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Perché il vaiolo delle scimmie si sta diffondendo tra gli umani?

Vaiolo Scimmie Umani

Dal 1970 la maggior parte dei casi di vaiolo delle scimmie nell’uomo è collegata ad animali infetti o a viaggi in Paesi dove il virus è endemico, ma l’origine dell’epidemia in corso resta una sorta di giallo. Ecco le possibili spiegazioni sulla sua diffusione tra gli umani e che piega potrebbe prendere il virus

 

Scoperto per la prima volta nel 1958 da un laboratorio di Copenaghen, il vaiolo delle scimmie o monkeypox deve il suo nome ad alcune scimmie infette importate nel Paese da Singapore un paio di mesi prima. Tuttavia, si ritiene probabile – ma non è stato ancora provato – che il virus abbia origine nei roditori.

IL PRIMO CASO NELL’UOMO

Il primo caso nell’uomo, invece, fu individuato solo 1970 in un bambino di nove mesi ricoverato in un ospedale della Repubblica Democratica del Congo. Come ricorda Bbc, nonostante il paziente vivesse in un’area di foresta pluviale tropicale popolata da scimmie, i medici non furono in grado di stabilire se fosse entrato recentemente in contatto con una scimmia infetta o se provenisse da un’altra fonte.

Il ragazzo si riprese dall’infezione, ma pochi giorni contrasse il morbillo, che ne causò la morte.

LA DIFFUSIONE IN AFRICA E L’ARRIVO NEGLI STATI UNITI

Sebbene non ci sia la certezza che ci possano essere stati altri casi prima di questo, è certo invece che da allora ne sono stati segnalati molti altri in diversi Paesi africani, a cui è seguita la prima epidemia negli Stati Uniti nel 2003, quando sono stati segnalati 70 casi.

Fino a poco tempo fa, scrive il Time, “il vaiolo delle scimmie si diffondeva raramente da persona a persona”. Nel 2005, uno studio ha addirittura dichiarato un gruppo di sei casi nella Repubblica del Congo “la più lunga catena ininterrotta di vaiolo delle scimmie negli umani completamente documentata fino a oggi”.

COME È ARRIVATO IL VAIOLO DELLE SCIMMIE NEGLI USA E OLTRE

Secondo la ricostruzione della Bbc, si pensa che il virus sia arrivato negli Stati Uniti attraverso cani della prateria infetti. Questi erano stati tenuti come animali domestici e avevano abitato con ratti e ghiri del Gambia importati dal Ghana.

Da quel momento altri casi sono stati riscontrati nel Regno Unito, in Israele e a Singapore, ma si trattava per lo più di persone che avevano recentemente viaggiato in Africa o contratto il virus da animali infetti.

PRIMATI, RODITORI E PIPISTRELLI

“Per molto tempo gli scienziati hanno pensato che le malattie dei primati fossero le più minacciose per l’uomo a causa della nostra stretta somiglianza genetica, e questo è vero”, ha spiegato alla Bbc Sagan Friant, antropologa della Pennsylvania State University che studia il vaiolo delle scimmie in Nigeria da oltre 15 anni, “ma ci stiamo rendendo conto che le malattie infettive dei roditori e dei pipistrelli sono sempre più importanti quando pensiamo alla diffusione di nuove malattie nelle popolazioni umane”.

IL GIALLO SULL’ORIGINE DELL’ATTUALE EPIDEMIA

Se in passato è stata sempre accertata l’origine dei focolai del virus del vaiolo delle scimmie, l’attuale epidemia individuata a maggio dal Regno Unito “è ancora una sorta di giallo medico”, scrive Bbc.

“L’analisi genetica – spiega l’articolo – ha rivelato che la variante del virus che sta causando i focolai appartiene a un ramo dell’albero evolutivo del vaiolo delle scimmie che è apparso inizialmente in Africa occidentale, ma non è stato trovato un chiaro collegamento con i Paesi in cui il virus è endemico. Al contrario, gli esperti sanitari sospettano che il virus possa essere circolato inosservato nelle popolazioni umane di diversi Paesi al di fuori dell’Africa per diversi mesi, se non più a lungo”.

Anche le Nazioni Unite affermano che “non c’è un chiaro legame tra i casi segnalati e i viaggi dai Paesi endemici, né un legame con gli animali infetti”.

IL SALTO DI SPECIE E LA DIFFUSIONE DA UOMO A UOMO

Alcune zoonosi, ovvero le infezioni che passano dagli animali all’uomo, hanno anche la capacità di passare da uomo a uomo una volta compiuto il salto di specie.

Altre analisi genetiche, non ancora sottoposte a peer-review, hanno infatti indicato che questo ceppo del virus del vaiolo delle scimmie potrebbe aver acquisito già nel 2017 la capacità di diffondersi da uomo a uomo.

Da allora ha accumulato un elevato numero di mutazioni che lo hanno reso più capace di infettare e passare da un ospite all’altro, tra cui una che potrebbe aiutarlo a inibire alcune delle nostre difese immunitarie.

IL VIRUS DEL VAIOLO DELLE SCIMMIE PUÒ MUTARE?

Nonostante si tratti di una malattia molto dolorosa e debilitante, il tasso di mortalità del ceppo attuale è di circa l’1% ma soprattutto si tratta di un virus che trasporta un doppio filamento di Dna, il che lo rende relativamente stabile. Una buona notizia perché significa che ha meno probabilità non tanto di mutare ma di mutare in varianti più letali o più trasmissibili, a differenza per esempio del Sars-CoV-2 (responsabile del Covid-19), che invece contiene materiale genetico costituito da un singolo filamento di Rna.

Tuttavia, riferiscono gli esperti, una ricerca ancora preliminare ha identificato potenziali mutazioni che non sono ancora state osservate nel virus, ma che potrebbero alterare la patogenicità della malattia se si dovessero verificare in futuro.

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