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Perché scricchiola l’asse Francia-Germania

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Francia Germania

Non sono mai state così distanti le rappresentanze politiche di Francia e Germania. Anche per la Francia è arrivata infatti la resa dei conti. Un anno dopo la Dichiarazione di Mesemberg ed il nuovo Trattato dell’Eliseo, cadono le ultime maschere. L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Un passato senza futuro: era il 19 giugno 2018, appena un anno fa, quando Francia e Germania firmarono congiuntamente la Dichiarazione di Mesenberg, un testo dal titolo promettente e dai contenuti ancor più accattivanti: “Rinnovare gli impegni europei di sicurezza e prosperità”. Era già un compromesso rispetto alle ambizioni francesi, ma almeno sembrava una via di uscita dalla morta gora in cui l’Unione si era trascinata per anni.

Parole incise sul marmo, un epitaffio verrebbe da dire oggi: già dalle prime parole, infatti, si capiva che il vento del neo-liberismo, quello delle riforme strutturali a tutti i costi, non era affatto calato. Enfasi assoluta: “Francia e Germania condividono una ambizione comune per il progetto europeo: un’Europa democratica, sovrana ed unita, un’Europa competitiva, un’Europa che è una base per la prosperità e difende il suo modello economico e sociale e la diversità culturale, un’Europa che promuove una società aperta, basata sui valori condivisi di pluralismo, solidarietà e giustizia, che sostiene il ruolo della legge dovunque nell’Unione promuovendolo all’estero, un’Europa che è pronta a affermare il suo ruolo internazionale per promuovere pace, sicurezza e sviluppo sostenibile, ed essere leader nella lotta contro il cambiamento climatico, un’Europa che affronta con successo la sfida migratoria”.

Nel testo c’era un po’ di tutto, dalla politica estera alla revisione dell’ESM; perfino l’impegno a perseguire l’obiettivo di una tassazione comune europea per le imprese, intanto facendo convergere la legislazione dei due Stati. E’ tutto, ormai, solo materiale per gli Almanacchi, di quelli che rammentano quotidianamente che cosa sia successo in passato in quella stessa data, per ravvivare la memoria di un evento caduto immeritatamente nell’oblio.

Mai come in questo ultimo anno, infatti, l’asso franco-tedesco ha scricchiolato così vistosamente: di un Ministro delle Finanze europeo, tanto auspicato da Parigi quanto osteggiato da Berlino, non se ne parla più da un pezzo; parimenti, è tramontata la prospettiva di un bilancio dell’Unione con risorse proprie assai più consistenti, con funzioni di stabilizzazione oltre che di sviluppo mediante la istituzione di appositi fondi volti a sostenere le riforme strutturali; la evoluzione del Fondo Salvastati sta procedendo su linee talmente rigorose in ordine alla analisi della sostenibilità dei debiti pubblici da rendere le sue risorse praticamente inaccessibili, se non alle consuete condizioni di severa condizionalità, ad una gran parte dei Paesi europei, ivi compresa la Francia. Anche il rinnovato Trattato dell’Eliseo che ha dato corpo alla rinnovata cooperazione franco-tedesca, è entrato in un cono d’ombra: tanto il Presidente francese Emmanuel Macron, quanto la Cancelliera tedesca Angela Merkel hanno infatti assai più complesse problematiche di consenso interno da risolvere.

Ora, tra Francia e Germania è scontro per il controllo delle istituzioni europee: Parigi cerca spazio, Berlino resiste. Il venir meno, dopo le recenti elezioni europee, della maggioranza dei seggi a favore del duopolio composto dal Partito popolare europeo (PPE) e dall’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici (S&D), con l’emergere di altre formazioni, sta mettendo in discussione le convenzioni su cui si è fondato per anni il funzionamento delle istituzioni bruxellesi.

Dello sgretolarsi di questo blocco politico, e del conseguente indebolimento della Cancelliera Merkel che guida un governo di coalizione composto dalla Cdu-Csu e dall’Spd che si ispirano ai due citati Gruppi europei, ha approfittato immediatamente il Presidente Macron: d’un colpo, si è sbarazzato del criterio dello spitzenkandidat, cioè della prassi secondo cui il candidato alla Presidenza della Commissione europea viene espresso dal Gruppo politico più numeroso a Strasburgo.

Macron ha azzoppato così il tedesco Manfred Weber, esponente della Cdu e candidato per il PPE, fortemente sostenuto dalla Cancelliere Angela Merkel: le avrebbe garantito una continuità politica rispetto alla gestione di Jean-Claude Junker, anch’egli parte della famiglia dei Popolari. Macron vorrebbe diventare l’ago della bilancia europea: egemonizzando, ed usando come leva, il rilevante numero di aderenti al Gruppo Renew Europe, l’ex-ALDE, di cui fanno parte coloro che sono stati eletti in Francia nella lista Renaissance, che si riconosceva nell’area politica che sostiene Macron.

Questa formazione, che nelle intenzioni avrebbe dovuto raccogliere consensi ulteriori rispetto a LREM, il partito fondato dallo stesso Macron, in realtà è rimasta ancorata alla medesima percentuale di voti riportata alle elezioni politiche: non c’è stato nessuno sfondamento, dunque, a favore del Presidente francese. Anzi, seppure d’un soffio, è stato battuto dal RN di Marine Le Pen.

C’è dunque da registrare una prima, vistosa divergenza nella rappresentanza di Germania e Francia a Strasburgo: non solo c’è nessuna omogeneità politica tra gli eletti dei due Paesi, ma I risultati hanno confermato un quadro completamente divaricato. La maggioranza che sostiene il governo francese, composta unicamente dai rappresentanti de LREM, risulta non meno eterodossa rispetto a quella tedesca di quanto non lo sia quella giallo-verde che sostiene il governo italiano. La rappresentanza tedesca, invece, rispecchia pienamente il risultato complessivo delle prime tre componenti presenti nel nuovo Parlamento: sono stati assegnati 29 seggi al PPE, 16 seggi a S&D e ben 25 ai Verdi/ALE. Solo 7 seggi, invece, vedono rappresentanti tedeschi aderire al Gruppo Renew Europe. Per la Francia, la pattuglia aderente a quest’ultimo Gruppo è di 21 parlamentari, uno in meno rispetto a quelli eletti dal RN di Marine Le Pen che sono iscritti ad Identity and Democracy (ID). Inoltre, gli eletti francesi per il PPE sono stati appena 8, mentre sono arrivati appena a 5 gli aderenti a S&D. Mai le rappresentanze politiche di Francia e Germania sono state così diverse. La vera novità alle europee, anche in Francia, sono stati i Verdi, che si sono piazzati come terzo partito con 12 seggi.

Complessivamente, nella nuova composizione, a Strasburgo ci saranno 182 rappresentanti del PPE, 154 di S&D, 108 di Renew Europe e 75 dei Verdi/ALE. Considerata la non autosufficienza di una coalizione formata solo da PPE e S&D, che nel Parlamento uscente vantavano 401 seggi su 749 complessivi, mentre ora ne hanno appena 336 su 751, bisogna capire se si aprirà solo a Renew Europe, oppure anche ai Verdi/ALE: Macron punta chiaramente alla prima ipotesi, mentre Merkel potrebbe preferire la inclusione nella maggioranza di entrambi i Gruppi: in questo modo ridurrebbe la leva francese ed alleggerirebbe il fronte interno, che vede i Verdi come secondo partito e l’SPD in forte sofferenza.

Per i leader di Francia e Germania, il controllo delle istituzioni europee è una sfida essenziale: mentre Parigi deve bilanciare sul piano politico la preponderanza economica di Berlino, quest’ultima non si può permettere che ai vertici delle istituzioni europee, a Bruxelles ed a Francoforte, si insedino persone che mettano in dubbio i dogmi su cui si fonda la forza tedesca: nessuna condivisione dei rischi, nessuna solidarietà che pesi sulle sue finanze, nessun riequilibrio all’interno dell’area.

La Francia sta provando sulla sua pelle quanto sia difficile il processo di “desocialistizzazione” economica e sociale che caratterizza la visione politica del Presidente Macron: le sue riforme procedono con esasperante lentezza. Anche il processo di risanamento delle finanze pubbliche è andato scemando dopo il suo arrivo all’Eliseo: per quest’anno, ad esempio, la tendenza alla riduzione del rapporto deficit/pil si è invertita, con la prospettiva di arrivare al 3,1% rispetto al 2,8% che era stato preventivato. Anche la capacità di aggiustamento strutturale del bilancio si è affievolita, con un miglioramento che in ciascuno degli ultimi due anni è stato di appena lo 0,1% del Pil. L’obiettivo del pareggio di bilancio è stato rinviato così al di là dell’orizzonte delle proiezioni pluriennali: è tutto molto italiano, verrebbe da dire. Comprensibile, dunque, anche il fastidio nel dover ammettere che nel 2018, nell’Unione europea, solo Cipro ha avuto un deficit peggiore del 2,5% del Pil registrato dalla Francia. Perfino Spagna ed Italia hanno fatto meglio.

Dopo la durissima lezione impartita alla Grecia, a monito imperituro per i debitori incalliti, ed il waterboarding praticato senza risparmio all’Italia per togliere di mezzo un concorrente fastidioso, anche per Parigi è arrivata l’ora della resa dei conti. Ha ben chiaro che la Germania non le farà sconti: dunque, deve conquistare Bruxelles. Un anno dopo i proclami di Mesenberg, cadono le ultime maschere.

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