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Tutte le linee guida (e i timori) di Putin sull’Afghanistan

Mercenari

Cosa ha detto Putin sull’Afghanistan alla riunione dei capi di Stato della Comunità degli Stati Indipendenti. L’articolo di Giuseppe Gagliano

 

Due giorni prima di una riunione dei capi di Stato della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), i capi dell’intelligence di Armenia, Azerbaigian, Kazakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Turkmenistan sono stati convocati a Mosca il 13 ottobre per la 17a riunione. Insieme, sono stati in grado di esaminare meticolosamente le istruzioni fornite direttamente da Vladimir Putin.

Sotto l’occhio vigile del direttore dell’intelligence estera russa Sergey Naryshkin e di Nikolay Patrushev, segretario del consiglio di sicurezza nazionale, Putin ha dato una serie di linee guida. Ha parlato a lungo della preoccupazione principale del Cremlino, Kabul, invitando i capi della intelligence della CIS a organizzare operazioni congiunte ad hoc coordinate dal Centro antiterrorismo della CIS che sarà guidato dal capo dell’Accademia FSB Yvegeny Sysoyev dal 1° gennaio 2022. Oltre a vigilare sui confini dell’Afghanistan, Putin ha incaricato le agenzie di intelligence del blocco di concentrare gli sforzi tanto sulle minacce terroristiche quanto sui flussi migratori illegali e sul traffico di droga.

Inoltre ha anche sollecitato a seguire le tracce dei combattenti iracheni e siriani diretti in Afghanistan: un problema su cui sono particolarmente d’accordo Karim Massimov, segretario del consiglio di sicurezza kazako KNB, e Saimumin Yatimov, capo del Comitato statale per la sicurezza nazionale del Tagikistan. Naryshkin, che a luglio si vantava della sua “partnership antiterrorismo” con la CIA, è arrivato addirittura ad applaudire il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan come la fine del “mondo unipolare”.

Putin non si è lasciato sfuggire l’opportunità di parlare del suo tema preferito – i pericoli delle nuove tecnologie dell’informazione – e ha insistito sulla necessità di protocolli e strumenti di condivisione delle informazioni più efficienti, come il sistema SiNerGia su cui stanno lavorando le agenzie di intelligence interne della CIS.

Diversi veterani del Cremlino hanno sostenuto le direttive di Putin. Patrushev è stato particolarmente fermo sulla necessità di impedire agli Stati Uniti o alla NATO di prendere piede in Asia centrale nei prossimi mesi. L’ex direttore dell’FSB ha anche chiesto ai capi dell’intelligence del blocco di consigliare ai rispettivi capi di stato di respingere qualsiasi suggerimento proveniente dall’Occidente di accogliere gli afgani nei loro territori, individuando coloro che hanno lavorato per gli Stati Uniti, in quanto potrebbero essere un vettore per il terrorismo o per attuare operazioni di spionaggio.

Patrushev ha continuato ad avvertire il suo pubblico del rischio elevato di ulteriori “rivoluzioni colorate”, come la rivoluzione rosa in Georgia nel 2003, la rivoluzione arancione in Ucraina nel 2004 e la rivoluzione dei tulipani in Kirghizistan nel 2005. Mosca crede che queste “rivoluzioni colorate” siano sostenute da ONG statunitensi. Ha usato l’esempio dell’annunciato aumento di bilancio di 2,9 miliardi di dollari nel 2022 per l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale uno strumento di soft power statunitense volto a promuovere la democratizzazione finanziando iniziative economiche.

Da parte sua, Naryshkin ha insistito sulla necessità di proteggere la CSI dall’influenza occidentale, citando “gli Stati Uniti e altri Stati occidentali”, nonché il ruolo svolto dall’intelligence nello sviluppo economico e tecnologico dei rispettivi paesi. Ciò corrisponde alla tendenza di Putin di legare la sicurezza interna al rafforzamento della sicurezza economica.

Due considerazioni finali per concludere: da un lato la Russia – come la Cina – è pienamente consapevole del pericolo rappresentato dall’Afghanistan e dalle zone limitrofe in relazione alla proliferazione del terrorismo. Ma dall’altro lato è altrettanto consapevole – come la Russia anche la Francia (grazie agli studi di Eric Denécé e della Scuola di Guerra economica francese) – dell’efficacia del soft power americano, che secondo i servizi di sicurezza russi, francesi e cinesi starebbe dietro alle cosiddette rivoluzioni colorate.

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