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Vaccinazioni in azienda: numeri, fini e problemi

Vaccini

Vaccinazioni in azienda: il progetto governo-Inail, i paletti del Garante della Privacy e le questioni aperte

 

Al via le vaccinazioni in azienda: 12,3 milioni di lavoratori, corrispondenti a 81 codici Ateco, potrebbero presto essere immunizzati in base alle priorità. Ma la questione va ben oltre il nodo sanitario: cosa accade se un dipendente rifiuta la somministrazione del farmaco?

Il Garante della Privacy prova a fare chiarezza: la vaccinazione anti-Covid sul luogo di lavoro è una questione appannaggio del medico aziendale. Andiamo per gradi.

VACCINAZIONI IN AZIENDA AL VIA

La campagna di vaccinazione italiana si estende anche alle aziende. “Siamo pronti contestualmente alla disponibilità di dosi”, dice il ministro del Lavoro, Andrea Orlando. “Si inizia da coloro che in questi mesi di emergenza sanitaria hanno contribuito a non far fermare il Paese nei settori essenziali: dai lavoratori del commercio al dettaglio e della grande distribuzione nel settore alimentare, agli addetti ai trasporti, dai lavoratori della ristorazione ai servizi alla persona”, aggiunge Orlando.

IL DOCUMENTO INAIL

L’Inail ha già stilato la lista con tutti i settori produttivi che potranno vaccinare i propri lavoratori a partire da giugno in base a tre classi di priorità. La platea che potrebbe essere sottoposta a vaccino è di 17,8 milioni di lavoratori, per 90 codici ateco, ma togliendo i settori degli operatori sanitari, dell’istruzione, delle forze dell’ordine e della difesa, già vaccinati, i candidati possibili, effettivi, si riducono a 12,3 milioni, per 81 codici Ateco.

732 SITI AZIENDALI ACCREDITATI

732 i siti aziendali, invece, già accreditati dalla struttura del commissario Figliuolo. Le Regioni avranno il compito di attivare le vaccinazioni nei luoghi di lavoro, in base alle priorità.

IL RISPETTO DELLA PRIVACY

Nonostante la somministrazione avvenga sul luogo di lavoro, però, il datore non può e non deve sapere se il dipendente ha ricevuto il vaccino. A specificarlo è il Garante della Privacy, che ha adottato un documento di indirizzo.

La vaccinazione in azienda “costituisce un’iniziativa di sanità pubblica, ragione per la quale la responsabilità generale e la supervisione dell’intero processo rimangono in capo al Servizio sanitario regionale e dovrà essere attuata nel rispetto della disciplina sulla protezione dei dati”, spiega il Garante, specificando: “non è consentito al datore di lavoro raccogliere direttamente dai dipendenti, dal medico competente, o da altri professionisti sanitari o strutture sanitarie, informazioni relative all’intenzione del lavoratore di aderire alla campagna o alla avvenuta somministrazione (o meno) del vaccino e ad altri dati relativi alle sue condizioni di salute”.

VACCINAZIONE IN AZIENDA: IL DATORE NON DEVE SAPERE

Tradotto: il datore di lavoro non può conoscere l’identità di chi si vaccina, neanche in caso di consenso del lavoratore. “Tenuto conto dello squilibrio del rapporto tra datore di lavoratore e dipendente, il consenso del lavoratore non può costituire in questi casi un valido presupposto per trattare i dati sulla vaccinazione”, spiega il Garante.

NESSUNA CONSEGUENZA PER DIPENDENTE

E ancora. L’Autorithy aggiunge che dalla scelta del dipendente “non è consentito far derivare alcuna conseguenza, né positiva né negativa, dall’adesione o meno alla campagna vaccinale”.

LA RESPONSABILITÀ IN CASO DI MALATTIA

Non mancano dubbi e nodi da sciogliere. Uno su tutti quello sulla responsabilità in caso di contagio: “Molti imprenditori intanto si chiedono già cosa succede se un dipendente non si vaccina e poi si ammali: la responsabilità ricadrà sul datore di lavoro?”, si chiede La Verità.

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