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Quali ostacoli sta incontrando la pillola anti Covid in Italia?

Pillola Anti Covid

Le regioni iniziano a ricevere la pillola anti Covid di Merck ma potrebbe non essere così facile somministrarla e rischia di rimanere inutilizzata come è già successo con i monoclonali. Ecco perché

 

Dal 4 gennaio le regioni italiane stanno ricevendo la pillola anti Covid di Merck, ma all’orizzonte sembrano esserci difficoltà per il farmaco che, oltre a prevenire l’aggravarsi di una persona positiva, dovrebbe alleggerire la pressione sugli ospedali.

A lanciare l’allarme è stato il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo), Filippo Anelli.

COSA HA DETTO ANELLI

“Condivido con i colleghi le preoccupazioni sull’eccesso di burocrazia che potrebbe determinare il non utilizzo della pillola Merck contro il Covid, un farmaco autorizzato da qualche giorno. Potrebbe accadere ciò che è successo con i monoclonali”, ha detto al Corriere della sera il presidente della Fnomceo.

PERCHÉ NON STA ANDANDO TUTTO LISCIO

“L’eccesso di passaggi burocratici, oltre al mancato utilizzo del farmaco, determinerebbe anche uno spreco di risorse economiche da parte della Regione e dello Stato. La pillola, a differenza del monoclonale che è un po’ complicato da fare a domicilio perché va somministrato per endovena, può essere fatta assumere a casa senza problemi”, ha aggiunto Anelli.

“In questo caso i presidi territoriali interessati sono i distretti. Doversi recare in ospedale per ritirare la pillola – ha concluso – scoraggerebbe l’utilizzo di un presidio che, qualora il medico lo ritenesse importante, potrebbe costituire un salvavita per molti pazienti”.

“UNA SVOLTA, MA NON PER TUTTI”

“La pillola anti Covid della Merck sarà molto utile, secondo me è una svolta, ma non per tutti”, aveva detto qualche giorno fa Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive all’ospedale San Martino di Genova.

Lentezza e burocrazia non sono sicuramente dalla parte del farmaco che, infatti, necessita di una diagnosi precoce e deve essere prescritto entro i primi 5 giorni dalla comparsa dei sintomi.

“Ci sono criteri molto precisi che ha definito Aifa per utilizzare l’antivirale, fondamentalmente molto simili a quelli che usiamo per i monoclonali. Ovviamente – ha spiegato Bassetti – non è che puoi dare la pillola al primo che a 30 anni triplo-vaccinato ha i sintomi, non possiamo pensare che queste pillole da 700-800 euro al giorno vadano nei banchi della farmacia. Devono essere prescritte dallo specialista. Per questo, come i monoclonali, sono gestite dagli ospedali in collaborazione con i medici di base”.

COME E DA CHI VENGONO SOMMINISTRATE

Le regioni dividono le scorte tra i vari ospedali e le inviano alle strutture in cui sono presenti le unità operative di infettivologia.

“La segnalazione dei pazienti da trattare con la pillola antivirale partirà dai medici delle Usca e da quelli di medicina generale. La platea che ne avrà accesso è la stessa che può usufruire degli anticorpi monoclonali”, ha chiarito a La Nazione il direttore di Malattie Infettive delle Scotte (Siena), Mario Tumbarello.

“Potrà essere somministrata a pazienti non ricoverati che hanno sviluppato da poco la malattia in forma lieve o moderata che dovranno assumerla entro cinque giorni dall’insorgenza dei sintomi. Si tratta – ha proseguito – di persone che non hanno una malattia grave ma con fattori di rischio come, ad esempio immunodepressione, un grave diabete. Si tratta di persone che si trovano in casa”. Ma, conclude il professore, “va costruito un percorso di accesso alla terapia e ci sono numerosi fattori da valutare”.

Per la prescrizione della pillola anti Covid di Merck, si legge sul sito dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), “è previsto l’utilizzo di un registro di monitoraggio”.

COME SONO STATE DISTRIBUITE

L’Italia finora ha ricevuto 11.899 confezioni da 40 compresse. I trattamenti, scrive Il Sole24Ore, sono stati così suddivisi tra le varie regioni: “all’Abruzzo 360 confezioni, alla Basilicata 60, alla Calabria 120, alla Campania 480, all’Emilia Romagna 840, al Friuli Venezia Giulia 240, al Lazio 1.680, alla Liguria 1.080, alla Lombardia 1.800, alle Marche 600, al Molise 60, al Piemonte 739, alla Provincia autonoma di Bolzano 60, alla Provincia autonoma di Trento 60, alla Puglia 240, alla Sardegna 60, alla Sicilia 360, alla Toscana 1.440, all’Umbria 60, alla Valle d’Aosta 120, al Veneto 1.440”.

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