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Vi spiego il dilemma su Pil e conti pubblici che Bruxelles e Roma devono sciogliere

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Si deve puntare più sulla crescita o sul semplice contenimento degli aggregati di finanza destinati ad avere, in questo contesto, un ulteriore effetto deflattivo? L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Solo domani, leggendo la lettera di risposta da parte della Commissione europea, si saprà se le anticipazioni della vigilia rispondono a verità. Se quella procedura d’infrazione per violazione della regola del debito, prenderà corpo, facendo traballare le già fragili strutture finanziarie italiane.

Nel frattempo i mercati restano guardinghi, con qualche nervosismo, come mostra il balzo improvviso degli spread intorno alle ore 14: 282,4 punti basi. Poi rientrato. Sarà, comunque, un’estenuante attesa. La procedura, che dovrà portare al verdetto finale è, infatti, lunga e densa d’insidie. Come mostra questa falsa partenza. Con l’indicazione, a quanto sembra, di procedere contro l’Italia. Secondo la bozza varata dai Capi di gabinetto.

Il passaggio successivo avverrà già domani, quando si riuniranno i direttori generali dei ministeri finanziari. Il Comitato economico finanziario dovrà discutere circa gli eventuali presupposti, così come sono stati indicati nella bozza predisposta dalla Commissione. Poi il 13 giugno sarà la volta dell’Eurogruppo: convocato in una seduta ancora informale, alla quale parteciperanno i ministri finanziari dell’Eurozona. Una fase ancora istruttoria, nel corso della quale non saranno prese decisioni definitive. Che saranno, invece, demandate all’Ecofin del 9 luglio. Nel frattempo la Commissione, a seguito delle valutazioni dell’Eurogruppo, avvierà la complessa trattativa con il governo italiano per tirare le file conclusive. E sarà il verdetto finale.

Non c’è quindi molto tempo per imbastire una difesa e, eventualmente, individuare meriti e responsabilità circa la conclusione dell’intera vicenda. Qualche indizio, tuttavia, è già sotto i nostri occhi. Matteo Salvini sta svolgendo il suo ruolo di capo politico della maggioranza di governo. Lo fa: forte del consenso elettorale ricevuto, che lo ha collocato al vertice dell’equilibrio politico del Paese. Interpretando il sentimento della maggioranza relativa degli italiani. Naturalmente i suoi atteggiamenti possono non piacere. Resta comunque il fatto che, sul piano politico, i successi conseguiti sono innegabili: riflesso di una forte empatia con l’elettorato. La Lega che, in pochi anni, passa dalla sua crisi più nera al 34,5 per cento dei consensi, dovrebbe far riflettere anche i più schifiltosi.

Al contrario il rimprovero, che una parte consistente delle élite gli rivolge, è quello di non corredare la sua azione politica con gli argomenti convincenti, che possono derivare dai necessari approfondimenti tematici: lo stato dei conti pubblici, la situazione economica generale, i vincoli e le possibili opportunità che offrono le regole europee. E via dicendo. Come se fosse questa la principale qualità di un capo politico. Nella lunga storia italiana, personaggi che fossero in grado di unire questi contrapposti corni del dilemma non sono mai esistiti. In genere un leader politico non è mai un giurista o un economista, a lui si richiedono qualità diverse. Come avvenne per uomini, pur nella loro diversità, come Alcide De Gasperi, Bettino Craxi o lo stesso Enrico Berlinguer. Vissuti sempre nel segno della politique d’abord. Ossia nella capacità di intercettare i movimenti di fondo della società italiana e di rappresentarli sia sul piano interno che su quello internazionale.

Naturalmente, il leader, se vuole rendere credibile lo sviluppo della sua azione politica, deve, comunque, fare i conti con la realtà. Non può vendere sogni, che rischiano, altrimenti, di trasformarsi in incubi notturni. Ma questo retroterra gli deve essere offerto da quei tecnici che sono chiamati alla guida dei vari comparti in cui si esplica l’azione di governo. Sono loro che devono offrire il supporto necessario che rende possibile quel messaggio politico (oppure contrastarlo se completamente infondato) che il leader deve, inevitabilmente, semplificare per essere compreso da un elettorato che non è costituito solo da sapienti e letterati.

Questo è forse l’aspetto più critico della situazione italiana. Un continuo corto circuito, tra le parole d’ordine di carattere generale e le analisi di dettaglio nel delineare scenari non credibili nei confronti dell’esercizio della leadership. Con le Istituzioni europee questo sfrido è stato clamoroso. Da un lato si annunciano confronti, per non dire scontri, a tutto campo. Dall’altro si accetta una logica imposta, anche quando le sue contraddizioni, in termini di analisi, risultano evidenti. L’esempio più calzante è dato proprio dal più recente carteggio tra la Commissione europea e Palazzo Chigi.

La risposta italiana si è mossa tutta all’interno di un’interpretazione tradizionale del Fiscal Compact. Che esclude qualsiasi riferimento al mondo reale. Vale a dire alla quotidianità di quell’esistenza, cui sono costrette, in Italia, famiglie ed imprese. In qualche modo una regressione. Non si dimentichi che, anche nel 2011, quando le condizioni italiane, sul fronte della finanza pubblica e degli andamenti dell’economia reale erano più drammatiche, la reazione fu diversa. Allora Silvio Berlusconi, dopo la famosa lettera di Jean Claude Trichet e Mario Draghi, nel successivo Consiglio europeo, riuscì ad attenuare gli strali contro l’Italia, imponendo che, nel valutarne la situazione, non si tenesse conto solo del debito pubblico, ma anche di quello privato: molto più contenuto rispetto al resto dell’Eurozona. La proposta alla fine fu accolta, anche se, in seguito, non produsse gli effetti voluti. Ma questa circostanza fa parte della tradizionale resistenza della burocrazia europea.

Si poteva tentare qualcosa di simile? Forse sarebbe stato sufficiente riportare alcuni passi delle “Considerazioni finali” del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Documento ormai divenuto di pubblico dominio. Le riportiamo nella loro interezza. “Nella media degli ultimi quattro anni l’Italia è l’unico paese, con la Grecia, a presentare un divario positivo e ampio tra queste due variabili (aumento del costo del debito e andamento della crescita economia, ndr), pari a un punto percentuale, un divario dal quale deriva una spinta all’aumento del rapporto tra debito e prodotto pari a 1,3 punti all’anno. Nello stesso periodo la crescita del prodotto ha superato di 0,3 punti percentuali l’onere medio del debito in Francia, di un punto in Spagna. Quando il divario tra costo del debito e crescita economica è positivo occorre un avanzo primario – entrate superiori alle spese al netto di quella per interessi – anche solo per stabilizzare il debito; più ampio è il divario, maggiore è l’avanzo necessario”.

Ecco allora il dilemma: si deve puntare più sulla crescita o sul semplice contenimento degli aggregati di finanza destinati ad avere, in questo contesto, un ulteriore effetto deflattivo? L’indicazione di Matteo Salvini per la prima soluzione è più che evidente. Compito dei tecnici sarebbe quella di qualificarla, in modo tale da non determinare effetti controproducenti. Si ha invece la sensazione ch’essi propendano per la seconda, spinti anche dall’inaspettata conversione di almeno una parte dei 5 stelle. Ma così il piccolo convoglio della delegazione italiana finisce per bloccarsi, sotto la spinta di indirizzi contrapposti. Finendo per far prevalere il gioco della burocrazia europea.

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