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Vi spiego le vere mire di Trump su Iran e Cina. Parla il prof. Dottori

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Conversazione di Start Magazine con Germano Dottori, docente di Studi strategici alla Luiss e autore del recente saggio “La visione di Trump. Obiettivi e strategie della nuova America” (Salerno editore)

 

Non è il primo libro su Donald Trump a uscire nel mercato editoriale italiano. Ma il saggio di Germano Dottori, “La visione di Trump. Obiettivi e strategie della nuova America” (Salerno editore) promette, sin dal titolo, qualcosa in più.

Con questa sua ultima fatica, il docente di Studi strategici alla Luiss formula un documentato bilancio di una presidenza che, in due anni e mezzo di rocambolesco esercizio del potere, ha rivoltato come un calzino tutte le nostre convinzioni sul ruolo della superpotenza a stelle e strisce in un mondo profondamente mutato.

L’avvento di Trump, in questo senso, può ben dirsi l’evento più dirompente della storia recente delle relazioni internazionali.  Una storia di cui il libro di Dottori riavvolge il nastro, per dare la giusta collocazione ad una dottrina, il trumpismo, che non ha ancora finito di sorprenderci. E inquadrare un agire politico che ha scioccato mezzo mondo e prostrato l’altra metà.

Prof. Dottori, partiamo proprio dal trumpismo. Nel libro lei ricorda che The Donald è entrato in campo tre anni or sono promettendo di “fare nuovamente grande l’America” – Make America Great Again, il vincente slogan elettorale noto anche con il suo acronimo MAGA. Una formula che, lei sottolinea, sintetizza una “nuova concezione degli interessi nazionali americani e anche della maniera di perseguirli”, la quale pone “enfasi sulla centralità della sovranità nazionale nell’ordine mondiale”. Trump fondatore del sovranismo contemporaneo?

È una domanda che mi viene spesso rivolta. No, non lo è. Il sovranismo è un’invenzione russa. Deriva dalla dottrina della “democrazia sovrana”, elaborata da Vladislav Surkov, un influente consigliere di Putin. In base a questa concezione, nessuna democrazia sarebbe davvero tale se condizionata dall’estero. Di qui, le misure assunte da Putin per frenare le rivoluzioni colorate: la cosiddetta restaurazione della verticale del potere, realizzata abolendo la selezione elettiva dei governatori regionali, e la severa limitazione delle attività delle Ong straniere sul suolo russo. Il rispetto della sovranità nazionale nell’accezione trumpiana è un’altra cosa. È la promessa di un’autolimitazione del potere americano nel mondo. Secondo Trump, infatti, non sarebbe più compito degli Stati Uniti ingerirsi negli affari interni dei loro interlocutori. La resistenza alla prassi dei regime change, che oppone Trump a Bolton, è centrale nel pensiero del Presidente americano. Chi non ci credesse, farebbe bene a rileggere il discorso pronunciato da Trump il giorno del suo insediamento, il 20 gennaio 2017.

Il suo libro fa una disanima delle continuità e differenze tra Barack Obama e il suo successore Trump. Per il primo, quando si trattava di esercitare il potere nell’arena globale, gli imperativi erano due: “Don’t Do Stupid Things” e ricorso privilegiato allo “smart power”. Per Trump?

Trump è un prosecutore della linea di disimpegno militare dalle crisi locali, che accentua sensibilmente rispetto ad Obama. Obama si era comunque riservato delle leve indirette, quelle appunto dello smart power, che consiste nel creare le condizioni per le quali siano altri a fare gli interessi degli Stati Uniti, in modo più o meno cosciente. Trump si muove nel solco di Obama anche quando ricorre alle armi economiche. La differenza vera sta nelle finalità perseguite: Obama ha favorito il cambiamento rivoluzionario, anche quando poteva danneggiare gli interessi degli alleati dell’America, come noi europei. Trump reca con sé un disegno di restaurazione dell’ordine. Per questo, scommette tanto su egiziani e sauditi.

Dopo aver tracciato l’evoluzione della dottrina strategica degli Usa dall’era di Bush padre (1989-1992) a quella di Trump, il libro si sofferma sulla National Security Strategy del 2017 che le chiediamo di illustrare evidenziando i principali elementi di novità.

È il linguaggio differente il principale elemento di novità, dal momento che è impregnato di realismo politico, oltre alla grande enfasi sulla sicurezza economica, definita pilastro della sicurezza nazionale. Va però notato come le Strategie di Sicurezza Nazionale riflettano solo in parte gli orientamenti dei Presidenti che le firmano, un fatto specialmente vero quando alla Casa Bianca si trovi un leader desideroso di cambiare paradigma. Non c’è di che stupirsi: alle spalle di questi testi complessi c’è una gran dose di lavoro prodotto dagli staff e dalle burocrazie dedicate, normalmente inclini al conservatorismo.

Per la Casa Bianca di Trump, la Cina – lei evidenzia – è “la vera minaccia da affrontare, sia in ragione dell’obiettiva grandezza raggiunta dal suo sistema produttivo che, soprattutto, della progressiva traduzione delle sue capacità economiche in progresso tecnologico, influenza politica e armi”. La guerra dei dazi e quella ad Huawei sono le prime salve di una lunga guerra fredda tecnologica?

Pare evidente che il sistema internazionale stia ristrutturandosi su linee bipolari, anche se la competizione tra Stati Uniti e Cina sarà molto diversa da quella che abbiamo visto per decenni tra americani e sovietici durante la Guerra Fredda. A mio avviso, i dazi servono tanto a ridurre gli squilibri commerciali, quanto a segnalare lo scontento dell’America nei confronti delle grandi ambizioni geopolitiche manifestate dalla Repubblica Popolare e dal suo attuale leader, Xi Jinping. Non è escluso che ci si trovi dinnanzi ad un principio di embargo strategico, ovvero un set di limitazioni e politiche che mirano a rallentare lo sviluppo tecnologico di un paese ormai ritenuto rivale. L’allarme americano per quanto la Cina sta facendo non cessa di acuirsi. In questo, Trump non è più solo.

Nei confronti della Russia l’obiettivo di Trump sarebbe invece un “grand bargain”: il tycoon sarebbe pronto a porre fine all’assedio occidentale della Russia, mentre questa ricambierebbe dando una mano agli Usa nel contenimento della Cina. Tuttavia, almeno in questi due anni e mezzo, le relazioni sull’asse Mosca-Washington sono state a dir poco problematiche. Come spiega questa discrasia?

La spiego con il fatto che si tratta di un obiettivo al momento non condiviso. Gran parte dell’establishment americano è permeato di idealismo politico e si è formato negli anni della Guerra Fredda. Avverte tuttora un riflesso antirusso istintivo, spesso di natura culturale, quindi pre-politico. Basta leggere la pubblicistica americana relativa alla Russia, che spesso rimprovera a Mosca di considerare ancora la forza militare come uno strumento al servizio della politica – una verità banale universalmente valida – e altre volte contesta il conservatorismo di cui è permeata la società russa. Trump, tuttavia, non è affatto un idealista. È un realista a tutto tondo, agli occhi del quale contano solo gli interessi nazionali dell’America e non come sono governati gli altri paesi del mondo. Per questo motivo, Trump è avversato da tutti coloro che vorrebbero gli Stati Uniti ancora impegnati a democratizzare il pianeta con le buone o con le cattive. Per decenni, dopotutto, si è detto che proprio questa politica ed il suo successo avrebbero garantito al meglio la sicurezza degli Stati Uniti. Lo schieramento di coloro che credono ancora a questi principi è molto vasto. Vi si trovano tanto i liberal clintoniani quanto i neoconservatori. Non però, gli elettori di Trump. Che anche in questi giorni gli twittano: “non vogliamo la guerra all’Iran”.

Venendo all’Europa, lei sottolinea che “le posizioni e le iniziative di Trump” – vedi la famosa affermazione sulla Nato “obsoleta” –  hanno “comprensibilmente generato risentimenti sulla nostra sponda dell’Atlantico, ma sono in realtà una logica conseguenza del carattere implicitamente antiamericano assunto dal progetto europeo dopo il crollo del Muro di Berlino”. Si vuole spiegare?

Beh, quando gli europeisti affermano di volere ulteriori progressi nell’integrazione europea non in nome di una superiore efficienza economica o della volontà di smussare le rinascenti rivalità nazionali, ma piuttosto alludendo all’obiettivo di contare di più nel mondo, di fatto esplicitano un obiettivo di potenza. Pensano all’Europa potenza, alla “Terza Forza”, che forse in realtà sarebbe la quarta o la quinta. È ovvio che un progetto del genere non piaccia agli americani e neppure ai russi. Poi se si arriva ad enunciare l’opportunità di difendersi “anche” dagli Stati Uniti, come ha fatto incautamente Macron lo scorso autunno, un atteggiamento ostile dell’America è inevitabile. Incredibilmente, da noi nessuno si è accorto che all’Europa Potenza poi dovremmo offrire anche i nostri soldati, che verrebbero impiegati al di fuori di qualsiasi controllo nazionale da parte italiana, magari per aiutare i francesi in Africa, che notoriamente vanno per le spicce. Significherebbe avere bare coperte dalle bandiere blu dell’Unione Europea, magari sacrificati per meglio proteggere Total. Maggiore chiarezza sarebbe auspicabile da parte di tutti in ragione della delicatezza di questi temi.

A proposito di Europa, a Trump non piace la Pesco e i suoi sottosegretari hanno già ammonito l’Ue che se taglieremo fuori i campioni dell’industria Usa dagli appalti europei, ci saranno conseguenze. Una diffidenza giustificata secondo lei?

Trump difende gli interessi industriali e commerciali del suo paese, senza dubbio. Fossi in lui, però, io non mi preoccuperei molto della Pesco. Mi sembra una costruzione molto fragile. E debolmente finanziata.

La politica mediorientale di Trump costituisce, secondo lei, “un aspetto specifico e regionale di un disegno più ampio, che combina l’abbandono del controllo di prossimità alla pratica dell’offshore balancing”. Traduzione per i non adepti?

Significa che l’America è impegnata in una battaglia planetaria che ha per posta in palio la supremazia globale. Agli occhi di Trump, il Medio Oriente non merita più un’importante presenza militare diretta americana. Meglio uscirne e affidarsi all’equilibrio di potenza locale, magari opportunamente assistito da lontano. Anche Obama era su questa linea. Però aveva optato per i campioni dell’Islam Politico: ovvero, la Fratellanza Musulmana in campo sunnita e la Repubblica Islamica d’Iran in quello sciita. Trump sta da lato opposto. Ovvero con i sauditi e l’Egitto. Sullo sfondo – di nuovo – c’è anche un diverso approccio alla Russia. Per Obama, portare il gas iraniano e qatariota nel Mediterraneo serviva a neutralizzare la valenza strategica del metano russo. A Trump, invece, interessa levare all’Iran i missili che possono raggiungere l’Europa e che, in quanto tali, giustificano la presenza delle difese antimissilistiche americane nel nostro Continente. I russi si aspettano che prima o poi gli Stati Uniti vi rinuncino. Il negoziato con Teheran serve forse anche a preparare la riconciliazione con Mosca.

Una delle maggiori novità nella nuova dottrina Usa è la definizione del concetto di “Indo-Pacifico”, che segnala l’auspicato avvento di un nuovo ordine in Estremo Oriente. Ce le vuole spiegare, facendoci magari un pronostico sulla possibilità che le tensioni tra Usa e Cina in aree quali lo stretto di Taiwan e il Mar Cinese Meridionale sfocino in guerra aperta?

Dal mio punto di vista, parlare di Indo-Pacifico significa aprire la strada al coinvolgimento dell’India nel contenimento dell’espansione cinese che sfrutta le vie della seta. Trump vuole incapsulare la Repubblica Popolare, stringendola in un anello infernale. Io non mi stupirei di apprendere che nella sua visione dovrebbe farne parte anche la Corea del Nord, oltre al Giappone e magari la stessa Russia. La Cina di Xi e l’America di Trump stanno giocando al wei-qi, provando reciprocamente ad aggirarsi. Vediamo come andrà a finire, chi accerchierà chi.

Se Trump è il sovranista in chief, Salvini parrebbe essere il proconsole europeo. Quanta congruenza e quali divergenze ravvisa tra l’agire politico di The Donald e quello del Capitano leghista?

Trump non è il sovranista in capo e a differenza di Steve Bannon non è neanche un ideologo. A Trump interessa molto più prosaicamente indebolire la Germania e prevenire la possibile saldatura di un fronte geopolitico continuo tra Pechino e Berlino. Se l’Italia accetta una parte in questo spartito, probabilmente gli Stati Uniti le dischiuderanno molte opportunità. Non è però detto che ciò accada. L’operazione non è indolore, infatti, perché implica delle scelte nette e anche alcuni sacrifici. Le faccio un esempio: si può contribuire a costruire la base lunare che gli Stati Uniti realizzeranno entro il 2024. Ma solo a patto di interrompere i rapporti che abbiamo instaurato da poco con l’agenzia spaziale cinese.

Il viaggio di Salvini a Washington avrà riflessi o no sul nostro Paese e sul governo gialloverde?

Avrà riflessi – positivi – sull’immagine che di Salvini hanno gli americani. Non vedo invece implicazioni dirette sul governo in carica, di cui però continua a non piacere l’apertura dimostrata nei confronti della Cina. In teoria, potremmo essere aiutati a contenere lo spread in caso di scontro tra l’Italia gialloverde e la Commissione Europea. Ma non ci sono automatismi. Nessuno sa cosa passi attualmente per la testa dei grandi investitori americani. Penso in particolare a Blackrock, un fondo che ha un portafoglio di investimenti pari ad oltre 6mila miliardi di dollari ed è presente nei sindacati che controllano due delle tre maggiori agenzie di rating del mondo. Nella crisi del 2011 svolse un ruolo importante.

Un’ultima battuta sul caccia di sesta generazione e, in particolare, sulla competizione tra il Tempest britannico e il modello che sarà sviluppato da Airbus e Dassault. Cosa ne pensa e, soprattutto, cosa pensano a Washington?

Non lo so. Immagino però gli americani intenti ad assicurare il maggiore successo commerciale possibile per il loro F-35. Per questo motivo, credo che considerino i soldi eventualmente allocati al Tempest e al Fcas come fondi sottratti all’acquisto del loro caccia.

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