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L’esercito cinese decapitato per fedeltà assoluta a Xi. L’approfondimento del New York Times

Xi Jinping ha scatenato un’epurazione senza precedenti ai vertici militari cinesi, rimuovendo decine di generali e il suo stesso ex braccio destro Zhang Youxia per sospetti di slealtà e corruzione, rischiando di indebolire la prontezza operativa delle forze armate proprio mentre cresce la tensione con gli Stati Uniti.

Il presidente cinese Xi Jinping sta attraversando una delle crisi più gravi dei suoi tredici anni di potere. Come spiega il New York Times, che al tema dedica un lungo approfondimento, la vasta epurazione che ha colpito i vertici militari non è più una semplice campagna anticorruzione, ma una vera e propria resa dei conti che ha falcidiato l’élite delle forze armate.

Generali un tempo intoccabili sono caduti uno dopo l’altro, incluso Zhang Youxia, ex braccio destro di Xi.

In un momento di crescente tensione con gli Stati Uniti, il leader cinese appare ossessionato dalla lealtà assoluta, al punto da mettere a rischio lo stesso progetto di modernizzazione militare che aveva tanto faticosamente costruito.

EPURAZIONE SENZA PRECEDENTI

Le immagini della recente riunione legislativa sono eloquenti. Un anno prima la sala era piena di una quarantina di generali; stavolta la loro presenza era ridotta a un pugno.

Con espressione dura, Xi ha ammonito i sopravvissuti: l’esercito “non deve mai avere nessuno con il cuore diviso verso il Partito”. Una frase antica e carica di significato, tratta dai testi classici sui generali traditori, che rivela quanto profondo sia ormai il suo sospetto.

LA CADUTA DEI FEDELISSIMI

Quella che era iniziata come un’operazione mirata contro la corruzione si è trasformata in una pulizia radicale. Decine di alti ufficiali sono stati rimossi, due ex ministri della Difesa sono stati condannati a morte con sospensione della pena, che di fatto implica l’ergastolo e, all’inizio del 2026, è caduto anche Zhang Youxia, l’uomo che appariva tra i più vicini a Xi.

Secondo alcune ricostruzioni, il punto di non ritorno è arrivato quando Xi ha tentato di promuovere il generale responsabile delle indagini a una carica equivalente alla sua. L’obiezione di Zhang gli è costata il posto.

LA LEZIONE DI HU JINTAO

Xi era salito al potere deciso a non ripetere gli errori del predecessore. L’ex presidente Hu Jintao appariva debole di fronte ai comandanti militari: nel 2011, durante una visita del segretario alla Difesa americano Robert Gates, sembrò sorpreso quanto gli ospiti dal test di un caccia stealth cinese. Per Xi era inaccettabile.

Già nel 2014, nel discorso simbolo tenuto a Gutian – il luogo dove Mao aveva stabilito che “il Partito comanda il fucile” – lanciò un severo avvertimento sulla corruzione, il clientelismo e l’inefficienza che minavano le forze armate.

Per Xi la corruzione non era solo un problema di soldi, ma un pericolo esistenziale per il suo potere. Generali come Xu Caihou, accusato di aver venduto promozioni, rappresentavano il tradimento peggiore: professavano lealtà al Partito mentre ne erodevano le fondamenta.

Gli esempi del Medio Oriente e dell’Unione Sovietica lo avevano convinto che un esercito infedele può rovesciare un leader. Per questo ha imposto con forza il “lavoro politico”, l’indottrinamento e il controllo ideologico, definendo la lealtà come qualcosa di assoluto.

LE RIFORME DI XI

Negli anni Xi ha rivoluzionato la struttura militare: ha sostituito le vecchie regioni con nuovi comandi integrati, rafforzato il proprio controllo diretto attraverso il “sistema di responsabilità del presidente” e scelto personalmente molti comandanti.

Zhang Youxia, con la sua esperienza di combattimento nella guerra di confine con il Vietnam e il suo solido pedigree rivoluzionario, sembrava l’uomo giusto per guidare la trasformazione: portaerei, missili ipersonici, arsenale nucleare in espansione.

Nel 2018 Xi parlava già di una “trasformazione storica” che aveva “salvato l’esercito”.

L’ASCESA DELL’INQUISITORE

Tutto è cambiato a partire dal 2023. Il repentino siluramento del vertice della Forza Missilistica e la rimozione del ministro della Difesa hanno fatto crollare l’immagine di stabilità.

Xi ha risposto convocando i comandanti a Yan’an, altra roccaforte maoista, per imporre una “rettifica politica” ancora più profonda. Da allora le purghe si sono intensificate. A guadagnare sempre più potere è stato il generale Zhang Shengmin, commissario politico con poca esperienza operativa ma grande abilità nell’indottrinamento e nelle indagini interne.

IL DILEMMA TRA LEALTÀ E COMPETENZA

L’esercito cinese si trova oggi attraversato da tensioni profonde: da una parte i comandanti che spingono per la preparazione al combattimento, dall’altra gli inquisitori concentrati sulla purezza ideologica.

La promozione di Zhang Shengmin a vice-presidente della Commissione Militare Centrale ha probabilmente rappresentato l’ultima goccia.

Zhang Youxia e il suo vice si sono opposti, ritenendo che mettere un investigatore in una posizione così alta avrebbe danneggiato la credibilità combattente dell’esercito. Opposizione pagata a caro prezzo: l’accusa ufficiale contro di loro parla di aver “gravemente calpestato” il sistema di controllo diretto di Xi.

CRESCENTE DIFFIDENZA

La purga rivela un Xi nella fase declinante del suo potere: più sospettoso, più ansioso nei confronti di chi gli sta vicino, più incline a privilegiare la fedeltà assoluta rispetto all’esperienza.

Il grande progetto di modernizzazione militare, uno dei suoi successi più importanti, rischia ora di rallentare proprio per la bonifica che il presidente considera indispensabile.

Pechino ora deve gestire un apparato potente sulla carta ma scosso da continui terremoti interni. Il messaggio ai generali rimasti è chiaro: in questo esercito c’è spazio solo per chi ha il cuore interamente rivolto al Partito. E, in sostanza, a Xi.

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