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Che cosa farà il governo rosso-giallo

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Pd

L’opinione di Francesco Giubilei

Il percorso per la formazione di un ipotetico esecutivo Pd-M5s è tutt’altro che scontato e di facile realizzazione, sebbene ad ora sembri lo scenario più plausibile, non sono escluse sorprese e la possibilità che non si trovi un accordo e si torni al voto. Né al Partito Democratico né tanto meno al Movimento Cinque Stelle converrebbe tornare alle urne, i sondaggi danno la Lega al 38% e il centrodestra in netto vantaggio, Di Maio e Zingaretti (o meglio Renzi) sono consapevoli che nei prossimi mesi e anni si giocheranno partite di peso come l’imminente commissario europeo, le nomine per le partecipate nel 2020 e soprattutto l’elezione del Presidente della Repubblica nel 2022. Occasioni troppo importanti per lasciarsele sfuggire e per rischiare sia la Lega a dare le carte.

Per il momento lo scoglio principale non sono i nomi da individuare per un’ipotetica squadra di governo (su cui si potrà convergere in un secondo momento) quanto i contenuti programmatici e i punti in comune tra Pd e M5S. Un nuovo ipotetico esecutivo verrebbe sostenuto anche da alcuni deputati del gruppo misto, da Più Europa di Emma Bonino e dall’estrema sinistra di Leu guidata da Grasso. Un’alleanza che renderebbe il governo in formazione come il più sbilanciato a sinistra della storia repubblicana. Non è un caso che la prima condizione indicata da Zingaretti a Mattarella sia l’abolizione totale dei due decreti sicurezza e che nei cinque punti fissati dalla direzione nazionale del Pd sia indicato un “cambio nella gestione dei flussi migratori, con pieno protagonismo dell’Europa” e una “svolta delle ricette economiche e sociali, in chiave redistributiva”.

È proprio sull’espressione “chiave redistributiva” che occorre soffermarsi perché sembra anticipare una misura che da anni aleggia nel dibattito politico italiano: la patrimoniale. In caso di formazione di un esecutivo Pd-M5S-Leu-Più Europa dovremmo aspettarci, oltre alla realizzazione della patrimoniale, una revisione delle politiche migratorie attraverso una maggiore accoglienza, una politica economica fortemente basata su misure assistenziali e il rischio di una deriva in senso giustizialista determinata da una visione troppo spesso giacobina della giustizia. Lo sbilanciamento a sinistra sarebbe determinato dal prevalere anche all’interno del Movimento Cinque Stelle dell’ala facente capo a Fico e dalla consapevolezza che l’elettorato grillino ad oggi sia composto in prevalenza da persone ideologicamente vicine a idee progressiste.

Una linea politica accettabile se questo fosse il volere della maggioranza degli italiani, peccato che solo un paio di mesi fa alle elezioni europee le urne abbiano premiato in modo netto il centrodestra.

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