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Le bordate di Zambon (ex Oms) all’Oms

Zambon

Che cosa ha detto e che cosa ha fatto capire l’ex funzionario dell’Oms, Zambon, presentando il suo libro “Il pesce piccolo” (Feltrinelli) ad Aosta

Francesco Zambon è arrivato anche ad Aosta, il 17 luglio, a presentare il suo libro, “Il pesce piccolo”, un titolo con cui si identifica. Già all’ufficio di Venezia dell’OMS e per un momento “coordinatore del supporto di emergenza alle Regioni italiane” nella prima fase della pandemia, ha una storia nota. Il rapporto OMS da lui coordinato An unprecedented challenge Italy’s first response to COVID-19 pubblicato il 13 maggio 2020 e ritirato il giorno successivo, è stato oggetto di inchieste, tra cui una di Report del 7 dicembre e poi del Guardian, del 10 dicembre 2020, che ha elevato la questione sul piano globale.

Zambon, a cui fu vietato di recarsi alla procura di Bergamo che ha un’inchiesta incorso sulla gestione della pandemia, si è alla fine dimesso l’11 marzo scorso. In Italia la vicenda è stata circoscritta al mancato aggiornamento del piano pandemico del 2006 e al conflitto personale tra Francesco Zambon e Ranieri Guerra, già al Ministero della salute, dal 2017 Assistente del direttore generale dell’OMS, Tedros Ghebreyesus e dall’inizio della crisi a fianco del ministro della Salute Roberto Speranza.

Nel rapporto dell’OMS poi ritirato si leggeva anche altro, cioè il tentativo a caldo di mostrare le sfide (e quindi le lacune), le soluzioni adottate e le buone pratiche emerse nell’Italia che per prima ha dovuto affrontare l’inattesa e grave crisi sanitaria. A distanza di tempo, se ne capisce l’approccio d’emergenza: nelle settimane successive si erano mostrati largamente impreparati anche gli altri Stati europei (le mascherine e la crisi sanitaria nell’est della Francia, i drastici cambi di strategia e le fiammate nel Regno Unito, la mortalità in Belgio, la via svedese) per non dire del resto del pianeta. Sono state aperte inchieste giudiziarie in diversi Stati, il bilancio è simile quasi ovunque, ancora oggi ci sono molte lezioni da recuperare.

Nella presentazione, si è percepito un certo sconforto: né il libro, né le sue dimissioni, né le notizie sono servite a cambiare le cose. D’altra parte, Zambon non ha praticamente parlato dei contenuti del rapporto, delle soluzioni emerse nelle Regioni, né dei quaranta seminari dell’OMS da 300 persone sui temi più disparati della pandemia, dai medicinali, all’organizzazione ospedaliera alla comunicazione ai familiari. Lo stesso libro ne fa solo cenno, focalizzato com’è sulla vicenda del ritiro del rapporto.

Zambon ha preso atto che l’OMS non è un ente celeste, ma un’organizzazione internazionale come le altre, la cui indipendenza esiste, ma è relativa. Ha indicato che nella delegazione OMS a Wuhan del 14 gennaio c’era un componente con dei conflitti di interesse, lo zoologo britannico Peter Daszak, che avrebbe finanziato e collaborato con l’Istituto di virologia di livello 4 della metropoli cinese. D’altra parte, proprio il 15 luglio scorso il direttore dell’OMS Tedros Ghebreyesus ha chiesto nuovamente di conoscere le origini del virus, con capacità autocritica rispetto al suo stesso rapporto di marzo, che indicava un’alta probabilità nell’origine animale. In parallelo, dal 21 maggio un’inchiesta degli Stati Uniti di Joe Biden sta procedendo sullo stesso tema, senza troppo fidarsi degli esiti dell’OMS di gennaio-marzo.

In secondo luogo, Francesco Zambon ha mostrato il ruolo che esercitano gli Stati e gli stessi meccanismi che sostengono questa dinamica. Il direttore generale dell’OMS e altre figure apicali, come il direttore Europa, Hans Kluge, vengono votati in assemblea degli Stati (un voto per Stato), fanno campagna elettorale con tanto di volantini e vanno a cercare i voti nelle capitali, con cui poi per forza si relazionano, e com’è sempre stato, sin dal dopoguerra.

Il terzo fatto da notare riguarda il pubblico, che era composto in gran parte da dubbiosi sui vaccini, ex-medici che non guardano la TV ma leggono fonti alternative, o persone che si chiedono perché le monetine restino attaccate alle teste dei vaccinati.

Un pubblico anche competente e critico, ma certamente preso dalla confusione e dalle paure subite in questi mesi ed esposto alla disinformazione strutturata. Francesco Zambon ci ha un po’ flirtato: ha un gruppo di sostegno di 10mila aderenti, ha mostrato insofferenza per la stampa (che pure ha fatto uscire la vicenda), ha usato l’espressione “Big Pharma” e altri elementi di linguaggio alternativo.

Tuttavia, si è capito che Francesco Zambon non appartiene a questo mondo, che incrocia adesso al termine del suo personale percorso. Anche se piccolo, era comunque un pesce fuor d’acqua: invitava pazientemente a leggere gli articoli più autorevoli, anche se in inglese, a evitare le interpretazioni più facili, e a vaccinarsi.

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