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Vi racconto le tensioni che covano nel neonato governo M5s-Pd

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Il Presidente Sergio Mattarella in occasione della cerimonia di giuramento del Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte e dei membri del nuovo Governo (foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

Che cosa celano i formali buoni rapporti tra ministri e tra i due partiti che compongono il governo Conte 2. I Graffi di Damato

 

Tra le foto della cerimonia del giuramento del secondo governo di Giuseppe Conte al Quirinale, le più emblematiche della crisi appena conclusa sono quelle del saluto particolarmente caloroso del presidente del Consiglio al neo ministro degli Esteri, capo del Movimento delle 5 stelle e della relativa “ delegazione” nell’esecutivo: l’unico al quale il presidente del Consiglio ha voluto fare l’occhiolino di complicità e non solo stringere ma sovrapporre l’altra mano alla sua, sotto lo sguardo del presidente della Repubblica. Che pure il giorno prima aveva dovuto attendere un bel po’ di ore, abbastanza spazientito, che a Palazzo Chigi si compisse l’ultimo braccio di ferro fra i due: Conte deciso a nominare come principale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio il segretario generale uscente della stessa Presidenza, Roberto Chieppa, di sua stretta fiducia, e Di Maio fermo nell’imposizione di Riccardo Fraccaro, formalmente declassato da ministro uscente ma in realtà promosso per il ruolo centrale che è chiamato ad avere sul piano politico. Dovranno passare per le sue mani, per le sue orecchie e per i suoi occhi tutto ciò che finisce poi sulla scrivania del capo del governo, o ne esce. Non a caso in quella postazione Conte aveva dovuto accettare l’anno scorso, negli accordi con i leghisti, Giancarlo Giorgetti, l’uomo di fiducia, almeno allora, di Matteo Salvini.

La stessa logica, essendo Conte di designazione e di fiducia grillina, per quanto gli sembri “impropria” l’appartenenza attribuitagli al Movimento fondato dal comico genovese, avrebbe dovuto attribuire al Pd la postazione rivendicata da Di Maio per il fidato Fraccaro, tanto più dopo che lo stesso Pd aveva dovuto rinunciare all’assegnazione di una unica vice presidenza del Consiglio: una rinuncia necessaria a fare retrocedere Di Maio dalla pretesa di un’altra anche per sé, come nel precedente governo.

Pur modesta forse nelle sue dimensioni, raccontata da tutti i giornali senza uno straccio di smentita o di imbarazzo degli interessati, e neppure completa perché sembra che Chieppa sia destinato ad essere nominato comunque sottosegretario, e dotato di alcune deleghe a scapito di Fraccaro, questa vicenda la dice lunga sulla situazione interna al Movimento che secondo Di Maio è “l’ago della bilancia” di questa e forse anche delle prossime legislature, come fu la Dc ai suoi tempi.

Di Maio, ora agli Esteri quasi per la regola dantesca del contrappasso dopo tanti scivoloni, a dir poco, accumulati in geografia e dintorni, è un uomo politicamente ossessionato dalla voglia di comandare davvero e dalla paura che il capo vero del suo partito sia già o sia destinato a diventare Conte, “elevato” dallo stesso Grillo in questi giorni al proprio livello, o quasi.

E’ con Conte, pertanto, che i fatti e le circostanze potrebbero tornare a mettere in conflitto con Di Maio, e viceversa, com’ è appunto accaduto per il caso Fraccaro: un conflitto che il presidente del Consiglio non potrà a lungo esorcizzare stringendo all’amico-antagonista le mani e facendogli “l’occhiolino del compromesso”, come lo ha definito sulla prima pagina di Repubblica Francesco Merlo. Non sempre si può riuscire a fare buon viso a cattivo gioco. E il Pd, pur essendo riuscito a strappare ai pentastellati – col cespuglio dello scissionista Roberto Speranza al vertice della Sanità – ben la metà dei ministeri, come facevano a suo tempo gli alleati della Dc da posizioni elettorali e parlamentari minori, potrà finire per essere coinvolto e indebolito dalle mene e dalle beghe stellari. Che peraltro potranno incrociarsi con quelle interne allo stesso Pd, dove il segretario Nicola Zingaretti deve guardarsi soprattutto da Matteo Renzi, al cui disinvolto e repentino passaggio dal no al sì ai pentastellati ha dovuto piegarsi dopo avere detto e ridetto di non poter cambiare i rapporti con loro senza un preventivo passaggio elettorale.

Di Zingaretti, come dei forti contrasti fra i pentastellati riferitigli probabilmente da Di Maio quando andavano d’amore e d’accordo, nei fatti se non nelle parole, Salvini si era imprudentemente fidato promuovendo una crisi che lo ha spiazzato e obiettivamente indebolito nei suoi sviluppi. Il leader leghista potrà ora scommettere solo sugli errori, incidenti e quant’altro dei suoi ex alleati e del loro nuovo partner, odiatissimo sino a pochi giorni fa ma riuscito utile solo per evitare un rinnovo anticipato delle Camere in cui sarebbero tornati a ranghi ridotti, da ago di una bilancia scassata.

In queste condizioni di solito si dorme, in entrambi i posti del letto a due piazze, con il coltello nascosto sotto il cuscino.

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