L’assemblea si è tenuta. Il riassetto no. Quella che avrebbe dovuto rappresentare la tappa decisiva per ridisegnare gli equilibri di Delfin si è invece conclusa con un sostanziale congelamento dello status quo. Leonardo Maria Del Vecchio ha scelto di non partecipare, affidando le proprie ragioni a una lettera inviata al consiglio di amministrazione e agli altri soci. I sette eredi presenti hanno approvato il bilancio 2025, ma hanno respinto o lasciato cadere tutti i punti che, direttamente o indirettamente, avrebbero potuto agevolare il progetto del quartogenito del fondatore di Luxottica di salire dal 12,5% al 37,5% della holding lussemburghese. Alla fine della giornata, il quadro che emerge è quello di una famiglia ancora profondamente divisa, di un consiglio di amministrazione che rafforza la propria centralità e di una successione che, quattro anni dopo la morte di Leonardo Del Vecchio, appare tutt’altro che conclusa.
L’ASSEMBLEA SENZA LEONARDO MARIA E IL NODO DEI DIVIDENDI
L’assenza di Leonardo Maria è stata la prima notizia della giornata. Il manager, oggi unico erede con incarichi operativi in EssilorLuxottica, non si è presentato all’assemblea, né personalmente né tramite delega. Nella lettera inviata al cda e agli altri soci ha denunciato “criticità irrisolte” e un “board inerte”, sostenendo di non aver ricevuto la documentazione necessaria per esprimersi sul bilancio 2025 e per proseguire le interlocuzioni con le banche impegnate nel finanziamento del progetto di riassetto. Allo stesso tempo ha ribadito di voler continuare a cercare una soluzione per il futuro della holding.
In ogni caso, è stato approvato all’unanimità dai presenti il bilancio 2025. Prima della riunione non si è neppure tenuto il consiglio di amministrazione, un elemento che fotografa il clima di tensione attorno al riassetto della holding. Delfin chiude l’esercizio con un utile di circa 1,5 miliardi di euro, il migliore della sua storia, grazie soprattutto agli oltre 1,2 miliardi di dividendi incassati dalle partecipate. La holding conferma così il proprio ruolo di una delle maggiori casseforti finanziarie europee, con il 32,4% di EssilorLuxottica, il 17,5% di Monte dei Paschi di Siena, il 10% di Generali, il 2,7% di Unicredit e il 28% di Covivio. Sul piano patrimoniale, dunque, non esiste alcuna emergenza. Il problema riguarda esclusivamente la governance e la successione.
Se il bilancio è passato senza difficoltà, quasi tutte le delibere che avrebbero potuto agevolare il progetto di Leonardo Maria sono invece rimaste al palo. A partire dai dividendi. Lo scorso 27 aprile i soci avevano approvato una politica che consentiva di distribuire fino all’80% degli utili nel triennio 2025-2028, scelta funzionale anche alla sostenibilità del maxi finanziamento da 10 miliardi con cui Lmdv avrebbe acquistato il 25% detenuto dai fratelli Luca e Paola Del Vecchio. Ieri quella linea è stata di fatto accantonata. L’assemblea non ha raggiunto il quorum di sei voti su otto previsto dallo statuto per confermare l’innalzamento della cedola e si è così tornati alla regola ordinaria: distribuzione del 10% degli utili, pari a circa 150 milioni di euro complessivi, ovvero poco meno di 19 milioni per ciascuno degli otto soci.
Per le banche chiamate a finanziare l’operazione, una politica di dividendi più generosa rappresentava uno dei presupposti che rendevano sostenibile il rimborso del prestito. Il ritorno al minimo statutario riduce invece i flussi di cassa destinati agli azionisti e rende ancora più difficile immaginare la struttura finanziaria originariamente pensata da Leonardo Maria.
IL BOARD FRENA IL PIANO DI LEONARDO MARIA
Anche la nomina dei nuovi commissari ai conti racconta molto degli equilibri emersi dall’assemblea. I soci hanno eletto Lara Forte e Fabio Scoyni, mentre è stata respinta la candidatura di Marco Talarico, l’uomo che avrebbe dovuto seguire il riassetto della holding per conto di Leonardo Maria. I commissari, una sorta di organo di controllo con funzioni assimilabili a quelle di revisori, potranno accedere alla documentazione societaria e verificare la regolarità della gestione, ma non avranno poteri di indirizzo sul consiglio di amministrazione. Anche in questo caso, dunque, passa una soluzione di continuità più che di cambiamento.
Ma il vero spartiacque resta il rapporto tra Leonardo Maria e il board guidato dal presidente Francesco Milleri e dall’amministratore delegato Romolo Bardin. Lo scontro non nasce in assemblea. Affonda le proprie radici nella riunione del consiglio che, pochi giorni prima, aveva respinto la richiesta di rilasciare una lettera di patronage a favore delle banche finanziatrici. Si tratta di un documento con cui la holding avrebbe espresso il proprio sostegno all’operazione, offrendo agli istituti di credito una garanzia aggiuntiva sulla solidità del progetto. Non era una fideiussione vera e propria, ma rappresentava comunque un elemento essenziale per convincere il pool bancario a concedere il finanziamento necessario all’acquisto delle quote di Luca e Paola. Il rifiuto del board ha di fatto privato Leonardo Maria di uno degli strumenti indispensabili per chiudere l’operazione, segnando uno stop decisivo al piano di riassetto.
LO SCONTRO CON BASILICO E IL VOTO SUI VEICOLI SOCIETARI
Il mancato via libera alla lettera di patronage non è stato l’unico colpo per Leonardo Maria. Il consiglio di amministrazione ha infatti respinto anche la richiesta di escludere dall’assemblea Rocco Basilico, figlio di Nicoletta Zampillo, che il manager contestava sostenendo l’irregolarità della sua iscrizione nel libro soci. Il board ha invece confermato la piena validità dell’iscrizione avvenuta nel 2022, riconoscendogli quindi il diritto di partecipare e votare. Una decisione che ha avuto un peso non soltanto giuridico, ma anche politico, perché ha confermato la volontà del consiglio di non intervenire negli equilibri tra gli eredi.
L’altro voto destinato a pesare sul futuro della holding riguarda il trasferimento delle partecipazioni detenute dagli eredi in società personali. Le richieste, presentate da Leonardo Maria Del Vecchio, Clemente Del Vecchio e Rocco Basilico dopo analoghe iniziative già promosse nei mesi scorsi da Luca e Paola, non hanno raggiunto il quorum richiesto dallo statuto, che imponeva l’unanimità. La proposta di Clemente ha raccolto cinque voti favorevoli, quella di Basilico quattro e quella di Leonardo Maria soltanto due, ben lontano dall’unanimità richiesta dallo statuto. È un passaggio meno visibile del dibattito sul prestito, ma non meno importante: senza società-veicolo diventa più complicato utilizzare le partecipazioni come leva per future operazioni di riassetto.
UNA SUCCESSIONE ANCORA BLOCCATA
La fotografia che esce dall’assemblea è quella di una holding finanziariamente solidissima ma ancora incapace di trovare un punto di equilibrio sulla successione. Nella lettera inviata ai soci, Leonardo Maria osserva che ormai cinque eredi hanno notificato la richiesta di trasferire le rispettive partecipazioni in veicoli societari, un elemento che, a suo giudizio, dimostra come il confronto riguardi ormai gli equilibri complessivi di Delfin e non soltanto il suo progetto di acquisire il 25% detenuto da Luca e Paola. Secondo diverse ricostruzioni, quattro degli otto soci sarebbero orientati a monetizzare almeno in parte il patrimonio ricevuto. Leonardo Maria, al contrario, continua a perseguire l’operazione che lo porterebbe dal 12,5% al 37,5% della holding. Due impostazioni che, almeno per ora, restano lontane da un punto di incontro.
È in questo contesto che assume particolare rilievo la posizione di Francesco Milleri. Nei mesi scorsi il presidente di Delfin si era espresso a favore di una “semplificazione” dell’assetto societario, lasciando intendere di vedere con favore un riordino della governance. Dopo l’assemblea, però, il messaggio che emerge è diverso. Secondo Milano Finanza ha prevalso la linea della continuità, quella che richiama l’impostazione voluta dal fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio e che il consiglio presieduto da Milleri ha scelto di preservare. L’esito dell’assemblea sembra confermare la scelta del board di non subordinare le decisioni della holding al progetto di un singolo socio, riaffermando il proprio ruolo di garante dell’interesse complessivo della cassaforte di famiglia.
DAL BUYBACK AL GIUDICE LUSSEMBURGHESE, GLI SCENARI APERTI
Questo non significa che il progetto di Leonardo Maria sia definitivamente tramontato. Al contrario, dopo l’assemblea Del Vecchio jr ha fatto sapere di restare “fiducioso” sulla possibilità di individuare una soluzione per il futuro di Delfin. Una delle ipotesi resta quella di rinegoziare il maxi finanziamento con le banche, anche se il mancato sostegno del board rende questa strada molto più complessa. Sul tavolo resta inoltre il rischio di penali particolarmente elevate da pagare a Luca e Paola Del Vecchio qualora l’acquisto del loro 25% non venga perfezionato nei termini concordati. La cifra potrebbe arrivare fino a 500 milioni di euro.
Parallelamente continuano a circolare scenari alternativi. Il più discusso è quello del buyback, cioè l’acquisto diretto da parte di Delfin delle quote di Luca e Paola. In questo modo non sarebbe più Lmdv a rilevare il 25%, ma la stessa holding, che potrebbe poi ridistribuire le azioni agli altri soci. È una soluzione rilanciata negli ultimi giorni soprattutto da Rocco Basilico e che, secondo alcune ricostruzioni, potrebbe risultare più facilmente finanziabile dalle banche rispetto all’operazione originaria. L’ipotesi prevede che sia la stessa holding a rilevare le quote dei soci intenzionati a uscire, reperendo le risorse anche attraverso la valorizzazione delle partecipazioni finanziarie. Una prospettiva che Leonardo Maria ha però contestato, definendola “sconveniente e illogica”.
Questa proposta nasce anche dalla solidità patrimoniale della holding. Delfin detiene infatti partecipazioni che, grazie al risiko bancario, valgono oggi molto più del loro costo storico. Il pacchetto in Monte dei Paschi, quello in Generali e la quota in Unicredit esprimono complessivamente plusvalenze latenti nell’ordine dei 10 miliardi di euro, una cifra che coincide quasi perfettamente con il valore del 25% che Leonardo Maria avrebbe dovuto acquistare dai fratelli. È proprio questo patrimonio ad alimentare, da tempo, il dibattito su possibili operazioni straordinarie, dalla valorizzazione di parte degli asset finanziari fino all’ipotesi di una loro separazione dal resto della holding, lasciando in Delfin soprattutto il controllo di EssilorLuxottica.
Un’altra strada resta quella giudiziaria. Dopo il mancato via libera dell’assemblea al trasferimento delle partecipazioni in società personali, Leonardo Maria, Clemente Del Vecchio e Rocco Basilico potranno rivolgersi entro tre mesi al giudice lussemburghese per chiedere l’autorizzazione al conferimento delle rispettive quote nei propri veicoli societari. Una possibilità che, secondo diverse ricostruzioni, potrebbe contribuire a sbloccare almeno una parte dell’attuale impasse.




