Il leone non sbrana. Indica la strada. Davide Leone rompe il silenzio e, da socio con circa il 5% di Banco Bpm e primo azionista di mercato dopo Crédit Agricole, sceglie di intervenire proprio mentre il risiko bancario italiano entra nella sua fase più delicata. In un’intervista al Corriere della Sera, il fondatore dell’omonimo fondo londinese indica con chiarezza quella che considera la strada per il futuro della banca: trovare un partner industriale. Che sia Unicredit o Crédit Agricole cambia meno del principio. “Già nel novembre 2022 avevamo spiegato che i soci industriali per Banco Bpm possono essere due: Cariparma, ora Crédit Agricole Italia, o Unicredit. Oggi siamo della stessa idea”, afferma. La priorità, aggiunge, è “la protezione e la valorizzazione della rete di Banco Bpm e del suo brand”, perché il tema non è più la classifica delle banche italiane ma la necessità di raggiungere una scala europea per sostenere gli investimenti in tecnologia e intelligenza artificiale.
IL PIANO DI CASTAGNA SI COMPLICA CON L’OPAS DI INTESA
Parole che arrivano mentre Piazza Meda si trova probabilmente nel momento più complesso dalla nascita del gruppo. Nel giro di poche settimane il progetto di fusione con Monte dei Paschi di Siena, fortemente voluto dall’amministratore delegato Giuseppe Castagna, è stato messo in discussione dall’Opas lanciata da Intesa Sanpaolo, affiancata da Unipol, sulla banca senese. Un’offerta da oltre 30 miliardi di euro che, oltre a prevedere una componente in contanti pari a un euro per azione Mps, promette sinergie per 2,9 miliardi, quasi tre volte superiori al miliardo indicato da Banco Bpm nel proprio progetto. “Davanti a numeri del genere ogni commento è superfluo”, osserva Leone, ricordando anche le valutazioni espresse dall’ex membro del board della Bce Ignazio Angeloni e da uno dei principali azionisti di Siena, Francesco Gaetano Caltagirone. La sua conclusione è netta: “In questo momento l’offerta di Intesa è di gran lunga la migliore”.
È proprio qui che si apre il tema del futuro di Banco Bpm. L’iniziativa di Intesa rende molto più difficile immaginare una fusione tra pari tra Piazza Meda e Siena. Luigi Lovaglio e il consiglio di amministrazione di Mps dovranno valutare entrambe le proposte, ma la presenza di una ricca componente cash nell’offerta di Intesa e il diverso profilo industriale delle due operazioni rendono la strada di Castagna sempre più in salita. Se Intesa dovesse completare l’acquisizione del Monte, Banco Bpm rischierebbe infatti di ritrovarsi sottodimensionata rispetto a un mercato dominato da Intesa, Unicredit e dal nuovo polo Bper-Mps.
In questo scenario assume un peso ancora maggiore la posizione di Crédit Agricole. La banca francese è salita fino al 29,9% del capitale di Banco Bpm, dal precedente 22,9%, rafforzando ulteriormente il proprio ruolo di primo azionista. Un passaggio che rappresenta un segnale destinato a condizionare gli sviluppi del risiko. È difficile immaginare oggi qualsiasi operazione su Bpm senza il consenso di Parigi. E non è un caso che lo stesso Leone, pur definendo “un unicum” una governance in cui un concorrente detiene quasi il 30% del capitale, non chiuda affatto la porta a Crédit Agricole. Anzi. Ribadisce che proprio il gruppo francese, insieme a Unicredit, rappresenta uno dei partner industriali più naturali per la banca milanese. “Da quattro anni la nostra visione strategica è invariata su quali siano i partner ideali per Banco Bpm”, afferma.
IL RUOLO DI CRÉDIT AGRICOLE E GLI SCENARI PER PIAZZA MEDA
L’ipotesi di un’integrazione con Crédit Agricole, tuttavia, appare tutt’altro che semplice. Il gruppo francese ha sempre seguito in Italia una strategia graduale, fatta di acquisizioni mirate e partnership industriali, evitando mosse ostili. Anche per questo avrebbe informato il governo italiano dell’intenzione di salire al 29,9% attraverso derivati, escludendo però un’offerta pubblica di acquisto. Al tempo stesso, attraverso i propri rappresentanti nel consiglio di amministrazione di Banco Bpm, Crédit Agricole ha sostenuto la proposta di aprire un confronto con Mps, ma non sarebbe disponibile ad appoggiare un’eventuale controfferta nei confronti di Intesa Sanpaolo. Una posizione che rafforza il controllo sull’istituto milanese senza esporsi in prima persona in un’operazione destinata a richiedere risorse finanziarie molto elevate.
Le alternative, così, si restringono. Se il progetto con Siena dovesse definitivamente tramontare, Banco Bpm rischierebbe di ritrovarsi isolata in un mercato destinato a concentrarsi sempre di più attorno a pochi grandi poli. Intesa, Unicredit e il futuro gruppo Bper-Mps finirebbero per giocare in un’altra categoria dimensionale, lasciando Piazza Meda nella scomoda posizione di quarto operatore. Quale via d’uscita per Giuseppe Castagna? E la risposta, almeno sul piano teorico, riporta a Unicredit.
PERCHÉ UNICREDIT POTREBBE TORNARE IN GIOCO
L’ipotesi non è soltanto giornalistica. Andrea Orcel potrebbe infatti tornare a guardare a Banco Bpm una volta chiarito l’esito dell’operazione su Commerzbank, sulla quale è oggi concentrata l’attenzione del gruppo di Piazza Gae Aulenti. Lo stesso amministratore delegato di Unicredit, nei giorni scorsi, ha detto di apprezzare per una volta il ruolo di “osservatore”, aggiungendo però che la banca è pronta a cogliere eventuali opportunità. Del resto, senza Monte dei Paschi, Banco Bpm resterebbe l’unico grande obiettivo domestico ancora disponibile. Ma, rispetto al passato, c’è una differenza sostanziale: chiunque voglia mettere le mani sulla banca dovrà inevitabilmente trovare un’intesa con Crédit Agricole. Secondo alcuni banchieri citati da Reuters, un eventuale accordo potrebbe prevedere per il gruppo francese la cessione di sportelli e nuove partnership commerciali in cambio della quota detenuta in Piazza Meda.
Anche il quadro politico è cambiato. Dopo il ricorso al golden power che nel 2025 ha contribuito a bloccare l’Ops di Unicredit su Bpm, Orcel ha rinunciato all’azione legale contro il governo e ha annunciato un accordo non vincolante per la cessione di parte delle attività russe. Due mosse che verrebbero lette a Roma come un possibile azzeramento delle principali criticità che avevano portato all’intervento dell’esecutivo. Parallelamente, il governo ha fatto sapere di voler mantenere un atteggiamento “neutrale” nella nuova fase del consolidamento bancario, anche alla luce delle pressioni della Commissione europea per favorire le aggregazioni nel settore.
LE MOSSE ATTESE DAL MERCATO
Nel frattempo il mercato continua a interrogarsi sulle prossime mosse. Deutsche Bank non esclude che Banco Bpm possa tentare una controfferta su Mps, ma sottolinea come il sostegno degli azionisti, a partire proprio da Crédit Agricole, sia indispensabile. Barclays, invece, immagina uno scenario diverso: se Banco Bpm dovesse restare indipendente e venisse trovato un accordo con il principale azionista francese, Unicredit potrebbe tornare alla carica nel medio termine. È uno scenario che, in fondo, non si discosta molto da quello delineato da Davide Leone.
Il fondo londinese non sceglie tra Unicredit e Crédit Agricole, ma indica entrambe come gli unici partner industriali in grado di offrire a Banco Bpm quella massa critica europea che, a suo giudizio, oggi manca.






