Una spaccatura. E non soltanto tra gli eredi. Il riassetto di Delfin si è inceppato anche dentro il consiglio di amministrazione della holding. A far emergere un retroscena finora rimasto sullo sfondo è stato Il Giornale, secondo cui nel cda del 25 giugno che ha preceduto l’assemblea dei soci di cinque giorni dopo si è consumato un voto tutt’altro che unanime sulla lettera di patronage destinata alle banche chiamate a finanziare il progetto di Leonardo Maria Del Vecchio. Una frattura che fotografa un nuovo livello dello scontro: non più soltanto quello tra gli otto eredi del fondatore di Luxottica, ma anche quello tra i vertici della cassaforte lussemburghese che custodisce un patrimonio da circa 42 miliardi di euro.
IL CDA SI SPACCA SULLE GARANZIE PER IL PIANO DI LEONARDO MARIA
Il documento al centro della vicenda era una lettera di patronage che avrebbe dovuto rafforzare le garanzie offerte al pool di banche disposto a finanziare con circa 10 miliardi di euro l’acquisto, da parte di Leonardo Maria Del Vecchio, del 25% detenuto dai fratelli Luca e Paola. L’operazione avrebbe portato il manager, oggi chief strategy officer di EssilorLuxottica, dal 12,5% al 37,5% di Delfin, trasformandolo nel principale azionista della holding pur senza attribuirgli il controllo, visto che lo statuto continua a richiedere maggioranze qualificate per le decisioni strategiche.
Nel cda la proposta si è però fermata davanti a una spaccatura, come ha rivelato Camilla Conti del Giornale in un articolo sul settimanale Moneta. A favore si sarebbero espressi il presidente Francesco Milleri e il consigliere indipendente Mario Notari. Contrari, invece, l’amministratore delegato Romolo Bardin (nella foto), insieme ai consiglieri Aloyse May e Giovanni Giallombardo. Il risultato è stato la bocciatura della lettera di patronage e, di fatto, il venir meno di una delle condizioni considerate essenziali dalle banche per procedere con il finanziamento. Per la prima volta, insomma, Milleri e Bardin si sono trovati su fronti opposti all’interno del consiglio proprio sul dossier più delicato della successione Del Vecchio.
Il nodo riguardava proprio le garanzie richieste dagli istituti finanziatori. Le banche erano disponibili a concedere il maxi prestito, ma volevano poter contare sulle quote acquistate come garanzia dell’operazione. Poiché lo statuto di Delfin non consente di darle in pegno senza specifiche autorizzazioni, il consiglio era stato chiamato a esaminare una lettera di patronage che avrebbe rafforzato il sostegno della holding all’operazione. Nella struttura ipotizzata, in caso di inadempimento di Leonardo Maria, sarebbe stata la stessa Delfin a subentrare nella proprietà delle azioni, evitando il loro trasferimento diretto agli istituti di credito. Il voto contrario della maggioranza del board ha così fatto venir meno uno dei presupposti su cui si fondava il progetto di finanziamento.
BARDIN, BASILICO E DUE IDEE DIVERSE DI DELFIN
Dietro il voto di Bardin si intravede anche una diversa visione del futuro della holding. Le posizioni espresse dall’amministratore delegato finiscono infatti per avvicinarsi allo scenario sostenuto da Rocco Basilico, che immagina una valorizzazione differente del patrimonio di Delfin rispetto al progetto di Leonardo Maria. Basilico, infatti, ha più volte rilanciato l’ipotesi di mantenere nella holding il controllo di EssilorLuxottica e separare invece le partecipazioni finanziarie – da Generali a Monte dei Paschi, fino a Unicredit – lasciando ai singoli soci la possibilità di gestirle autonomamente o di monetizzarle. Una prospettiva che Leonardo Maria aveva già definito “sconveniente e illogica” nella lettera inviata al consiglio di amministrazione e agli altri soci in vista dell’assemblea, perché rischierebbe di smantellare l’impianto costruito dal padre per garantire una gestione unitaria del patrimonio.
È proprio qui che la vicenda familiare si intreccia con il risiko bancario. Delfin non è soltanto il primo azionista di EssilorLuxottica con il 32,4%, ma possiede anche il 17,5% di Monte dei Paschi, circa il 10% di Generali, il 2,7% di UniCredit e il 28% di Covivio. Qualunque ipotesi di vendita, distribuzione o riorganizzazione di queste partecipazioni avrebbe inevitabili riflessi sugli equilibri del sistema finanziario italiano. Non a caso, secondo il Giornale, nei mesi scorsi Bardin avrebbe avuto interlocuzioni con Unicredit per valutare una possibile cessione della partecipazione detenuta da Delfin in Monte dei Paschi, iniziativa che, secondo quella ricostruzione, avrebbe contribuito ad alimentare le tensioni con Milleri.
IL RISIKO BANCARIO COMPLICA IL RIASSETTO
Come sottolinea anche il Sole 24 Ore, proprio il risiko ha ormai finito per complicare ogni possibile soluzione. Se il progetto originario di Leonardo Maria è tramontato almeno nella forma inizialmente immaginata, resta infatti aperto il problema di come consentire ai soci intenzionati a uscire – Luca e Paola Del Vecchio in primo luogo – di monetizzare le rispettive partecipazioni, valutate circa 5 miliardi di euro ciascuna. Ogni strada, però, si scontra con le partecipazioni bancarie e assicurative detenute dalla holding. Se fosse la stessa Delfin a procedere con un buyback delle quote, dovrebbe reperire le risorse o attraverso un nuovo indebitamento, garantito dalle proprie azioni, oppure valorizzando parte del portafoglio finanziario. Ma in entrambi i casi il dossier finirebbe per incrociare ancora una volta il riassetto del sistema bancario italiano.
La complessità è accentuata anche dalle regole di governance della holding. Lo statuto prevede infatti maggioranze rafforzate, e in alcuni casi l’unanimità, per le decisioni più rilevanti. È proprio questo meccanismo che rende particolarmente difficile trovare un punto di equilibrio tra otto soci con interessi non sempre coincidenti e che, secondo una parte del consiglio di amministrazione, rende auspicabile la presenza di un azionista di riferimento più forte. Infatti, lo stesso Milleri guardava con favore a una maggiore semplificazione dell’assetto proprietario, mentre una parte del board, guidata da Bardin, ha ritenuto eccessivamente rischioso il sostegno richiesto alle banche.
LA PERIZIA SULLE QUOTE E LO STALLO RESTA
Nel frattempo continua a muoversi anche il fronte delle valutazioni delle quote. Il tribunale lussemburghese ha fatto redigere una perizia sullo 0,4% di Delfin che Rocco Basilico intende trasferire alla propria holding personale. Il documento attribuisce a quella partecipazione un valore di 148,9 milioni di euro, partendo da un Net Asset Value di Delfin pari a 47,3 miliardi e applicando uno sconto complessivo del 30%, di cui il 20% come tradizionale “holding discount” e un ulteriore 10% per la natura di minoranza delle partecipazioni detenute. Più che il valore in sé, la perizia interessa perché potrebbe costituire il criterio di riferimento anche per gli altri trasferimenti richiesti da Luca, Paola, Clemente e dallo stesso Leonardo Maria.
L’assemblea del 30 giugno ha confermato lo stallo. Leonardo Maria non vi ha preso parte, affidando le proprie contestazioni a una lettera nella quale ha denunciato “criticità irrisolte” e un “board inerte”. Il bilancio è stato approvato, ma sono rimasti fermi sia il tetto ordinario del 10% alla distribuzione degli utili sia tutti i passaggi destinati a favorire il progetto di riassetto.






