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Vi spiego perché non vincerà il blocco Cina-Russia contro l’Occidente. L’analisi di Pelanda

G7 Pelanda

Conversazione di Marco Orioles per Startmag con Carlo Pelanda, analista, saggista e docente di Geopolitica economica all’Università degli Studi Guglielmo Marconi

 

La guerra della Russia scatenata contro l’Ucraina. Il ruolo degli Stati Uniti. La posizione dell’Europa. E gli scenari geopolitici. Ecco i temi al centro della conversazione con Carlo Pelanda, analista, saggista e docente di Geopolitica economica all’Università degli Studi Guglielmo Marconi.

Seconda parte della conversazione, la prima parte è possibile leggerla qui.

Professore, il conflitto in Ucraina non avrebbe mutato di una virgola la Grand strategy degli Usa, concentrati da tempo nel braccio di ferro col Dragone?

In realtà un cambiamento c’è stato ed è il vantaggio che questa guerra ha assicurato al fronte delle democrazie, che si sono finalmente compattate. A questo punto, visto che parliamo di Grand strategy, vorrei farle un riferimento legato anche alla mia attività scientifica condotta negli Usa.

Prego, dica pure.

Nel febbraio 2013, quando Obama lanciò le iniziative del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) con l’Europa e del TPP (Trans-Pacific Partnership) con la regione del Pacifico, fu avviato simultaneamente un programma di ricerca che coinvolse l’Università in cui insegno, oltre a vari think tank. Il progetto aveva un titolo un po’ strano: Deglobalizzazione conflittuale e riglobalizzazione selettiva.

Interessante. Ce ne può spiegare i contenuti?

Con il TTIP e il TPP l’America aveva cercato di costruire due aree di mercato sotto sua influenza per tentare di bloccare la Cina e isolare la Russia. Questo generò la tendenza alla bipolarizzazione del mercato globale e del sistema internazionale. La Cina rispose con la Via della seta e la Russia nel 2013/14 aumentando le tensioni nell’Est, fondamentalmente per ricattare la Germania e sabotare così il TTIP. Da lì è cominciato un processo che non conduce, come molti miei colleghi sostengono, alla multipolarità, con l’Europa che rappresenterebbe un polo autonomo: la vera tendenza è alla bipolarizzazione, cioè allo scontro tra l’area del capitalismo autoritario e l’area del capitalismo democratico. Come riscontrammo dopo aver avviato il nostro progetto, mancava però un tassello fondamentale, ossia la compattazione. E qui ritorniamo alla guerra in Ucraina…

La quale, se ho intuito bene, ha fornito proprio il tassello mancante.

Senz’altro. Putin ha fatto un grosso favore al blocco delle democrazie, comprendenti G7 allargato, Nato e Ue, perché le ha indotte a compattarsi, arrestando la tendenza a divergere. L’azione di Putin, spinto secondo me da Pechino nella sostanza anche se non a parole, ha creato quel fattore che mancava, il motivo morale per consolidare l’insieme delle democrazie.

Che ruolo può avere l’Italia in questo contesto?

Per l’Italia si aprono scenari molto interessanti. Essendo ormai sbarrato l’accesso al mercato russo ed essendoci crescenti difficoltà con il mercato cinese, per l’Italia diventa imperativo rivolgersi a mercati alternativi: quello americano anzitutto, nell’ambito di una relazione che va resa più fluida, per poi agire più intensamente nel continente africano e cominciare a guardare con occhi diversi al Sudamerica e cioè a quell’immensa area grigia che si colloca tra i due blocchi contrapposti.

Ma l’influenza cinese in Africa e Sudamerica si è accresciuta notevolmente

In realtà l’Africa, che la Cina da tempo considera conquistata, è contendibile. Lo stesso direi per il Sudamerica, dove un’intelligente divisione del lavoro tra Usa ed Europa assegnerebbe a quest’ultima il compito di condurre le danze, visto che i gringos da quelle parti non sono molto amati. Ricordo che gli europei stanno conducendo un prenegoziato per fare un accordo di libero scambio con l’area che comprende il Brasile e i Paesi del Mercosur.

L’Italia ha tutto da guadagnare, dunque, dalla sua appartenenza al blocco delle democrazie?

Sì. Se questa tendenza al consolidamento del blocco venisse confermata nel tempo, l’Italia farebbe bingo. Roma godrebbe infatti dell’accesso a una zona sicura di mercato, qual è quello americano, ma anche di volumi crescenti di esportazioni verso l’Africa e il Sudamerica. Visto il suo tipo di export, concentrato soprattutto sull’industria leggera, l’Italia beneficerebbe notevolmente della formazione di un mercato internazionale molto ampio, che sarebbe garantito da un G7 allargato.

(Seconda parte della conversazione, la prima parte è possibile leggerla qui)

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