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Perché sull’estensione del green pass serve un salutare pragmatismo

Programma Gualtieri

Ci vorrebbe quel sano pragmatismo che è indispensabile per affrontare il flagello del virus. Invece la politica preferisce sempre più insistere sulla propria vocazione identitaria. Trasformando anche le buone intenzioni in una rissa permanente.

In astratto, rendere obbligatoria la vaccinazione anti Covid è sempre possibile. Il problema è vedere se lo sia anche da un punto di vista reale. Che sia possibile è dimostrato dall’articolo 32 della nostra Costituzione, secondo il quale: la tutela della salute rappresenta un diritto fondamentale dell’individuo posto nell’interesse della collettività. Per cui “un determinato trattamento sanitario” può essere imposto ma solo “per disposizione di legge” tenendo, tuttavia, conto dei “limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Due sono i principi che caratterizzano la disposizione costituzionale. Il fondamentale diritto dell’individuo (anzi l’unico diritto che la Carta fondamentale considera inviolabile), e l’interesse primario della società. Due principi che possono confliggere. Non a caso la Corte costituzionale, in una nota sentenza (5/2008), parla della necessità di un loro “bilanciamento”. Nel presupposto che “l’articolo 32 Cost. postula il necessario contemperamento del diritto alla salute del singolo (anche nel suo contenuto di libertà di cura) con il coesistente e reciproco diritto degli altri e con l’interesse della collettività”.

Il Governo, pertanto, è pienamente legittimato, qualora lo ritenesse, a ricorrere allo strumento legislativo per imporre la vaccinazione obbligatoria. Anche se l’esercizio di questo “potere discrezionale” (ancora la Corte), proprio perché “discrezionale”, non sarebbe esente da critica: sia da parte delle opposizioni politiche, sia ad opera di coloro che considerano inviolabile la sfera di autonomia dell’individuo. Fino al punto di giungere, come nel caso del testamento biologico, al riconoscimento del diritto individuale di poter giungere al rifiuto delle terapie necessarie.

Al momento il Governo sembra procedere con estrema cautela, nonostante le recenti affermazioni del Presidente Draghi. Il motivo è relativamente semplice. Sono le implicazioni pratiche dell’eventuale provvedimento a creare le più forti perplessità. Il rischio è quello di creare una delle tante norme, puramente declamatorie, che abbondano nel nostro ordinamento giuridico. Non recando in sé alcuna possibilità di attuazione. Quale sarebbe, infatti, il modulo operativo che la legge dovrebbe prescrivere: una sorta di pattugliamento sanitario?

Ronde, composte da forze dell’ordine ed infermieri, che braccano colui che ancora non si è vaccinato, per inoculargli a forza il siero della salvezza. Il tutto senza considerare le cautele richiesta dalla conservazione del vaccino. Problema logistico tutt’altro che secondario. Inevitabile la conclusione: fattispecie non solo impossibile, ma impensabile. E quindi inutile evocare una necessità alla quale è impossibile fare fronte. Ed allora?

La lettura più attenta dell’art. 32 consente una soluzione meno improvvisata. Si tratta di agire sul secondo corno del dilemma: vale a dire sull’interesse della collettività. Che a sua volta si compone di due distinti elementi: il diritto individuale nel preservare la propria salute, quello più generale che riguarda la società in quanto tale. E che ha un contenuto sia sanitario che finanziario: le risorse stanziate. Il diritto alla tutela della propria salute è, come indicato in precedenza, inviolabile. La sua tutela pertanto può essere invocata anche nei confronti del non vaccinato, qualora la semplice presenza di quest’ultimo possa rappresentare un pericolo.

La logica del green pass mira appunto a garantire questa tutela. Nessuno può obbligarti ad essere vaccinato. Tuttavia se la tua presenza rischia di mettere in pericolo la salute di chi quella scelta ha compiuto, allora: meglio evitare. Quindi giusta la soluzione di proibire il più possibile la mescolanza. Specie nei luoghi di affollamento o nell’uso dei mezzi pubblici. Hai in green pass? Entri. Non l’hai? Sei fuori. In tutti questi casi non si discrimina il non vaccinato, ma si protegge il vaccinato. Sia da una possibile sua caduta nella spirale della malattia, sia dalla sua eventuale trasformazione in portatore sano del virus, capace di infettare gli altri.

Se questa impostazione è giusta, ne consegue che sia inevitabile obbligare i lavoratori a presentare il green pass nel recarsi nei luoghi di lavoro. Non vogliono farlo? Benissimo ed allora si sottopongano a tampone. Essendo questa seconda soluzione frutto di una libera scelta, è naturale che la spesa relativa sia a loro carico. A meno che non si tratti di persone fragili. Di coloro, cioè, che a causa di determinate patologie non possono essere sottoposte al vaccino. In questo secondo caso sarebbe opportuno garantire loro la gratuità degli ’ accertamenti alternativi.

Ma nel caso in cui si addivenga a questa soluzione – la critica di alcune forze dell’opposizione – ci troveremmo di fronte ad un’obbligatorietà, per cosi dire, surrettizia. Il Governo non ha il coraggio di dichiarare il vaccino obbligatorio. Realizza lo stesso obiettivo con il moltiplicarsi delle misure amministrative. Critica non convincente. Il vaccino non è obbligatorio, per i motivi esposti in precedenza. Vox clamantis in deserto. La logica della progressiva estensione del green pass risponde, invece, ad un altro principio: l’effettiva tutela delle persone vaccinate. Al punto che se vi fosse la tutela della norma, spetterebbe al singolo, per la propria autotutela, reclamare l’espulsione del non vaccinato dal luogo in cui il contagio potrebbe manifestarsi.

Una misura efficace, quella del green pass? Ovviamente dipenderà dalle effettive circostanze. Trattandosi di misure di controllo, richiedono un ambiente adeguato. Luoghi in cui gli ingressi siano presidiati. E comunque il rapporto tra controllori e controllati sia tale da consentire una regolare gestione. Quindi, si per i treni a lunga percorrenza, molto meno sulle metropolitane e gli altri mezzi del trasporto rapido di massa. Il che apre un capitolo infinito sul come organizzare le cose per garantire un minimo di efficienza. Di tutto ciò, ovviamente, si può, anzi si deve, discutere. Ma ci vorrebbe quel sano pragmatismo che è indispensabile per affrontare il flagello del virus. Quando, invece, la politica preferisce sempre più insistere sulla propria vocazione identitaria. Trasformando anche le buone intenzioni in una rissa permanente.

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