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Vi spiego i veri motivi (geopolitici) della guerra commerciale Usa-Cina

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La Cina continuerà a far finta di cedere per non dare pretesti aggressivi oltre soglia all’America, ma questa aumenterà la pressione. Impossibile ora probabilizzare l’esito, ma il mercato deve adeguarsi a questa nuova situazione e non considerarla solo come un problema temporaneo. Il commento dell’analista Carlo Pelanda, professore di geopolitica economica

 

America e Cina sono in conflitto per la superiorità, ma hanno interesse a mantenerlo entro limiti perché se andasse oltre i danni conseguenti sarebbero devastanti e simmetrici per ambedue e per il globo. Pertanto, se nei negoziati ora in corso sarà rottura questa non sarà totale e se vi sarà accordo questo sarà limitato. Tale previsione si basa sui segnali emessi da ambedue.

La decisione statunitense di far scattare i dazi su una parte dell’export cinese, oltre che reversibile e non applicata a tutto il volume, contiene una flessibilità significativa: le aziende americane che si sentono danneggiate potranno richiedere esenzioni. Così come Pechino ha mostrato la volontà di continuare a negoziare. Pertanto, anche se non vi fosse un accordo in questi giorni, ciò non impedirà di trovarlo successivamente.

Ma, attenzione, questo sarà di portata inferiore alle attese di un compromesso stabile e generale. Il punto di incrocio probabile, infatti, sarà un qualcosa che permetterà a Trump di cantare vittoria e a Xi Jinping di non perdere la faccia nel comune interesse di non far crollare le Borse, ma in un confronto a intensità crescente che continuerà. Come? In America si è saldata la strategia di lungo termine finalizzata alla compressione della Cina perseguita (dal 1994) dalla burocrazia imperiale con quella di breve termine della conduzione politica, fatto non avvenuto con Bill Clinton, rinviato da George W. Bush, avvenuto, ma in forma soft con Barack Obama.

Ora l’obiettivo di condizionare la Cina e renderla potenza inferiore anche ricorrendo a modi duri trova priorità nell’amministrazione Trump. Ne è prova l’aumento dei documenti istituzionali, dall’estate 2017, che demonizzano la Cina, con una tecnica di nemicizzazione che tende a segnalare una nuova Pearl Harbour subita dall’America da parte di un impero del male per giustificare la conseguente mobilitazione, anche sostenuta da buona parte del Partito democratico.

Ciò sta mettendo in difficoltà la strategia cinese di conquistare spazio nel mondo stando sempre attenta a restare sotto la soglia di confronto con l’America fino a che non si sentirà pronta a gestirlo, scuola strategica di Sun Tsu. L’America, consapevole che nel lungo termine sarà perdente per scala, sta accelerando la compressione condizionante della Cina, scuola di von Clausewitz.

La Cina continuerà a far finta di cedere per non dare pretesti aggressivi oltre soglia all’America, ma questa aumenterà la pressione. Impossibile ora probabilizzare l’esito, ma il mercato deve adeguarsi a questa nuova situazione e non considerarla solo come un problema temporaneo.

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)

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