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Vi spiego perché l’Italia perde peso in Libia. Parla Varvelli (Ispi)

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Le mosse di Haftar. La reazione di Sarraj. Le parole degli Stati Uniti. Il ruolo della Francia. Il peso degli Emirati Arabi Uniti e non solo. Le ultime notizie dalla Libia commentate e analizzate da Arturo Varvelli, Senior Research Fellow all’Ispi e Co-Head del Middle East and North Africa Centre dello stesso Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale).

Cosa sta succedendo in Libia? Cominciata a sorpresa giovedì scorso, l’offensiva del generale Khalifa Haftar su Tripoli è in stallo. La resistenza delle milizie fedeli al Governo di Accordo Nazionale guidato da Fayez al-Sarraj è stata fiera, e i combattimenti durissimi, come certificato dal numero delle vittime, che si contano a decine, e degli sfollati.

Se la scommessa di Haftar era quella di sbaragliare in un battibaleno i suoi avversari, si è rivelata sbagliata. A meno che, naturalmente, il blitz del suo Esercito Nazionale Libico (LNA) non sia stato concepito con tutt’altri fini: ossia, per accrescere il peso del generalissimo nelle trattative sponsorizzate dall’Onu che dovrebbero culminare nella conferenza di Ghadames organizzata dall’inviato speciale delle Nazioni Unite, Ghassan Salamé, e in programma la settimana prossima.

Per capire cosa davvero stia avendo luogo nella nostra ex quarta sponda, quali siano i calcoli di Haftar e dei suoi rivali del Governo di Accordo Nazionale (GNA), quali siano i player internazionali che si muovono sullo sfondo e che ruolo stiano giocando, e che cosa resta di una politica estera italiana che, come molti ormai temono, ha puntato in Libia sul cavallo sbagliato, Start Magazine si è rivolto ad Arturo Varvelli, Senior Research Fellow all’ISPI di Milano e Co-Head del Middle East and North Africa Centre dello stesso ISPI.

Varvelli, come procede l’offensiva di Haftar?

Ci sono due visioni differenti su questa azione di Haftar. La prima, della quale sono più convinto, sostiene che il generale abbia tentato di prendere Tripoli facendo leva sul malcontento della popolazione verso le milizie, e cercando la desistenza di alcune di esse. La seconda versione dice che quella di Haftar è solo una mossa tattica, pensata per guadagnare più forza contrattuale nelle prossime occasioni di mediazione, a cominciare dalla conferenza di Ghadames. Haftar, in questo senso, avrebbe scelto di passare all’azione per andare a trattare con il coltello dalla parte del manico.

Se l’obiettivo era espugnare subito Tripoli, il colpo di mano di Haftar è fallito.

Al momento è così. Tuttavia credo che si profili a Tripoli qualcosa che non sarà breve, una specie di assedio, una sorta di logoramento. Il blitz è fallito, e ora Haftar si trova ad affrontare una guerra differente. Sarebbe ingenuo tuttavia pensare che Haftar possa tornare sui propri passi: lo smacco politico per lui sarebbe clamoroso.

La conferenza di Ghadames voluta dall’Onu si terrà comunque?

E’ indubbiamente in forse, e lo sarà fino all’ultimo minuto. Se si terrà o meno non penso lo possa sapere nemmeno Ghassan Salamé. È un’incertezza rafforzata da quanto sappiamo di Haftar, ricordando quanto egli ci abbia fatto penare alla Conferenza di Palermo, quando fino all’ultimo non si sapeva se si sarebbe presentato. Comunque le Nazioni Unite hanno investito parecchio nella conferenza di Ghadames e sperano davvero che possa aver luogo: dimostrerebbe infatti che c’è ancora una speranza di tenere viva la trattativa.

A parole, tutti sostengono che non esiste una soluzione militare alla crisi libica e che bisogna seguire la road map tracciata dall’Onu. Ma chi è rimasto a crederci davvero?

Pochi, così come molto pochi ci credevano anche prima. I due maggiori sostenitori del piano Onu sono stati l’Italia e gli Stati Uniti: l’una perché si trova impelagata in una crisi che ha ricadute importantissime in termini energetici, di sicurezza e dal delicato punto di vista dell’immigrazione; gli altri, invece, si sono impegnati nella mediazione Onu perché volevano disimpegnarsi da questo fronte, non volevano che diventasse una materia importante che richiedesse un intervento deciso da parte loro. Quanto a tutti gli altri attori, a partire dai francesi, hanno sempre detto di crederci a parole, ma nei fatti hanno sempre fatto altro. Haftar si è fatto forte di questa ambiguità dei vari player internazionali, in particolare degli Emirati Arabi Uniti, che hanno una base aerea in Cirenaica, e dei sauditi, che hanno foraggiato varie milizie dell’LNA. A tutto ciò dobbiamo aggiungere la Russia, che è sempre stata presente nella crisi con una finalità politica evidente che è il desiderio di imporsi come mediatrice regionale. Mosca ha creato una leva con Haftar fornendogli supporto logistico e militare: ci sono report molto chiari che documentano la presenza di mercenari russi in Libia.

Per inquadrare meglio il ruolo degli Usa, noi abbiamo visto negli ultimi giorni due mosse fatte di gran fretta da Washington: la nomina di un nuovo ambasciatore, e poi l’evacuazione, domenica, delle forze speciali dalla Tripolitania. Cosa significano questi passi? C’è chi pensa che debbano essere interpretati come una luce verde per Haftar.

Non mi sentirei di interpretare queste mosse in maniera così tranchant. Secondo me l’evacuazione dei militari è solo una misura cautelativa. L’amministrazione Trump non vuole sobbarcarsi dei rischi e soprattutto delle vittime dopo che per anni è andata avanti a dire che Hillary Clinton si è fatta ammazzare l’ambasciatore a Bengasi. L’amministrazione non vuole alcun coinvolgimento militare e, da questo punto di vista, ha estratto dal terreno gli uomini che potevano crearle dei problemi.

Anche alla luce degli ultimi sviluppi,  cosa è rimasto della “cabina di regia” sulla Libia che Donald Trump affidò al nostro premier Conte durante il loro primo incontro alla Casa Bianca del luglio dell’anno scorso?

Mi pare che questa cabina di regia abbia avuto vita breve. C’è stato un coordinamento tra le due diplomazie, di questo ne sono sicuro perché sono stato personalmente coinvolto. Penso però che non si sia mai andati al di là di ciò. Inoltre, quel poco che c’era è venuto meno a causa della nostra firma del Memorandum d’intesa con la Cina. Se vogliamo essere sinceri, chi in questo momento può chiamare il nostro governo per fare squadra sulla Libia? Non può chiamare Macron a causa della recente crisi diplomatica bilaterale. Non può chiamare la Merkel, con la quale non c’è grande feeling. Non può chiamare al-Sisi, con il quale non abbiamo un vero rapporto politico aperto per via dell’affaire Regeni. E non può chiamare neppure Trump dopo la questione della via della Seta, che ha fatto svanire l’asse privilegiato emerso dopo l’incontro con Conte dello scorso luglio.

Qualora, alla fine, l’offensiva di Haftar si risolva per lui in una vittoria, potremmo definirla una sconfitta per la politica estera italiana di almeno tre governi?

Nel caso, lo sarebbe senz’altro. Io però ho dei dubbi che finisca così. La maniera più facile per Haftar per prendere il potere rimane una elezione di qualche tipo, nella quale un partito a lui vicino possa avere una maggioranza e nominarlo a capo del Paese. Tuttavia i problemi comincerebbero proprio da quel momento. Non è tanto difficile prendere il potere, quanto conservarlo. Non dimentichiamo che Haftar ha 75 anni, e non gode di buona salute. Per quanto potrà gestire il paese, dunque?

In Libia, abbiamo sbagliato cavallo?

A chi rimprovera al nostro Paese di non aver scelto il cavallo giusto, farei notare un paio di questioni piuttosto importanti. La prima è che Haftar non è mai stato un cavallo nostro. Haftar è sempre stato lontano dagli interessi italiani perché aveva un minor peso nelle aree di interesse dell’Italia, che sono il Fezzan e la Tripolitania. Secondo, il ruolo di Haftar è cresciuto nel tempo grazie al supporto internazionale di chi si è fatto suo padrino, quindi l’Egitto, gli Emirati, la Russia ecc. Per cambiare cavallo ci voleva che l’altro cavallo fosse libero, ma questo cavallo era fin troppo occupato. Quindi, quali alternative serie avevamo? In realtà, l’unica alternativa a disposizione di una media potenza come l’Italia è quella di lavorare con gli altri, ossia avere una capacità di mediazione. Sappiamo benissimo che, da sola, l’Italia il caso libico non l’avrebbe mai sistemato. Poteva però, anziché chiacchierare molto e fare poco, fare l’esatto contrario: chiacchierare poco senza suscitare l’interesse altrui, e fare di più. Ci voleva una capacità di mediazione che questo governo ha dimostrato di non avere.

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