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Vi spiego perché oggi Hong Kong non serve più né alla Cina né agli occidentali. Parla Marco Lupis

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Marco Lupis

Conversazione con Marco Lupis, autore del libro fresco di stampa “Hong Kong – Racconto di una città sospesa” (Il Mulino)

“Oggi Hong Kong non serve più. Non serve alla Cina popolare, non serve agli occidentali”. È questo, dopo un’accurata anamnesi, il chirurgico, malinconico giudizio di Marco Lupis. Nel suo fresco di stampa Hong Kong – Racconto di una città sospesa, edito da il Mulino, il giornalista calabrese riversa tutto il suo amore per il Porto profumato. Città che conosce come inviato da un quarto di secolo. Dove ha abitato a lungo. Dove spesso ritorna. Perché lì, in una città-stato arcipelago di centinaia di isole, da nomade viaggiatore ha infine trovato la sua “isola”. Destino di chi vorrebbe sempre essere altrove, ma alla fine – come avrebbe, come ha detto un altro grande irrequieto viaggiatore come Tiziano Terzani – rischia di coinvolgersi definitivamente, di innamorarsi sul serio di un luogo che diventa Patria. Per Lupis, questa Patria è Hong Kong.

Cerniera tra Estremo Oriente e Occidente.

Ma la zip tra i due mondi si è come inceppata.

La fortuna di Hong Kong pare avviata lungo un piano inclinato nelle considerazioni dello scacchiere economico e politico mondiale. Da terza piazza finanziaria dopo Londra e New York, la Manhattan dell’Asia, fatta di grattaceli altissimi, dove un garage costa più della Rolls-Royce e della Ferrari da parcheggiarvi, dove la verticalità si appianura verso inaspettati parchi verdi e mare – tanto mare –, dove le signore in Chanel e i brokers internazionali convivono quotidianamente con poveri e sudici che spingono malfermi carretti vestiti come ai tempi di Mao. Eredi di chi da Mao è fuggito. E magari ha fatto i soldi partendo da un sogno hongkonghese, che in certi tempi ha permesso anche a un lustrascarpe di balzare a vette di imprenditoria milionaria; ma dove ormai l’ascensore sociale di fatto non esiste più.

Il ritorno cinese che si è ripresa il territorio nel 1997 dopo la stagione coloniale britannica; le rivolte degli ultimi anni; le pandemie che – prima la Sars, poi il Covid – hanno creato un esercito di poveri tra i sette milioni e mezzo di abitanti.

Poveri circondati dai soldi. Lì, a Hog Kong, dove si può prendere stanza in hotel tanto luxury da fare cadere le stelle a molti di quelli delle capitali occidentali e arabe. E dove pure si possono avvicinare bordelli dei più sordidi. La stessa città dove nelle botteghe si può acquistare carne della più pericolosa e indecifrabile per i nostri palati; dove un intero quartiere dedicato alle pompe funebri mostra la mercanzia di bare sulla pubblica via, destinate a defunti che verranno sepolti in piedi, in cimiteri costruiti in verticale per la cronica mancanza di spazio. Dove c’era l’oppio, e ancora c’è, poi sono piovuti i dollari. Dove si incrociavano le spie internazionali, gli affari della mafia; dei cinesi che in nome del comunismo non potevano fare inconfessabili affari con gli Occidentali qualche chilometro più in là, ma qui, sì.

Mentre plateali erano e sono superstizione e scaramanzia. Spostereste un intero villaggio perché secondo le regole del feng shui è costruito in un luogo non benedetto dagli dei? A Hong Kong è successo. Amministratore delegato di una multinazionale chiedereste la consulenza di un esperto geomante prima di innalzare un grattacielo? Succede ancora. Come accade di appendere specchi ottagonali fuori dalle case per scacciare gli spiriti maligni o, persino, pagare un milione di dollari per mettere sulla targa dell’auto il numero 8. Ci ricorda Lupis che un anonimo uomo d’affari l’ha fatto, “solo perché per i cantonesi il numero otto è il simbolo della fortuna e del denaro”.

Anche questa è Cina. Anche questo è Hong Kong. Un mondo che Lupis descrive da cronista e appassionato amante. Con puntuali inserti storici. Perché – per rubare a Calvino una sua definizione di giovinezza – il giornalismo è tante cose, “anche una particolare acutezza dello sguardo che afferra e registra un enorme numero di particolari e sfumature; un’insaziabilità degli occhi che bevono lo spettacolo del mondo”.

È questo l’essere giornalista di Lupis. Anche nel cogliere e ricordarci l’essenza liquida di Hong Kong. Per la geografia – la compongono 263 isole –, per il carattere di Hong Kong.

“Be water my friend! – Sii acqua amico mio!”, diceva Bruce Lee.

Nota Lupis: “Gli abitanti di Hong Kong hanno sempre avuto nei confronti degli eventi epocali che l’hanno investita – dai tifoni devastanti, ai mutamenti politici ed economici, fino alle epidemie più terribili – la stessa capacità di adattamento che ha l’acqua in una tazza, o in qualsiasi altro recipiente di cui assume la forma”. Il movimento dei giovani in rivolta nel 2019 questo slogan storico ha adottato, “perché, al pari dell’acqua, il movimento si adattava quasi istantaneamente al mutare delle situazioni, ai tentativi di repressione della polizia, agli arresti ricorrenti dei suoi leader”. Ragazzi innamorati della democrazia o, almeno, del suo sapore. E che insieme, analizza Lupis, accusano un senso di “abbandono da parte della Cina – che resta comunque per tutti la madrepatria”.

In questo volume che riporta come migliaia di appunti di uno sterminato taccuino Moleskine annotato per un quarto di secolo, non manca un livello di lettura quasi da guida turistica colta, per andare davvero incontro all’anima della città. Da mettere in valigia quando si tornerà a viaggiare assieme a una pratica Lonely Planet, magari da leggere su un sedile di un Boeing della Cathay Pacific, per approfondire le ragioni di toponomastica londinese, tutta fatta di Central, Street, Square. Club dove si incontrano diplomatici, business man e giornalisti; di tram a due piani e traghetti per raggiungere le isole più remote – da dove, liquido, inizia il viaggio al contrario del libro rispetto alle guide che puntano sul centro. Traghetti e tram le cui corse Lupis racconta con esattezza. Tale per cui mancano solo orari dei mezzi e prezzi e menu dei ristoranti del resto reperibili altrove.

Lupis guarda con attenzione i dettagli. Cogliendo i particolari di un quartiere – la Città murata, ad esempio, oggi rasa al suolo – dove interminabili teorie di chissà come realizzate dentiere in mostra venivano vendute insieme alla droga e al sesso a pochi soldi. Con coraggioso sprezzo dell’igiene. O dove lo sguardo dell’occidentale coglie il tardo pomeriggio di assembrarsi di anziani silenziosi che, senza darsi un appuntamento, si ritrovano davanti alla vetrina di un moderno sexy shop. Vecchi muti, ma con la stessa naturalezza dei loro coetanei italiani che si danno in vociante convegno davanti ai cantieri stradali.

Oggi però Hong Kong non serve più.

È ormai quasi impiccio per lo scambio di affari tra il capitalismo occidentale e quello comunista di Pechino. E che diamine, quanto fastidio da una parte, per quello che la Cina di Xi Jinping odia di più – i diritti individuali, la libertà di stampa, i tribunali garantisti. Odio (e repressione) a cui non risponde con fermezza una malcelata distrazione occidentale per i giovani che dal 2014 a più riprese manifestano per una tutela di garanzie democratiche cannibalizzate dal regime.

In barba agli accordi.

Quelli che il governo di Sua Maestà la Regina Elisabetta aveva strappato al regime. Scaduto il contratto di affitto coloniale, Hong Kong è tornata alla Cina il 1 luglio 1997. Per cinquant’anni, però, le garanzie giudiziarie e democratiche dovevano rimanere immutate. Abbiamo visto quanto, con trent’anni di anticipo, la parola non è stata rispettata. Il principio “un paese due sistemi”, è naufragato. Non da ultimo, nella legge bavaglio spacciata come legge sulla sicurezza nazionale. O la più recente legge elettorale che azzererà l’opposizione democratica, e l’imposizione di un giuramento “patriottico” alla Cina. Ovvero al Partito comunista.

Anche per questo libro di Lupis è necessario. Attualmente necessario. Perché forse la parola fine alla lunga storia di Hong Kong è ancora da scrivere. Perché, soprattutto, anche al più cinico degli affaristi e dei politici internazionali come al non troppo distratto osservatore, quella città ponte, la sua storia, i suoi rapporti con Pechino, servono a comprendere con che Cina si ha a che fare.

Non fosse altro per convenienza. Del resto, non recita il detto “se si cena con il diavolo è meglio portarsi dietro un lungo cucchiaio?”. Un po’ di conoscenza, se non di astuzia, occorre. Non è infatti detto che l’Occidente sia sempre consapevole, sedendosi a tavola con Pechino, di essere esso stesso sul menu.

“Oggi Hong Kong non serve più. Non serve alla Cina popolare, non serve agli occidentali”.

Gli investimenti si sono spostati. Pechino mira a fare della metropoli arcipelago una qualunque città cinese. E nemmeno la più importante. Troppo fastidiosa per la sua pretesa democratica. Diventando la Cina – apparentemente – sempre meno comunista e sempre più orientata verso il denaro e la ricchezza, Hong Kong è sospesa. I burocrati del Pcc preferiscono altre metropoli cinesi in crescita esponenziale, prima fra tutte Shanghai, e persino la confinante Shenzhen. Analizza Lupis: pur di non investire sul Porto profumato, la Cina ha investito massicciamente sull’ex villaggio di pescatori subito dietro il confine, appunto quella Shenzhen che oggi rivaleggia, in fatto di grattacieli, industria e tecnologia, con la città sulla baia di Victoria. E agli occidentali conviene guardare a quelle nuove metropoli. Le corporation che lavorano a Hong Kong, del resto, ormai puntano ad assumere personale dalla Cina continentale, non fosse altro perché parlano meglio il mandarino usato dai boiardi del regime.

Anche chi non fosse che distratto gweilo, un diavolo pallido, come appellavano nel cantonese dell’ex colonia un occidentale con sprezzante considerazione degli occidentali, o interesse per il turista in cerca di esotico e con gonfio portafoglio da spremere. Anche per un gweilo conoscere Hong Kong significa conoscere il metodo Pechino. Metodo che traspare dal volume di Lupis.

Metodo che va tenuto in conto prima di sedersi a tavola e non finire nel menu dell’invitante.

È un metodo Pechino che Lupis a StartMagazine riassume come il metodo Borg, gli abitanti dell’universo fantascientifico di Star Trek. Il metodo dell’assimilazione verso altri mondi, fino a costringerli ad obbedire alle necessità della collettività. Rectius: del regime. Metodo che Pechino sta esercitando con larghezza sui recalcitranti ragazzi delle proteste di Hong Kong. In nome dell’interesse superiore: il denaro. Stesso metodo per il resto del mondo?

Assimilazione per nulla celata. Plasticamente rappresentata dal ponte che consente di attraversare il canale e collegare Hong Kong e Macao.

Cinquantacinque chilometri inaugurati nel 2018.

“Nel progetto voluto dal presidente a vita Xi Jinping, c’è la chiara volontà di creare attorno alla grande baia del Fiume delle Perle una gigantesca regione economica, capace di eguagliare e superare gli agglomerati di New York, San Francisco e Tokyo”. Ricorda Lupis: “Messi insieme, i Pil di Hong Kong, con la sua potenza di piazza finanziaria, di Macao, capitale mondiale del gioco d’azzardo, di Zhuhai, di Shenzhen, con la sua alta tecnologia e le sue fabbriche, e di Guangzhou, capitale manifatturiera del mondo, valgono la cifra da capogiro di 1,5 trilioni di dollari Usa”.

Con il deterioramento delle libertà fondamentali a Hong Kong, ormai quel ponte è visto come l’immagine della longa manus protesa sulla ex colonia da Pechino: “Più che un ponte, una catena lunga 55 chilometri”.

Un abbraccio mortale. Un segno della cannibalizzazione apparecchiata dal regime comunista. In mezzo, i giovani lacerati tra essere cinesi e il loro sentirsi occidentali che hanno provato il sapore della democrazia.

“Oggi Hong Kong non serve più”.

Come confidò a Lupis un giovane cinese in carriera e lucido di ebrezza alcolica all’ora dell’aperitivo nel prestigioso Captain’s Bar: un tempo Hong Kong era l’ombelico dell’Asia. Oggi è il buco del culo della Cina.

 

 

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