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La Confindustria tedesca interroga (e processa) i partiti in Germania sulla transizione energetica

Grande freddo tra Confindustria tedesca e politica riflesso nella giornata dell’industria in cui i tre candidati alla cancelleria si sono confrontati con gli imprenditori. L’articolo di Pierluigi Mennitti

C’è frizione fra le élites tedesche, quelle politiche e quelle economiche. È una sorta di grande freddo, insinuatosi nel corso dell’ultima legislatura e consolidatosi nei lunghi mesi della pandemia. Soprattutto con le forze di governo, accusate ora di timidezze riformistiche, ora di lentezze in investimenti strutturali (specie nel digitale), ora di introdurre leggi invasive come quelle sulla moralizzazione delle filiere, sulle quote rosa nei consigli di amministrazione o sull’obbligo dell’home office durante i lockdown. Ma anche con quelle di opposizione, o almeno con una parte di esse: con la Linke i rapporti non sono mai stati cordiali, con i Verdi, nonostante i vari tentativi di confronto e dialogo, resta una grande diffidenza su accelerazione e modalità della transizione ecologica.

La Frankfurter Allgemeine Zeitung parla di “estraniamento strisciante”, che si è riflesso nel clima di sospetto con il quale gli industriali hanno accolto i leader politici del Paese nella giornata dell’industria, annuale appuntamento di confronto fra imprenditori e politici. C’era la cancelliera ormai in uscita e c’erano i candidati alla cancelleria, tutti e tre e tutti in fila, uno dopo l’altro, a illustrare a un uditorio disincantato i progetti futuri che li riguardavano.

L’edizione di quest’anno ruotava tutta attorno al tema della transizione ecologica e alla road map verso l’industria a neutralità climatica, capace di produrre azzerando le emissioni nette di gas a effetto serra: obiettivo che il governo con una correzione approvata dal parlamento proprio in extremis ha anticipato di 5 anni al 2045, rimediando alla bocciatura della Corte costituzionale che aveva voluto enfatizzare i diritti e le aspettative delle giovani generazioni. I Verdi vorrebbero anticipare ancora un po’, mentre per le enfatizzate giovani generazioni, almeno quelle che manifestano sotto la sigla del Friday for Future, ogni data è troppo lontana, perché quella giusta sarebbe stata ieri.

Gli industriali vivono questa pressione come un assedio, nonostante la maggior parte delle imprese abbia incorporato nei suoi programmi il tema della sostenibilità e sia ben convinta che la transizione in corso sia inevitabile, sicuramente necessaria, forse, se gestita con equilibrio, anche foriera di ulteriori progressi e profitti. Ma, osservata dal loro punto di vista, l’ansia politica di fissare obiettivi temporali tanto ambiziosi quanto azzardati e la vaghezza delle misure per realizzarli crea incertezza e sfiducia, riassunte nell’intervento del presidente del Bdi (la confindustria tedesca) Siegfried Russwurm: la Germania vuol rimanere anche in futuro una potenza industriale?

Con questa domanda e con le conseguenti preoccupazioni degli industriali per l’eccessivo gusto che la politica sembra aver ritrovato nel dettagliare con leggi e regolamenti ogni sviluppo possibile, si sono dovuti confrontare gli attori della politica, quella di ieri-oggi e soprattutto quella di domani. “Non basta fissare per legge la neutralità climatica, bisogna anche spiegare come raggiungerla”, ha detto Russwurm nel suo sermone iniziale. Oggi si decide come dovranno essere gli impianti di produzione nel 2045, ma nessuno si preoccupa di indicare misure per tutelare l’industria tedesca dal rischio di trasferimenti di produzione all’estero dovuti ai maggiori costi per il contenimento dei cambiamenti climatici: “nei programmi mancano certezze per l’industria”.

Angela Merkel, che in questi giorni sta compiendo una sorta di pellegrinaggio di congedo nei luoghi che l’hanno vista protagonista per 16 anni, ha ormai assunto il tono appagato di chi traccia bilanci più che scenari futuri. Ma ha anche accentuato la franchezza di chi non deve più chiedere consenso a nessuno. E infatti, dopo aver concesso agli industriali il ricalcolo dei bisogni energetici dei prossimi anni, l’ampliamento dell’offerta di energia rinnovabile e delle reti di trasporto e la non rinuncia al gas (russo?) come fonte di transizione, la cancelliera ha riaffermato la bontà della svolta energetica intrapresa e anche la rapidità con cui il suo governo ha recepito le critiche della Corte costituzionale per venire incontro agli interessi ecologici delle nuove generazioni. Più tardi, nell’ultimo Fragenstunde al Bundestag della sua carriera politica (più o meno un question time in cui il cancelliere risponde alle domande dei parlamentari) ammetterà il magro bilancio della politica ambientale. Un’ammissione che tradisce dove oggi batta il suo cuore, tra industriali ed ecologisti: “Se guardo alla situazione per come è, nessuno può dire che abbiamo fatto abbastanza  sulla politica per il clima. Il tempo sta maledettamente finendo e posso comprendere l’impazienza dei giovani”.

Chi invece deve cercare di scongelare il grande freddo con il mondo dell’industria perché deve guadagnarsi il voto degli industriali ha dovuto presentare nel migliore dei modi la propria merce. I tre candidati alla successione di Merkel sono sfilati sul podio del convegno, strizzando l’occhio a una platea dissidente.

Chissà come hanno accolto in cuor loro gli imprenditori l’appello di Annalena Baerbock (Verdi) a un patto per l’industria, la mano tesa per “una collaborazione spalla a spalla” nella quale è chiaro che “lo Stato dovrà accollarsi almeno una parte dei costi aggiuntivi causati dalla transizione verso una produzione a neutralità climatica. Le dichiarazioni più recenti sull’aumento del costo del CO2 sulla benzina hanno spaventato molti elettori, tra i quali i temi ecologici sono popolari fino a quando non impattano sul portafoglio personale. E gli imprenditori sanno che i costi che si accolla lo Stato non sono gratuiti, ma ritornano sempre in forma di tassazioni.

Così come avranno ascoltato col rispetto che merita il candidato dell’Spd e guardiano delle Finanze Olaf Scholz, uno del quale gli imprenditori si fiderebbero pure, se avesse davvero qualche chance di successo. Scholz non ha smentito la sua fama di freddo ragionatore anseatico, affrontando il tema energetico ha ammesso omissioni del governo ma le ha attribuite alla responsabilità del ministro cristiano-democratico dell’Economia Peter Altmaier (“i calcoli sul fabbisogno energetico sono troppo bassi”). Agli uomini di impresa ha promesso, seguendo una linea merkeliana, un maggiore ricorso alle fonti alternative, l’accelerazione nel completamento delle infrastrutture del trasporto energetico e in futuro “forti riduzioni sul costo dell’energia”.

Oltre ai dubbi sulla tenuta elettorale dell’Spd, gli imprenditori si chiedono perché – ad esempio sulle reti di trasporto – il governo di cui Scholz è vice cancelliere non abbia già fatto quello che ora il candidato promette. E l’indolenza governativa è un fantasma che inevitabilmente insegue anche Armin Laschet, che pure dell’esecutivo nazionale non ha fatto parte e anzi ne guida uno tutto suo in Nord Reno-Vestfalia. Il candidato Cdu, secondo i sondaggi il vero cancelliere in pectore, ha spiattellato ai partecipanti il fresco programma elettorale con al centro l’impegno per un decennio di modernizzazione. investimenti nel digitale ma soprattutto due vecchie paroline finite fuori moda in tempi di ripudio del neoliberismo e oggi invece ripescate dalla Cdu (complice Friedrich Merz?) per disegnare qualche certezza nel dopo Merkel: deregulation e sburocratizzazione. Le tasse non scenderanno, ha concluso Laschet, perché la situazione finanziaria dopo la pandemia non lo permette, ma non aumenteranno. E per le imprese ci sarà comunque la possibilità di mirati alleggerimenti. Forse un po’ poco per riscaldare il grande freddo.

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