La Germania non basta più. Dopo la lunga offensiva su Commerzbank, Andrea Orcel potrebbe tornare a valutare un’operazione sul mercato italiano. L’ipotesi viene avanzata dal Corriere della Sera, che individua in Fineco la pista più interessante tra le poche rimaste percorribili per il gruppo di Piazza Gae Aulenti. Non si tratta tanto di un’indiscrezione su un’operazione imminente, ma della ricostruzione di uno scenario strategico: completata la prima fase della partita tedesca, Unicredit potrebbe riaprire il dossier Italia e, tra le possibili alternative, Fineco appare quella con il maggior senso industriale.
COME CAMBIA IL RISIKO PER UNICREDIT
Il mercato ha accolto bene l’ipotesi. A Piazza Affari Fineco viaggia in rialzo dell’1,97%, a 23,30 euro per azione. Anche Banca Akros ha confermato la raccomandazione “Accumulate” con un prezzo obiettivo di 24 euro, osservando che le indiscrezioni contribuiscono ad accrescere l’appeal speculativo del titolo.
L’ipotesi prende forma alla luce degli ultimi sviluppi del risiko bancario. Il Corriere ricorda come il 5 giugno Carlo Messina abbia informato telefonicamente Orcel dell’imminente lancio dell’Ops di Intesa Sanpaolo su Monte dei Paschi, un’operazione che ha sottratto a Unicredit uno dei possibili obiettivi di crescita domestica. In precedenza era già sfumata Popolare di Sondrio, entrata lo scorso anno nel perimetro di Bper. Nel frattempo Unicredit ha concentrato le proprie energie sulla Germania, arrivando il 3 luglio al 49,65% del capitale di Commerzbank tra partecipazioni dirette e adesioni all’offerta. Poiché alle assemblee dell’istituto tedesco partecipa abitualmente circa il 73% del capitale, una quota vicina al 50% permetterebbe già oggi alla banca guidata da Andrea Orcel di controllare di fatto le votazioni assembleari, anche se il percorso autorizzativo non è ancora concluso.
Proprio l’avvicinarsi della conclusione del dossier Commerzbank, unito a un Cet1 ratio post operazione indicato intorno al 12,5%, superiore al requisito richiesto dalla Bce, riaprirebbe il tema di una crescita in Italia. Secondo il Corriere, però, le strade realmente percorribili si sono ridotte a tre: Banca Generali, Banco Bpm e Fineco. Le prime due presentano ostacoli significativi. Banca Generali rappresenta un asset strategico per il Leone di Trieste, che ne controlla il 51%, mentre Unicredit possiede già l’8,8% di Generali, una partecipazione che vale circa 5,7 miliardi di euro e garantisce un rilevante contributo in termini di dividendi. Rinunciare a quell’equilibrio per costruire un’operazione complessa appare tutt’altro che scontato. Ancora più difficile la strada che porta a Banco Bpm, dove Crédit Agricole è ormai arrivata al 30% del capitale e su cui pesa anche il precedente ricorso del governo al golden power per bloccare la mossa di Orcel.
IL RITORNO DI FINECO
Resta così Fineco, che apparirebbe come la soluzione più intrigante. Sarebbe anche un ritorno al passato o “al futuro”, come scrive Stefano Righi sul Corsera. La banca digitale è entrata nell’orbita Unicredit nel 2008 con la fusione Capitalia e vi è rimasta fino al progressivo disimpegno avviato da Jean-Pierre Mustier. Dopo la quotazione del 2014, Piazza Gae Aulenti ha iniziato a ridurre la partecipazione: prima con la vendita del 10%, poi del 20%, fino al collocamento del 17% nel maggio 2019 e alla cessione dell’ultima quota del 18,3% nel luglio dello stesso anno, incassando complessivamente circa 2,1 miliardi di euro per il 35,1% allora detenuto. Oggi quella stessa partecipazione varrebbe oltre 4,8 miliardi, considerando una capitalizzazione di Fineco prossima ai 14 miliardi. Inoltre l’istituto guidato da Alessandro Foti è una public company, priva di un azionista di riferimento, elemento che rende teoricamente più semplice un’eventuale operazione.
PERCHÉ FINECO PIACE A ORCEL
L’interesse avrebbe innanzitutto una logica industriale. Un eventuale ritorno di Fineco consentirebbe infatti a Unicredit di rafforzare la presenza nel risparmio gestito, settore sul quale Orcel sta lavorando da tempo. Proprio nei giorni scorsi è emerso il progressivo ridimensionamento della partnership con Amundi, destinata a lasciare maggiore spazio alla piattaforma proprietaria OneMarkets e a una gestione più autonoma dell’asset management. Riportare Fineco nell’orbita del gruppo significherebbe ridurre ulteriormente la dipendenza da Amundi, controllata da Crédit Agricole, trattenendo all’interno della banca una quota maggiore delle commissioni oggi riconosciute al partner francese e rafforzando la distribuzione dei prodotti sviluppati internamente. Resterebbe però un nodo tecnologico: secondo diversi osservatori, il sistema informatico di Fineco è stato costruito in casa e non sarebbe facilmente integrabile con altre piattaforme.
IL FRONTE APERTO CON LINDE
Nel frattempo Unicredit continua a muoversi anche su un altro fronte. Insieme a Deutsche Bank, Commerzbank e altri istituti europei ha infatti citato in giudizio Linde, gruppo tedesco leader mondiale nei gas industriali e nell’ingegneria per grandi impianti, nel tentativo di recuperare gli asset sequestrati dai tribunali russi dopo lo stop imposto dalle sanzioni occidentali. La vicenda nasce dal progetto per l’impianto di trattamento del gas e di gas naturale liquefatto di Ust-Luga, affidato nel 2021 da RusChemAlliance a Linde Engineering. Dopo l’invasione dell’Ucraina, Linde ha sospeso i lavori e la joint venture partecipata da Gazprom ha chiesto alle banche garanti di escutere le garanzie. Gli istituti si sono rifiutati, sostenendo che il pagamento avrebbe violato le sanzioni europee, e i tribunali russi hanno disposto il sequestro di circa un miliardo di euro di beni. Per Unicredit il conto ammonta a circa 460 milioni di euro. Ora le banche chiedono alla giustizia tedesca di rivalersi su Linde, in quella che potrebbe diventare una causa pilota destinata a chiarire chi debba sostenere il costo economico delle sanzioni contro Mosca.






