Salute e ricerca

In Italia ci sono bioreattori per produrre vaccini anti Covid?

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brevetti vaccini

Produrre vaccini anti Covid in Italia non sarà semplice: mancano i bioreattori, Fatti e approfondimenti

 

È tutta in salita (e sterrata) la strada per produrre vaccini in Italia.

Nel nostro Paese mancano i bioreattori. Meglio, quelli che esistono sono occupati, quello di Reithera non è adatto alla produzione di massa e farne arrivare di nuovi non è semplice (e nemmeno veloce). A provare a trovare una soluzione, su invito dell’Unione europea, saranno, giovedì 25 febbraio, il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi, che si incontreranno al Mise.

Andiamo per gradi.

LE INTENZIONI

A chiedere a Giorgetti di incontrare Massimo Scaccabarozzi è stato il presidente del Consiglio Mario Draghi, che sabato scorso, scrive Repubblica, ha incaricato il ministro per lo Sviluppo economico a sondare il terreno per capire quali siano i margini per avviare nel nostro Paese la produzione dei vaccini già autorizzati. A seguire l’operazione saranno anche il ministro alla Salute Roberto Speranza e il ministro dell’Economia Daniele Franco.

LE PRIME INDAGINI

E proprio Speranza aveva già chiesto al commissario straordinario per l’emergenza Domenico Arcuri di cercare stabilimenti produttivi nel nostro Paese. Pure l’Aifa, l’Agenzia del farmaco, si sta muovendo per trovare una soluzione.

UNA RICHIESTA UE

Soluzione che anche l’Unione europea vuole che si trovi presto. Se l’Italia, infatti, produrrà vaccini anti Covid non certo lo farà solo in nome del nostro Paese. Le dosi, scrive Repubblica, verranno infatti redistribuite in tutto il continente e a noi ne spetterà il 13,6% del totale.

UNA STRADA IN SALITA

La strada, per produrre vaccini, è comunque tutta in salita. Giovedì “faremo il punto della situazione sulle possibilità di dare una mano”, ha detto Scaccabarozzi, che è anche presidente di Janssen Italia. “Diremo al ministro come si produce un vaccino e quali sono i tempi: un vaccino è un prodotto vivo, non di sintesi, va trattato in maniera particolare. Deve avere una bioreazione dentro una macchina che si chiama bioreattore. Insomma, non è che si schiaccia un bottone ed esce la fiala. Da quando si inizia una produzione passano 4-6 mesi”.

MANCANO BIOREATTORI

E sono proprio i bioreattori il nodo da risolvere. Secondo quanto ammesso da Rino Rappuoli, coordinatore della ricerca sugli anticorpi monoclonali di Toscana Life Sciences e direttore scientifico di Gsk, “bisogna intanto sapere che cosa si vuole produrre. Ci sono due fasi la prima riguarda la produzione della sostanza, il vaccino stesso: cioè produco l’Rna, o la proteina, il virus dello scimpanzé, a seconda dei vaccini. Per farlo ci vogliono i bioreattori ma in Italia non ci sono gli impianti”, ha detto Rappuoli all’Ansa.

“Solo Gsk li ha, ma non per il vaccino anti-Covid, bensì per quello contro la meningite che è batterico. Reithera ce l’ha ma non credo per fare milioni di dosi. La seconda fase riguarda l’infialamento e da noi molte aziende sono in grado di farlo”, precisa Rappuoli.

TEMPI LUNGHI

Anche i tempi non sono brevi. “Se si pensasse per esempio di adattare i bioreattori di Gsk per la produzione di vaccini anti-Covid, non si potrebbe immaginare un’operazione in quattro e quattr’otto. Tra l’altro questo significherebbe smettere di produrre il vaccino contro la meningite”, ha detto Rappuoli.

Anche mettere in piedi una produzione dall’inizio non è certo facile. “Bisogna però tenere conto che serve lo standard e l’approvazione prima dell’Ema e poi dell’Aifa e i tempi non sarebbero brevi”, ha specificato ancora Rappuoli. “Ma ci potrebbe essere un’altra via: il trasferimento in Italia della tecnologia già sviluppata da parte di Pfizer o Astrazeneca per esempio, e in questo caso ci vorrebbero dai 7-8 mesi a un anno. Mentre partendo da zero con gli impianti, per arrivare alla produzione si impiegherebbero 2 anni”.

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