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Vi spiego perché i giallorossi stanno steccando su manovra, immigrazione e riforme. L’analisi di Polillo

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Mentre M5s irretisce il Pd sul taglio dei parlamentari, languono vere riforme e misure necessarie, oltre al fatto che l’Europa sui migranti parla ma non decide (e l’Italia resta al palo). Il commento di Polillo

Doveva essere la politica del carciofo: prima il taglio dei parlamentari, poi il varo dei correttivi costituzionali. Il tutto messo nero su bianco in un documento approvato prima che l’Aula di Montecitorio si pronunciasse per la quarta volta, rendendo definitivo quel passaggio storico, secondo la retorica dei 5 stelle. In un gioco leale ci poteva anche stare. Ma non sembra essere lo schema più probabile. Forse, come indicato nel documento sottoscritto tra i due alleati di governo, se ne parlerà a dicembre. Ma sarebbe solo un piccolo miracolo, su cui è difficile scommettere. Del resto, mentre i soliti festeggiamenti, in Piazza Montecitorio, erano in pieno svolgimento, nella pallida imitazione dei proclami dal balcone di Palazzo Chigi che celebravano la sconfitta della povertà in Italia, Luigi Di Maio si preoccupava di gelare ogni attesa.

Intervistato dal Tg1 della sera, alla domanda sul completamento delle riforme costituzionali, rispondeva con le testuali parole: “non bisogna far piombare questo Paese nel dibattito sugli sbarramenti della legge elettorale. Adesso il prossimo obiettivo è la riforma della giustizia per ridurre a 4 anni processi che durano un’eternità, la legge di bilancio di fine anno con gli obiettivi ambiziosi del taglio delle tasse e del rilancio delle politiche per la famiglia, per le famiglie che fanno figli”. Sul resto silenzio assoluto. Ma un silenzio assordante, considerato l’investimento effettuato dalla dirigenza Dem sul taglio dei parlamentari.

Nel corso del complicato iter parlamentare avevano sempre votato “No”. Per ben tre volte, portando argomenti validi contro una proposta di legge che si limitava solo ad esprimere un sentimento “anti-casta”. Il mantra dei 5 stelle. Avevano quindi proposto, sotto forma di emendamenti, quei correttivi che, nella situazione data, rappresentavano un minimo sindacale. Ragionamento più che corretto. Se taglio doveva essere, per adeguare la realtà italiana ai migliori standard internazionali (ma in questo caso si è andati ben oltre), almeno si doveva evitare l’eterogenesi dei fini. Ossia di produrre, alla fine, soluzioni talmente pasticciate da far rimpiangere il bel tempo andato. E quindi: legge elettorale, sfiducia costruttiva, equiparazione dell’elettorato attivo e passivo per Camera e Senato (ma che significa?), riduzione del numero dei rappresentanti delle regioni all’elezione del Presidente della Repubblica. Tutte cose buone e giuste, ma, a quanto sembra, destinate se non proprio a rimanere lettera morta, almeno ad essere rinviate non si sa bene a quando. La cosa più facile da ottenere in un Parlamento dominato da coloro che volevano aprirlo come una scatoletta di tonno.

Questo è il punto vero di contrasto all’interno della maggioranza giallo rossa. Le riforme ipotizzate, paradossalmente, avrebbero potuto accrescere l’efficienza della democrazia rappresentativa: bestia nera dei 5 stelle. Che invece vorrebbero semplicemente abolirla, nel passaggio alla “democrazia diretta”. Considerata la forma più alta del “regno dei cittadini”. Da qui la necessità di mettere sabbia negli ingranaggi. Quindi definizione di un’agenda politica tutta calibrata su altre priorità. Tecniche di rinvio ed ogni altra possibile manovra per evitare di far prevalere i principi “non negoziabili” proclamati dai propri alleati-rivali. Troppo pessimismo? Il tempo è galantuomo, ma già l’intervista, di cui si è detto in precedenza, costituisce un inquietante indizio.

Se così fosse, la disfatta dei Dem sarebbe inevitabile. Ad una forza politica si può perdonare tutto, ma non di non aver capito le mosse dei propri avversari, al punto di rimanere irretiti nel loro gioco. Risulterebbe allora più che evidente la spinta vera che ha portato alla nascita di un Governo, solo sull’onda della paura. Mentre il piccolo cabotaggio della presenza nella presunta “stanza dei bottoni” apparirebbe in tutta la sua portata agli occhi del proprio elettorato: costretto al disincanto. Tanto più se, da sempre, educato nel culto e nei valori della storia repubblicana: con i suoi vizi, indubbiamente, ma anche con quelle virtù, che Wilson Churchill ricordava al mondo intero.

Ci sono da aggiungere solo due piccole corollari, pesanti come macine da mulino. Una politica economica che non soddisfa, per la sua insipienza, come mostrano le reazioni dei “produttori”. Soprattutto Confindustria. E lo smacco in quel di Lussemburgo. I presunti accordi sugli immigrati, solennemente sottoscritti a Malta, si sono dimostrati inconsistenti. Nella riunione del Consiglio dei ministri degli interni, uno ad uno, gli stessi propugnatori di quegli accordi si sono sfilati. La Spagna vorrebbe che la partita riguardasse anche coloro che sbarcano illegalmente nel proprio territorio. La Germania mantiene la propria disponibilità, ma limitata ad un numero circoscritto. La Francia è disposta ad accettare solo i rifugiati politici (una minoranza) ma non i migranti economici. La maggioranza degli altri Paesi europei, escluso il piccolo Lussemburgo, semplicemente non ne vuol sentir parlare. Intanto aumentano gli sbarchi di clandestini sulle coste italiane, mentre ribolle la polveriera siriana. Preannunci di altri disastri.

Se poi si pensa che la nazionale di calcio non indosserà più la maglia azzurra nella partita contro la Grecia, ma per pressione degli sponsor (??), quella verde, è facile previsione. Sarà tutta acqua per l’orto di Matteo Salvini.

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