Mondo

Vi racconto il cannibalismo (economico) cinese. Parla Marco Lupis

di

Cina - Xi Jinping

Conversazione di Start Magazine con Marco Lupis, giornalista, inviato di esteri, saggista e autore del libro uscito pochi giorni fa “I Cannibali di Mao – La nuova Cina alla conquista del Mondo” (Rubbettino)

Quando a metà degli anni Novanta scende per la prima volta a Hong Kong, a un passo dalla Cina popolare, Marco Lupis è un trentenne con una storia professionale da inviato in America Latina e in terre di guerra che di Asia conosce ancora poco. Del resto, racconta oggi con una punta di orgoglio, al tempo i grandi giornali faticavano a comprendere perché interessarsi di Cina. “I cinesi sono tanti, ma hanno le pezze al culo”, le puntuali risposte dei direttori in gergo da redazione alle richieste di spedirlo lì. Poi l’occasione, un amore che non sboccia a prima vista ma si nutre fino a diventare indissolubile. E ancora regge.
Atterrato in un’isola che pretende di definirsi “porto profumato”, ma è pur sempre un’orgia di vetro e cemento; capace di affascinare un quarto di secolo di un giornalista e scrittore con un nome che completo suona lungo come l’indirizzo postale della maggioranza delle persone. Marchese calabrese, nato a Roma, studi in Svizzera e Milano. L’Asia vista da un calabrese che alla fine è tornato a vivere a Grotteria, vicino a Serra San Bruno – quando non riprende la valigia per tornare a osservare i cambiamenti nella sua Asia –, è un racconto puntuale ma non puntiglioso. Rigoroso perché personale.

“I Cannibali di Mao – La nuova Cina alla conquista del Mondo”, fresco di stampa per Rubbettino con un ricco intermezzo fotografico curato da Giorgio Perottino, non è un libro di geopolitica, precisa Lupis. Certo: sono venticinque anni di corrispondenze dal campo, uscite sui principali giornali italiani e non solo; pagine dense di dati e spaccati recenti come di inserti autobiografici che raccontano dei viaggi di allora e di oggi. Di un ritorno nel 2018 per mostrare la sua Hong Kong alla figlia Caterina nata lì diciotto anni prima ma cresciuta in Italia. È il pretesto narrativo, ma non romanzesco: la penna del cronista prevale anche quando dettaglia le vicende famigliari legate al lavoro di ieri e di oggi.

Non è un libro di geopolitica. Forse proprio per questo racconta con più esattezza attualità e prospettive di una Cina tanto lontana quanto cruciale nel teatro geopolitico. Di un impero che si sente benedetto dal cielo; delle sue contraddizioni; di ossimori – i comunisti capitalisti, per dirne una – inconcepibili per un occidentale eppure così talmente tranquilli da quelle parti e, in fondo, sfacciatamente rivelati. Di un soft power che sta conquistando il mondo. Senza guerre guerreggiate (i cinesi i carri armati li usano in casa, non fuori). Racconta di un predominio che la Cina se lo prende nell’ingegneria genetica e nell’intelligenza artificiale; con il monopolio nelle materie prime, soprattutto in quello delle “terre-rare”. In tutti i continenti.

Lupis, di Cina parliamo spesso. Spesso per luoghi comuni. Tipo: i cinesi non muoiono mai…

Guardi che è vero. Nel senso: non lo vediamo in Occidente. Un cinese emigrato all’estero mantiene sempre un legame con la terra di origine. Se può, quando invecchia o si ammala torna lì, oppure i parenti avranno cura di portarne le ceneri su quello che considerano suolo sacro.

I cinesi e il sacro. Permetta: è un rapporto che torna strano a comprendersi in un regime comunista.

Perché guardiamo alla Cina con categorie nostre. La Cina non è una civiltà arretrata. È un’altra civiltà. A noi aliena quanto millenaria e pienamente sviluppata su altri binari rispetto all’occidente. Un altro pianeta. Vivere lì è come andare a vivere su Marte. Secolarizzati o meno, noi europei abbiamo cose come la carità cristiana, o la storia del cammello e della cruna dell’ago. Concetti sideralmente lontani dagli insegnamenti di Confucio che affermava che “arricchirsi è glorioso”. Detti di 2500 anni fa che rimangono nel dna cinese. Non a caso Xi Jinping gli è andato a rendergli omaggio nel 2013, primo capo del Partito comunista cinese a farlo. E ha più volte dichiarato come i sentimenti religiosi, la fede e in particolare gli insegnamenti confuciani, siano “in perfetta sintonia con l’evoluzione morale perseguita dal Partito”. Pechino ha messo in opera una politica di controllo totale delle religioni “tramite assimilazione” di tutte le fedi, che malgrado la fortissima repressione iniziata nell’epoca maoista e proseguita senza cedimenti, sono caparbiamente sopravvissute fino a oggi. Cristianesimo, buddismo, confucianesimo, taoismo, islamismo: tutto deve venire disciplinato, cinesizzato e adattato alle regole della “via cinese al socialismo”: assimilare per reprimere.

Perché i cannibali di Mao del titolo?

Quando Mao voleva crescere, al tempo del “grande balzo” che non poteva permettersi, sicuramente non a quei ritmi serrati, i contadini lasciavano la terra. Chi rimaneva, in piena carestia, inebetito dalla fame, a volte mangiava i bambini. O si mangiavano gli oppositori al regime. Tutto documentato. Un cannibalismo che ora si ripresenta come potere economico. La Cina si sta comprando l’Africa, detiene il monopolio di materie prime cruciali per l’high tech, fa shopping in giro per il mondo.

Gli Usa cercano di contrastare la corsa al primato.

Ogni tanto Trump alza la voce, ma più di tanto non può. Pechino detiene la maggioranza del debito pubblico americano. Impongono silenziosamente la propria egemonia, comprandosi il mondo, un pezzo alla volta. Non si impongono con la forza, persuadono con i fatti. E con i soldi. L’obiettivo di Pechino è chiaro: diventare il più grande impero commerciale del mondo e riuscire a siglare una nuova “Pax cinese” universale. Un nuovo ordine mondiale. Che non ribalti necessariamente quello voluto da Washington all’indomani della Seconda guerra mondiale, ma che riconosca nella Cina il supremo garante. Con il fine ultimo che tutto il mondo adotti standard, tecnologie e, soprattutto, ideologie cinesi. In ogni campo.

Intanto ci ascoltano.

La vicenda Huawei insegna. Così come quella dei “Confucius Institute” sparsi qua e là nel mondo. Ufficialmente sono istituti che dovrebbero diffondere all’estero lingua e cultura cinese, come fa la Dante Alighieri per la cultura italiana. Invece proprio gli Istituti Confucio sono stati spesso accusati di svolgere non soltanto le loro degnissime attività istituzionali, ma di agire anche da veri e propri centri di spionaggio all’estero. Il Canada li ha bannati.

Non è raro leggere di economisti “illuminati” affascinati dal modello cinese.

È un aspetto complesso. Da una parte c’è l’attenzione a un modello pratico – “pur di mangiare possiamo sposare quel sistema che in vent’anni ha tolto dalla povertà quasi 800milioni di persone” –; più sottilmente è la crisi delle ideologie. C’è una parte di sinistra nostalgica che guarda alla Cina in chiave antiamericana. Ma c’è anche una destra sovranista stregata dal modello verticista, il decisionismo del comandante al potere. E pazienza se i leader comunisti cinesi sono visti in patria – e vedono se stessi – come leader eletti (nel senso di “scelti dal cielo”, non certo attraverso elezioni democratiche) la cui autorità gli è data dal governare una nazione eletta, abitata da un popolo eletto. Insomma: è un cortocircuito ideologico, dove a rimetterci è la democrazia, che diventa negoziabile. Xi lo ha affermato con chiarezza: per lui la democrazia non è un valore.

Ma da noi potrebbe funzionare, come qualcuno vagheggia? Una via cinese alla crescita economica, ma democratica.

Dovremmo essere disposti a barattare la democrazia. Personalmente non sono disposto, nemmeno in cambio del raddoppio del Pil ogni anno. In Cina funziona perché conta il collettivo, non l’individuo.

Eppure le recenti manifestazioni a Hong Kong sembrano segnare un cambio di rotta. In fondo l’isola è un pezzo di quel sacro suolo cinese.

Lì si è cresciuti senza censura, annusando il profumo della democrazia. E anche per questo si manifesta. Con la fine del protettorato della Gran Bretagna i timori di venire meno di quelle garanzie stanno crescendo. Ma è anche una protesta pratica, alla cinese: la sensazione di una fine economica. Un esempio: dopo il ritorno alla Cina, nel 1997, i burocrati di Pechino hanno deciso di non investire sull’ex colonia britannica, convinti che il successo di Hong Kong sarebbe sempre stato attribuito al suo passato inglese. Hanno preferito Shangai. E l’ex colonia conobbe una preoccupante impennata del tasso di suicidi.

Due su sette milioni di hongkonghesi in piazza sono un segnale che può scuotere la Cina continentale?

Non credo. Servirebbero milioni e milioni di persone in piazza per incrinare l’impero. Una vera rivoluzione può cominciare con un collasso dei boiardi di stato, dei burocrati che tirano le fila. Ma non la vedo semplice né imminente. Come ha descritto un accademico cinese i suoi sentimenti ambivalenti riguardo al governo del Partito: “È come se un gruppo di persone avesse preso il controllo dell’aereo chiamato Cina ormai quasi settant’anni fa, e lo stiano ancora facendo volare. Noi passeggeri, non siamo tutti contenti di come lo stiano pilotando, ma nessun altro a bordo sa come far volare un aereo, quindi continuiamo a restare seduti, zitti, a guardare fuori dal finestrino”.

Le vetrine del lusso, i fast food occidentali, non sono un’infiltrazione esterna nel modello comunista cinese?

Mi diceva un amico: io posso anche mangiare McDonald’s, ma questo non mi rende più occidentale. Soprattutto: personalmente non credo che i cinesi siano poi così disposti a rinunciare a televisori al plasma, elettrodomestici sofisticati che fino a qualche decennio fa erano una rarità, smartphone e tutto il resto in favore di una democrazia.

E i super ricchi come si conciliano con la via comunista? In fondo chi c’è di più “individualista” di un milionario?

Sono tollerati purché stiano al loro posto, sempre in favore di una logica dove l’individuo ha perso il suo valore e la sua supremazia sull’universo, a favore della dittatura della comunità, in una visione confuciana della vita. In una parola, neo-comunista. “Arricchirsi è glorioso”. Per i cinesi il denaro è un dio. Quando mia figlia compì un anno, a Hong Kong – lo racconto nel libro – notammo che i nostri amici cinesi portarono regali con il cartellino del prezzo in bella mostra: nel loro galateo, il valore di un regalo si misura in quanto è costato.

Anche a Wall Street il denaro è piuttosto considerato…

Ma in America si svolgono ancora libere elezioni, puoi mandare a quel paese anche Trump senza che ti arrestino. Tutte cose che in Cina continuano a essere fantascienza. Così come i diritti più elementari per i lavoratori.

Moriremo cinesi?

Intanto dobbiamo capire che questo sarà il secolo asiatico. E siamo di fronte a un bivio: o l’Europa fa da punto di equilibrio tra americanisti e affascinati dal modello cinese (ma siamo in grado di definire ancora i nostri valori?), o la Cina si occidentalizza, in termini di democrazia e diritti civili, o, più probabilmente, presto o tardi, verremo anche noi “assimilati” e diventeremo tutti “comunisti” cinesi.

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