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Per l’Ue un burger può essere vegetale ma una bistecca no

Niente "bistecca" di tofu, ma burger, nuggets o salsicce possono essere anche vegetali. Dopo mesi di discussioni, l'Ue ha scelto la via del compromesso, ma l'Italia, nonostante la sua battaglia contro il meat sounding, si dice soddisfatta. Fatti e commenti

 

L’Unione europea chiude la porta alle denominazioni “carnose” sui prodotti vegetali e sulla carne coltivata in laboratorio, imponendo regole più rigide a mesi di tensioni tra innovazione alimentare e tutela degli allevatori. La stretta, che coinvolge più di trenta termini legati a carne e tagli animali, arriva insieme a nuove norme sui contratti agricoli per dare maggiore forza agli agricoltori.

L’Italia esulta, sottolineando come il proprio modello agroalimentare riceva finalmente riconoscimento a livello europeo.

COSA SI PUÒ DIRE E COSA NO

Dopo mesi di negoziati tra Parlamento europeo, Consiglio e Commissione, è stato raggiunto un compromesso sulla revisione del regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati (OCM). L’accordo vieta l’uso di termini legati alla carne per commercializzare prodotti vegetali, misura sostenuta da diversi rappresentanti del settore zootecnico europeo.

Come riporta Le Monde, non potranno essere impiegate denominazioni generiche o riferimenti a specie animali e tagli di carne, come “carne”, “bacon”, “manzo”, “vitello”, “maiale”, “pollo”, “tacchino”, “anatra”, “agnello”, “oca”, “montone”, “ovino”, “capra” e parole che richiamano parti dell’animale o tagli specifici: “coscia”, “filetto”, “lombo”, “flank”, “lonza”, “bistecca”, “costine”, “spalla”, “stinco”, “braciola”, “ala”, “petto”, “fegato”, “coscia posteriore”, “punta di petto”, “entrecôte”, “T-bone” e “fesa”.

Al contrario, alcune denominazioni generiche diffuse nel mercato resteranno consentite: “burger”, “salsiccia” ed “escalope” potranno continuare a essere utilizzate per prodotti vegetali come i “veggie burger” o le “salsicce vegane”. È prevista anche la possibilità di eccezioni per denominazioni consolidate nel tempo che non indicano direttamente carne, come i “pomodori cuore di bue”.

IL DIBATTITO TRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE

La questione delle denominazioni ha aperto un confronto tra sostenitori del settore zootecnico tradizionale e promotori delle alternative vegetali. Gli allevatori sostengono che l’uso di termini tipici della carne possa confondere i consumatori e penalizzare un comparto già in difficoltà economica.

Associazioni dei consumatori e parte dell’industria alimentare hanno invece criticato la misura. “Sostenere che questi nomi legati alla carne creino confusione tra i consumatori è assurdo – ha dichiarato Agustín Reyna, direttore generale dell’organizzazione europea dei consumatori BEUC, sottolineando che la maggior parte delle persone comprende i termini se i prodotti sono chiaramente etichettati come vegetariani o vegani -. Le nuove regole aumenteranno la confusione e semplicemente non sono necessarie”.

L’eurodeputata dei Verdi Anna Strolenberg ha aggiunto: “Per fortuna la polizia linguistica conservatrice non è riuscita a vietare il ‘burger vegetariano’. Purtroppo, però, diverse altre parole finiscono comunque nella lista nera. È un peccato: l’Europa dovrebbe sostenere gli imprenditori innovativi, non mettere nuovi ostacoli sul loro cammino”.

LA POSIZIONE DEGLI ALLEVATORI

La proposta di limitare alcune denominazioni è stata promossa da Céline Imart, eurodeputata francese del Partito popolare europeo e coltivatrice di cereali. Imart ha definito l’accordo una vittoria per gli allevatori, sottolineando che protegge il valore del loro lavoro e i prodotti frutto di un know-how unico, contrastando forme di concorrenza considerate sleali.

Il compromesso dovrà ora essere formalmente approvato dal Parlamento europeo e dagli Stati membri.

LE REGOLE PER LA CARNE COLTIVATA

L’intesa estende le restrizioni anche ai prodotti ottenuti da colture cellulari, cioè la cosiddetta carne coltivata in laboratorio, attualmente non ancora commercializzata nell’Ue. L’uso di alcune denominazioni legate alla carne potrebbe essere limitato, sebbene il quadro giuridico definitivo per il termine “carne” per questi prodotti non sia stato ancora definito.

Il tema, riferisce Euractiv, tornerà di attualità con la revisione generale delle regole OCM prevista dopo il 2027.

CONTRATTI AGRICOLI E CLAUSOLE DI RINEGOZIAZIONE

Oltre alle denominazioni, la revisione del regolamento introduce novità sui contratti agricoli, volte a rafforzare il potere negoziale degli agricoltori. Tra queste, contratti scritti obbligatori in diversi settori e la possibilità di inserire clausole di revisione dei prezzi per adeguare gli accordi all’andamento del mercato. Le cooperative potranno essere esentate dall’obbligo solo se i loro statuti garantiscono tutele sufficienti agli agricoltori.

LA SODDISFAZIONE DI LOLLOBRIGIDA

Nonostante per i più contrari si tratti di una vittoria a metà, il governo italiano ha commentato l’intesa con soddisfazione. “Ieri l’Ue ha preso due decisioni importanti per ricondurre le cose alla normalità. Si dice basta al ‘Meat sounding’, non potranno essere utilizzati denominazioni tipiche dei prodotti di origine animale per chiamare prodotti di origine vegetale e tanto più per quelli che vengono prodotti in laboratorio. È un successo dell’Italia che vede riconosciuto a livello europeo il proprio modello agroalimentare”, ha dichiarato il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.

“E poi l’Ue – ha aggiunto – ha deciso di fare propria una norma che già vale in Italia per dare più forza nelle contrattazioni ai nostri agricoltori. Una su tutte è la previsione di una clausola di revisione per i contratti superiori ai sei mesi nella fornitura di materie prime: i nostri agricoltori potranno chiedere, in tutti gli Stati dell’Ue, l’inserimento di una clausola di rinegoziazione per adeguare il prezzo di vendita dei loro prodotti all’andamento del mercato”.

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