Energia, OIL & GAS

Prezzo del petrolio, l’Arabia Saudita e il barile a 20 dollari

di

Arabia Saudita

Prezzo del petrolio a 20 dollari al barile? Sarebbe un duro colpo anche per l’Arabia Saudita, che però si dice pronta anche a questa eventualità. Ma i dubbi sono molti

L’Arabia Saudita è pronta a convivere con il prezzo del petrolio a 20 dollari? La domanda non è di poco conto, perché la realtà rischia di essere molto dolorosa: il crollo del prezzo del petrolio sta mettendo in seria difficoltà Riad, che qualche giorno fa ha annunciato di voler congelare la produzione di petrolio, in accordo con la Russia.

‘I produttori che non sono efficienti e con problemi di redditività dovranno lasciare il mercato. È difficile dirlo, ma è una realtà. Noi possiamo convivere con un prezzo del petrolio a 20 dollari. Non lo vogliamo, ma se dobbiamo lo faremo‘, ha dichiarato il ministro del Petrolio saudita Ali al-Naimi durante un convegno a Houston. al-Naimi si è detto certo che l’offerta e la domanda riusciranno ad equilibrare il mercato ed ha anche escluso un’ iniziativa coordinata per ridurre le estrazioni tra i Paesi membri dell’Opec.

L’Arabia Saudita e le sue grandi difficoltà economiche

Da sempre, Riad ha giocato un ruolo da regista nella questione del prezzo del petrolio, ritagliandosi un ruolo preponderante. In seno all’Opec i sauditi si sono adoperati per non tagliare la produzione, causando la diminuzione continua dei prezzi, con lo scopo di colpire i produttori americani di “shale oil”, che nel frattempo, e molto velocemente, hanno portato avanti una vera e propria rivoluzione in campo energetico. Rivoluzione però finita male con gran parte dell’industria targata “shale” che sta chiudendo i battenti, perché non regge gli attuali prezzi del petrolio.

 

arabia saudita oil

Ma, allo stesso tempo, il prezzo basso del barile, sceso nelle ultime settimane anche sotto i 27 dollari, ha messo in seria difficoltà l’economia dell’Arabia Saudita. Riad ha infatti annunciato un deficit di bilancio record che ammonta a 98 miliardi di dollari nel 2015, ha fatto ricorso a 80 miliardi di dollari (73 miliardi di euro) di riserve valutarie ed ha immesso sul mercato 20 miliardi di dollari (18,2 miliardi di euro) di bond.

Riad corre ai ripari. Basterà?

Non solo. Per risollevare le sorti delle casse del Paese, l’Arabia ha anche pensato di quotare in borsa la società di Stato del petrolio. Ma i tempi di un collocamento in Borsa non sono mai brevi, senza contare il fatto che il prezzo basso del petrolio non favorirebbe di certo l’operazione. La soluzione alternativa? Chiedere un prestito.

Riad ha preferito, per risollevare le sue finanze, ricorrere ad un prestito internazionale, sotto forma di emissione obbligazionaria: l’emissione dovrebbe essere, per iniziare, di almeno 5 miliardi di dollari. L’ultima richiesta di un prestito del genere risale al 2007 (i 4 miliardi di dollari di bond venduti alla fine dello scorso anno hanno un valore relativo, visto che sono stati piazzata alle banche locali).

Il crollo del prezzo del petrolio ha affondato il Paese del Golfo e se è vero, come scrive The Economist, che non è possibile fare una previsione su quale sarà il prezzo al barile per i prossimi anni, è anche vero che se l’oro nero continua su questa strada, il debito pubblico di Riad – che era pressoché inesistente soltanto due anni fa, con un percentuale dell’1,6 sul Pil – a fine 2020, potrebbe arrivare fino al 50% del Pil.

Ciliegina sulla torta, si fa per dire, il giudizio dell’agenzia di rating Standard&Poor’s, che ha declassato, come scrive Forbes, il giudizio sul debito del paese da AA a A+.

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