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Bossi, la villa di Gemonio e i ricordi della cronista

di

Gemonio

Il post di Paola Sacchi, già inviata di politica all’Unità e a Panorama

La cosiddetta villa di Gemonio è in vendita. Se ne va un pezzo della altrettanto cosiddetta Seconda Repubblica.

Davanti a quella villa, o, pardon, villetta, dove Silvio Berlusconi si recò per convocare una sola volta, lì, un vertice del centrodestra, scegliendo poi di andare in giardino, poiché nel tinello al primo piano non ci stavano tutti i partecipanti, si consumarono appostamenti, quasi scazzottate di cronisti in cerca del “verbo” del “Capo”.

Così veniva e viene ancora chiamato Umberto Bossi, fondatore e presidente a vita del partito-movimento. Termine al quale, non a caso, fu contrapposto “il Capitano”. Matteo Salvini.

Marzo 2006, Umberto Bossi, dopo mesi e mesi di silenzio, in seguito alla malattia, li mi ricevette, nel tinello pieno di stelle delle Alpi, dipinte o raffigurate in varie sculture, al primo piano, per una intervista con Panorama. Intervista riuscita a concordare dopo mesi solo la sera prima, quando mi fece chiamare a sorpresa dalla segretaria.

Ma l’intervista nei fatti rimase in forse fino alla fine. Suspence fino all’ultimo, un clima che solo Bossi sapeva creare. Per il povero cronista, inviato speciale, e per Panorama, l’allora giornale del Gruppo Mondadori, ancora primo news magazine italiano, fu un vero piccolo dramma riempire al volo quattro pagine. Tante erano previste per il “Capo”, dopo mesi di silenzio, ad eccezione della prima intervista, dopo l’ictus del 2004, concessa a Aldo Cazzullo per il Corriere della sera.

Bossi con la mia intervista da Gemonio, anche se non era il demonio, fece un gran rumore. Nominò possibili successori, minacciò la Cdl (Casa delle libertà) di “mani libere” per le elezioni che si sarebbero svolte da lì a poco.

Quello però che più colpi la cronista fu una certa sobrietà della villa di Gemonio. Con la “Manuela” (Marrone ndr), moglie del “Capo” che, verso la fine, dopo quasi due ore discretamente si appalesò per dire civilmente: “Ora basta”. Aveva un grembiule, con in mano i fagiolini ancora da finire di sbucciare per la cena. Fece solo un piccolo gesto per dire: “Basta”. Ma dopo due ore.

Oltre al “Sole delle Alpi”, in quel tinello colpiva una foto non ancora incorniciata, in cui di getto con il pennarello sul vetro era scritto “Con Manuela, il più bel matrimonio”. Immagine molto da “old” casa italiana. E poi c’era il bar di sopra, anche quello sempre preso d’assalto dai cronisti in certe difficili fasi del Senatùr. Bar rassicurante, un po’ sullo stesso stile dei nostri piccoli paesi degli anni 50.

Gemonio non era il Demonio. È difficile immaginare oggi gli eredi negli stessi panni.

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