Mondo

Vi racconto Luca Zaia, leghista doc

di

De Michelis

Chi è davvero Luca Zaia. Il profilo umano e politico del governatore leghista della Regione Veneto

Conoscendo un po’ Luca Zaia e la storia del suo percorso politico e umano, penso che il governatore veneto, con quelle poche e secche parole pronunciate in questi giorni contro chi sta cercando di metterlo in mezzo per dare addosso a Matteo Salvini, abbia espresso il massimo della propria irritazione. “I tanti elogi nei miei confronti? Quando si parla tanto bene di uno è sempre per parlar male di un altro. Salvini è il segretario. E il capo è il capo. Punto”, ha dichiarato tranchant.

Hanno fatto capolino persino del tutto inappropriati paragoni con Gianfranco Fini accusato di essersi lasciato “lavorare” da certo establishment e dalla sinistra contro Silvio Berlusconi. Cosa di fronte alla quale magari il “doge” o si sarà imbestialito dentro di sé, abituato per natura caratteriale a controllare le emozioni, oppure avrà fatto una larga risata, aggiungendo “ostrega”. Più probabile la seconda ipotesi.

Zaia da alcuni conduttori di talk, famosi ma un po’ digiuni di storia leghista, è stato persino definito rispetto a Salvini, pensando di fargli un elogio, come esponente della Lega di ieri, insomma quella ora, ma solo ora, ritenuta più seria e affidabile, certamente perché era innanzitutto a una cifra e quindi non preoccupante per la sinistra.

Ecco, quindi Zaia sarebbe della Lega di ieri e Salvini invece sarebbe nato politicamente sotto un cavolo? Giornalistoni che non sanno che Salvini prese la sua prima tessera alla Lega lombarda mentre stava nascendo la Lega Nord, ovvero la federazione di tutte le leghe nel Nord fino all’Emilia Romagna, con una successiva incursione fino al l’Umbria, che Umberto Bossi realizzò.

La storia di “Luca”, la cui stella polare è stata sempre il fare e il non chiacchierare, di “Luca” da Conegliano, cresciuto a Bibano di Godega Sant’Urbano (Treviso) è ormai molto conosciuta.

Zaia è l’espressione migliore o comunque più riuscita della Liga veneta. Ovvero la prima di tutte le leghe, poi però sempre dominata dalla Lega lombarda del Senatùr, il federatore, che una volta, quando era ancora al governo e segretario del Carroccio, raccontò a un tavolo a un gruppo di militanti lombardi l’astuzia che usò, tipo una finta alla Rivera di Italia-Germania 4 a 3, per spiazzare i veneti refrattari e porli di fronte al fatto praticamente compiuto: la Lega Nord.

Ancora oggi, tranne alcuni, sono tutti lombardi i dirigenti del gotha leghista. Zaia, pur essendo figlio della Liga, è uno che complessi di inferiorità non li ha mai avuti nei confronti dei lombardi coniugando però sempre la sicurezza in se stesso, come ha dimostrato di fronte alla tragedia del Covid, con una sincera umiltà e un profondo realismo, ereditato dai suoi genitori a Bibano dove il padre conserva ancora la sua piccola officina meccanica.

Zaia è uomo dai piedi fortemente radicati per terra, come la terra della campagna di Bibano che i suoi coltivano e lui stesso ha coltivato, la terra alla quale dedicò un libro (“Adottare la terra per non morire di fame”) quando era ministro dell’Agricoltura dell’ultimo governo Berlusconi.

Le origini dal mondo democristiano, il carattere portato spontaneamente alla prudenza fino alla sincera umiltà hanno fatto di Zaia fin da ragazzino un vero uomo della Lega Nord unificata e della Lega di Salvini oggi, con il suo Veneto naturalmente sempre nel cuore non solo per una ovvia ragione affettiva, ma per le conseguenti scelte politiche.

Come tale, Zaia è stato fin da ragazzo e resta oggi uno dei leghisti più rispettosi delle regole della casa. Regole da partito “leninista”, non nei contenuti, ma nella blindatura del capo e figuriamoci di un capo come Salvini che non solo ha salvato la Lega, ma ha compiuto il miracolo politico di farla diventare primo partito italiano.

Per dire del rispetto di “Luca” per le regole della casa, un episodio al quale casualmente ho assistito da cronista inviata.

29 marzo 2010, giorno fatidico delle Regionali con la sua prima candidatura alla guida del Veneto. Zaia aveva lasciato da ore il quartier generale a Treviso per andare a trascorrere l’attesa dell’esito elettorale con la moglie Raffaella e lo staff di poche persone nella quiete del giardino di un ristorante sul greto del Piave, insieme anche alle cameriere, sue amiche ed ex colleghe del Manhattan, la discoteca di Godega dove da ragazzo negli anni 80 fece il pr per pagarsi gli studi all’Università. Ancora oggi rivendica con orgoglio di esser stato lui a inventare i volantini da discoteca, ovvero uno dei principali luoghi di aggregazione di quegli anni. Un comportamento quel pomeriggio che testimonia il suo profondo radicamento nel popolo veneto.

Attese i risultati senza telefonare a nessuno, ma guardando la tv, come un cittadino normale, nel retrocucina del ristorante. Poi, quando ormai la larga vittoria, a oltre il 60 per cento, appariva chiara cosa fece, a proposito di regole della casa leghista? Telefonò per primo al Senatùr, ancora capo del Carroccio e allora ministro (delle Riforme per il Federalismo) come lui stesso lo era dell’Agricoltura nel governo Berlusconi.

“Eh, Capo, sembra che ce l’abbiamo fatta, ma aspettiamo ancora un po’”, disse a Bossi. Seconda telefonata, andando per scala gerarchica, a Roberto Maroni, numero due leghista e ministro dell’Interno.

Telefonate veloci, pragmatiche, pensando già al dopo. Prese dunque innanzitutto disposizioni dal vertice del partito, naturalmente non da mero esecutore ma concordandole con questo. Solo a tarda sera, quando ormai il dato era certo, dopo che i cronisti invano lo avevano cercato per tutto il pomeriggio, si presentò a festeggiare al quartier generale a Treviso in un tripudio di bandiere con il Leone di S. Marco, della Lega e di Valdobbiadene.

Era la prima volta che il Veneto aveva a capo “El Lion”, ovvero un presidente leghista. Ma Zaia non si montò la testa neppure con tv e giornaloni nazionali. Impegnato come era a rispondere a tutte, ma proprio tutte, fino a quelle del paesino di vattelappesca, le testate locali, fece fare un’anticamera di ore a uno dei principali giornaloni, che aveva da poco inaugurato la sua versione web-tv.

Il portavoce tempestato di telefonate, della serie lei non sa chi sono io, alla fine quasi riattaccava veloce, sempre cortesissimo. Zaia, alle prese con giornali e tv venete di ogni ordine e grado, ci rideva: “Ma dagli un calmante a questi da Roma”. Alla fine rispose dopo la mezzanotte.

“Chi tocca Zaia è fuori dalla Lega”, tuonò Salvini nel 2015, già eletto segretario alle primarie con l’80 per cento. E lì finì la storia leghista di Flavio Tosi, pur potente sindaco di Verona e segretario della stessa Liga veneta che Salvini fece commissariare da Giampaolo Dozzo. Ci fu una miniscissione ma Salvini pagò volentieri il prezzo, azzeccando in pieno il colpo con il secondo mandato di Zaia alla guida del Veneto. Ecco, un uomo con il pedigree politico e umano del governatore veneto ora sarebbe così sprovveduto da cadere nelle trappole della “guerra” esterna al “capitano”, che non è solo il capo leghista e leader del primo partito italiano, ma anche l’uomo che con forte intuito politico si batté contro Tosi per ricandidare Zaia? Storielle sulle quali gli stessi interessati è immaginabile che si siano fatti anche qualche risata. Lo stesso Paolo Mieli sere fa in tv a Cartabianca di Bianca Berlinguer ha onestamente ironizzato: “È da quando eravamo bambini che stavamo lì in redazione a vedere come fare per cercare di ingarbugliare un po’ a tavolino le cose nella Lega”.

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