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Non solo Colombia, in America Latina si trumpeggia?

L’America Latina sta vivendo una decisa onda conservatrice e securitaria, spinta da violenza, narcotraffico e stanchezza verso la sinistra, che ha portato al potere leader di destra come Milei, Kast, Asfura e Fernández, con la benedizione di Trump e mercati.

Negli ultimi vent’anni l’America Latina è stata terreno fertile per la sinistra, che qui aveva configurato il proprio potere come egemonico. Oggi quella tendenza appare decisamente superata.

Le ultime tornate elettorali descrivono uno spostamento netto verso destra, securitario, anti-establishment e spesso trumpiano, che va ben oltre una semplice alternanza di potere.

Non si tratta infatti soltanto di un cambio di colore politico: è un riallineamento continentale che investe sicurezza, modello economico, welfare e posizionamenti internazionali.

Analisti e osservatori si domandano se siamo di fronte a un fenomeno coordinato capace di ridisegnare in modo duraturo il volto della regione.

Secondo i sondaggisti di Latinobarómetro citati dall’ISPI, la quota di elettori che si identificano con la destra o il centro-destra è la più elevata da oltre vent’anni.

Al centro di tutto c’è una domanda pressante di ordine e di risultati concreti, in un contesto di violenza dilagante e disillusione verso la politica tradizionale. È questa spinta che ha portato al successo leader come Javier Milei, José Antonio Kast, Nayib Bukele e, da ultimo, ha fatto prevalere al primo turno delle presidenziali in Colombia Abelardo de la Espriella alle elezioni della scorsa domenica.

La domanda di ordine a tutti i costi

Il motore principale di questa svolta è la sicurezza, percepita come priorità assoluta. La produzione di cocaina in America Latina è triplicata nell’ultimo decennio, i cartelli si sono frammentati diventando più aggressivi e il continente non è più solo zona di transito ma anche mercato interno di consumo.

Questo ha trasformato interi territori in campi di battaglia per il controllo di porti, rotte e snodi logistici, con una violenza che ha raggiunto livelli record.

In questo scenario, la promessa di “mano dura” diventa politicamente vincente. Cresce la disponibilità dei cittadini ad accettare misure autoritarie, purché ristabiliscano l’ordine perduto.

Il modello più ammirato è quello di Bukele in El Salvador, il cui consenso travalica i confini nazionali e viene citato come esempio da numerosi candidati.

Secondo i dati delle Nazioni Unite riportati dall’ISPI, l’America Latina, pur rappresentando solo l’8% della popolazione mondiale, concentra circa il 30% degli omicidi globali. Non sorprende quindi che la sicurezza sia, in molti Paesi, la prima preoccupazione degli elettori, superando persino economia e disoccupazione.

Il responso delle urne

I risultati elettorali degli ultimi due anni confermano questa tendenza con una regolarità impressionante.

In Argentina, Milei ha vinto a mani basse le presidenziali e consolidato il proprio mandato vincendo nettamente le legislative di metà mandato del 2025, nonostante scandali e difficoltà economiche, come riporta la BBC. Gli argentini, soprattutto i più giovani, sembrano aver scelto l’incertezza del cambiamento piuttosto che il ritorno al passato peronista.

In Bolivia, Rodrigo Paz ha posto fine a due decenni di dominio socialista del MAS, cavalcando la profonda crisi economica, la scarsità di dollari, carburante e la delusione accumulata verso Evo Morales e i suoi eredi, come racconta con dovizia di particolari il New York Times.

In Honduras, Nasry Asfura ha riportato la destra al potere con un programma centrato su sicurezza, lotta al narcotraffico, creazione di posti di lavoro e un esplicito riallineamento con Washington, secondo quanto scrive Reuters.

Il caso del Cile rimane uno dei più emblematici. L’elezione di Kast alla fine del 2025 ha rappresentato una vera rottura simbolica: è la destra più radicale al governo dal ritorno alla democrazia dopo Pinochet.

Kast non ha mai nascosto la propria vicinanza ad alcuni aspetti dell’eredità militare e la sua vittoria segnala che, per molti cileni, quel tabù è caduto di fronte alla crescente insicurezza.

Anche l’ex “oasi” democratica del Costa Rica ha virato a destra. La vittoria della populista Laura Fernández all’inizio del 2026 dimostra quanto il narcotraffico abbia cambiato tutto, trasformando il Paese da semplice corridoio a hub logistico della cocaina, con un balzo degli omicidi che ha allarmato la popolazione. Fernández ha prevalso anche sulla base della promessa di edificare nuove carceri di massima sicurezza sul modello Bukele, come riferisce il Guardian.

A chiudere il cerchio, domenica scorsa in Colombia de la Espriella – avvocato penalista senza esperienza governativa, soprannominato “El Tigre” – ha ottenuto il 43,7% al primo turno delle presidenziali, lasciandosi alle spalle in vista del ballottaggio il candidato di sinistra Iván Cepeda, delfino del presidente uscente Gustavo Petro.

Ammiratore dichiarato di Trump e Milei, de la Espriella ha centrato la campagna su ordine pubblico, mega-prigioni, lotta senza quartiere alla criminalità e difesa dei valori familiari tradizionali.

Il voto colombiano, a dieci anni dagli accordi di pace con le FARC, è stato letto come un referendum sulle politiche progressiste di Petro e conferma che la svolta a destra è ormai un fenomeno continentale.

Economia, mercati e la benedizione di Trump

Accanto alla sicurezza, il fattore economico gioca un ruolo decisivo. Dopo una lunga fase di crescita debole e stagnazione, i nuovi leader promettono di ridurre il perimetro dello Stato, tagliare la burocrazia e attirare investimenti privati.

I mercati finanziari hanno reagito con entusiasmo, interpretando l’ascesa della destra come l’avvio di un ciclo più favorevole agli affari, osserva Bloomberg.

Sul piano geopolitico, il ritorno di Donald Trump al potere ha rafforzato questi governi. Invece di provocare una reazione anti-imperialista, ha favorito leader che si dichiarano suoi alleati.

Le inclinazioni di Trump si sono fatte sentire subito. Il salvataggio finanziario dell’Argentina, la pressione su Pechino per il controllo del canale di Panama, l’intervento in Venezuela con la rimozione di Maduro e l’assalto al fortino cubano hanno ridefinito le relazioni emisferiche, come sottolineato dalla CNN.

Trump, rimarca la CNN, sta cercando di riportare l’intera regione nell’orbita americana, anche a costo di impiegare metodi muscolari uniti ad avvertimenti e minacce esplicite.

Non solo ideologia

Come sottolinea Antonella Mori, responsabile America Latina dell’ISPI, dietro questa onda non c’è tanto una conversione ideologica di massa quanto una profonda stanchezza.

Criminalità organizzata, narcotraffico, flussi migratori soprattutto dal Venezuela e corruzione endemica hanno logorato la fiducia nei governi di sinistra.

Il crescente peso del cristianesimo evangelico ha inoltre portato al centro del dibattito temi valoriali come aborto, famiglia e identità di genere.

Un’onda duratura o un semplice pendolo?

Questa svolta non crea un blocco monolitico. Molti governi conservatori mantengono elementi di spesa sociale, più per necessità politica che per convinzione.

Tuttavia, il filo conduttore è evidente: sicurezza, crescita economica e stabilità vengono anteposti, quando necessario, a garanzie democratiche più ampie, come osserva il New York Times.

Resta da vedere se quello cui stiamo assistendo è un cambiamento strutturale o un classico pendolo latinoamericano.

Il prossimo test sarà questa domenica in Perù, dove secondo i sondaggi il candidato presidenziale di sinistra Roberto Sánchez e la sua sfidante conservatrice Keiko Fujimori restano in sostanziale pareggio statistico, come riferisce Reuters.

Ma la prova più importante sarà nel Brasile di Lula, che cerca un quarto mandato in un contesto regionale ormai ostile.

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