici con lo 0,42 e i ministri di culto con lo 0,81. Dunque, non tutto è perduto.

Sempre il Guardian fa notare che le profezie del 1930 di Keynes non si sono avverate. Quella settimana lavorativa di 15 ore, che il padre della macroeconomia aveva presagito, sono diventate una mera illusione.

Donne particolarmente in pericolo

Secondo Carl Benedikt Frey, uno dei curatori della ricerca della Oxford University, i lavori non spariranno, ma saranno ridefiniti. Le occupazioni più a rischio saranno quelle legate alla routine, alla ripetitività. Le donne forse correranno qualche pericolo in più: secondo Saadia Zahidi del World Economic Forum (WEF) andremo in contro ad una discriminazione di genere.

Il gentil sesso infatti, da sempre, risulta meno attivo in lavori legati ad aree di scienza e tecnologia. Ma la tempo stesso sanità e istruzione, sono da sempre baluardo femminile, e secondo le previsioni non dovrebbero cedere il posto alle macchine.

Non resta che aspettare e vedere come andrà finire, contando sul fatto che dalla rivoluzione industriale in poi l’uomo è riuscito a crescere in parallelo con le macchine, continuando a mantenere inalterato il suo ruolo di supremazia.

Arruolato il primo robot poliziotto

Ha preso servizio nelle scorse settimane, a Dubai, il primo robot poliziotto. Secondo quanto riportato dal quotidiano locale Gulf news, il primo gesto compiuto dall’agente robotico è stato quello di “effettuare il saluto militare” agli ospiti presenti alla cerimonia di presentazione, ma tra i suoi compiti c’è anche quello di pattugliare le zone e far pagare le multe.

In che modo? Tutto è molto semplice: attraverso il touchscreen sul suo corpo si potrà segnalare un reato o effettuare il pagamento delle multe per le violazioni al codice stradale; è dotato anche di una tecnologia per il riconoscimento facciale e parla sei lingue, per dare assistenza ai turisti.

Non solo: il robot poliziotto potrà scattare fotografie che verranno trasmesse istantaneamente alla centrale gestita da colleghi umani, per segnalare eventuali sospetti ma anche incendi o incidenti stradali.

Il turno di servizio del cyber-agente non potrà superare le otto ore, dal momento che l’autonomia concessa dalle batterie in dotazione copre questo arco temporale.

Il primo modello è frutto della collaborazione tra il dipartimento di polizia di Dubai, Google e Ibm, nell’ambito di un progetto mirato ad ampliare le funzioni dei robocop per fornire maggiore supporto ai colleghi umani.

BlackRock un automa al posto di trader umani

Aria di rivoluzione tecnologica in casa BlackRock, la più grande società di investimento al mondo con in portafoglio 5100 miliardi di dollari di averi. Il fondo finanziario americano ha sostituito i trader umani con un cervellone elettronico per lo stock picking, ovvero per la selezione di azioni e titoli. Saranno le macchine a prendere in considerazione una serie sterminata di variabili, cercando di comprendere quali siano i titoli più redditizi sui quali puntare e quale sarà l’evoluzione del loro prezzo.

La decisione del fondo viene dalla necessità di velocizzare e migliorare la scelta dei titoli: i computer potranno svolgere meglio dell’uomo questo lavoro. Alle macchine riesce meglio sia l’analisi sistematica di una grande quantità di dati, sia la minimizzazione del relativo margine di errore.

Insomma, sui ‘big data’ il cervello umano non potrà mai competere con l’intelligenza artificiale. “La democratizzazione dell’informazione ha fatto diventare sempre più arduo il compito dell’active management.

Dobbiamo cambiare l’ecosistema, il che vuol dire far conto di più su big data, intelligenza artificiale, fattori e modelli nell’ambito di strategie di investimento sia tradizionali che quantitative”, spiega il ceo di BlackRock Larry Fink al New York Times.

C’è di più. L’assunzione degli automi abbasserà i costi delle commissioni a carico degli investitori.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER

Iscriviti alla nostra mailing list per ricevere la nostra newsletter

Iscrizione avvenuta con successo, ti dovrebbe arrivare una email con la quale devi confermare la tua iscrizione. Grazie, il tuo Team Start Magazine

Errore

Articoli correlati