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Vi racconto le effervescenze politiche in Germania

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Sempre più arrembante nei sondaggi la verde Baerbock. Le difficoltà di Laschet (Cdu). E il rischio (per l’Unione) di una campagna elettorale in Germania giocata sul leitmotiv “cambiamento vs continuità”. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

 

Allineati al nastro di partenza. Questo suggeriscono gli ultimi sondaggi in ordine di tempo, realizzati da istituti autorevoli come Insa ed Emid e spiattellati uno dopo l’altro sulla prima pagina della Bild. Insa: Unione (Cdu e Csu) 24%, Verdi 23%. Emid: Verdi 28%, Unione 27%.

Gli altri a seguire, a cominciare dall’Spd del vicecancelliere Olaf Scholz tra il 17 e il 13%. I grafici consegnano un panorama frastagliato, dove i piccoli partiti non sono più tanto piccoli e riescono a raccogliere un po’ di polvere di stelle che i vecchi grandi partiti di massa vanno perdendo per strada. Così spicca il 12% attribuito dall’Insa ai liberali dell’Fdp (9% per Emid), che quattro anni fa superarono per un soffio lo sbarramento del 5% e si consolida all’11% la destra nazionalista di Afd (10% per Emid), che non cresce ma neppure si ridimensiona con lo sgonfiamento della questione migranti. Anche la sinistra della Linke resta stabile al suo risultato del 2017, ma con l’8% (Insa) è ben al di sopra della soglia di sopravvivenza.

Un panorama frammentato, con l’Unione che ha esaurito il bonus conquistato nella prima ondata della pandemia e che cede ai partiti concorrenti e all’astensionismo pezzi del proprio consenso: la conclusione dell’era Merkel assomiglia sempre più a una cesura nella storia politica della Bundesrepublik.

Gli occhi di tutti gli analisti sono ora puntati sui Verdi. Non era difficile immaginare che, dopo la spinta del voto regionale in Baden-Württemberg un mese fa, la forbice con l’Unione si sarebbe potuta ridurre fino a prospettare quello che solo qualche tempo fa appariva fantascienza: un sorpasso alle elezioni del 26 settembre. La scelta dei candidati alla cancelleria dei due partiti ha fornito un ulteriore aiuto. In una fase in cui le emozioni e la comunicazione sembrano contare più dei programmi e dei rituali della politica, la scelta di Annalena Baerbock per i Grünen e di Armin Laschet per i conservatori ha aperto scenari nuovi.

Scenari in cui la candidata ecologista incarna la voglia, in qualche modo l’ansia di rinnovamento di colpo fortissima dopo 16 anni di Angela Merkel, e l’erede di Merkel interpreta la noia di una blanda e sbiadita continuità. È un gioco di specchi, che la quarantenne Baerbock è molto abile a cavalcare e al quale il sessantenne Laschet non riesce per il momento a scansare. Certo non lo aiuta neppure il risentimento accumulato da colui che nel campo conservatore gli ha conteso fino all’ultimo la candidatura, Markus Söder: con l’accusa a Laschet di aver reintrodotto una politica alla Kohl 4.0 dopo il periodo modernizzatore di Merkel, Söder alimenta la narrativa elettorale dei Grünen all’insegna del motto “muoia Sansone con tutti i filistei”.

Ed ecco che i due protagonisti della competizione, Laschet e Baerbock, probabilmente destinati a collaborare in un prossimo governo federale nero-verde, potrebbero ritrovarsi dopo il 26 settembre in ruoli invertiti: una maggioranza verde-nera, sul modello di Stoccarda. Una soluzione che avrebbe peraltro ulteriori e forse disastrose ripercussioni per la Cdu, su cui sembra pesare tutto d’un tratto l’appiattimento sull’icona governativa di Merkel. Nel bilancio finale della cancelliera andrà pure messo in conto il suo stile di comando nel partito: la decapitazione (politica) degli avversari interni più vivaci e l’ascesa di mediocri yesman e yeswoman. Ma questo pare l’inevitabile destino delle leadership lunghe e forti.

Che le cose si facciano maledettamente serie per Laschet lo testimonia anche il recente sondaggio pubblicato dal settimanale WirtschaftsWoche, attento termometro degli umori del mondo economico-finanziario. Realizzato dall’istituto Civey sulla base di 1.500 interviste a manager e operatori dell’impresa e della finanza, il sondaggio mostra un massiccio slittamento di attenzione nei confronti della candidata verde e, come contrappasso, una sfiducia profonda nelle competenze del candidato cristiano-democratico.

Per Annalena Baerbock è una vittoria fuori casa, seppure ancora sulla carta, dal momento che non è certo in questo ambiente che i Verdi hanno coltivato il loro consenso nelle elezioni passate. Anzi, per lungo tempo gli ecologisti sono stati giudicati dagli imprenditori, nel migliore dei casi, una caotica banda di utopisti, nel peggiore, un pericoloso ostacolo per lo sviluppo economico del paese. Oggi le cose sembrano davvero cambiate e, nonostante l’organizzazione ufficiale degli industriali (BDI) abbia valutato con un certo scetticismo alcuni punti della bozza di programma appena presentata, il mondo dell’impresa è disposto a concedere più di una carta di credito ai Grünen, nell’ottica dell’incontro fra industria e sostenibilità, innovazione e tutela del clima.

Anzi, secondo quanto rivela il sondaggio Civey, molto più di una carta di credito: manager e dirigenti di impresa sono disposti a consegnare ad Annalena Baerbock la cancelleria per i prossimi quattro anni.

Nel sondaggio, infatti, la candidata ecologista batte tutti i concorrenti. Se il 26 settembre si votasse direttamente per il cancelliere, il 26,5% degli industriali voterebbe per lei. E i distacchi nei gradimenti per i suoi avversari fanno scattare un segnale di allarme soprattutto per il candidato cristiano-democratico.

Perché al secondo posto, con una certa distanza da Baerbock, si piazza il capolista dei liberali Christian Lindner, che totalizza il 16,2% dei favori. Certo, i liberali godono tradizionalmente un supporto ben oltre la media nazionale tra gli imprenditori per le loro posizioni pro libero mercato, ma il mondo economico ha anche una naturale propensione a trattare e sostenere chi governa e l’Fdp, a livello federale, è da otto anni lontano dalla stanza del potere (per 4 è stato addirittura fuori dal Bundestag).

Laschet si piazza solo al terzo posto, con un misero 14,3% di gradimenti, seguito a poco meno di 4 punti di distanza dal ministro delle Finanze Olaf Scholz (10,5%): una bocciatura netta e plateale della politica economica della Grosse Koalition. Così, nelle pieghe dei sondaggi, è oggi possibile riconoscere quell’insoddisfazione per i ritardi accumulati nella digitalizzazione, per le riforme centellinate, per gli investimenti in innovazione insufficienti a tenere il ritmo delle potenze industriali globali. Debolezze a lungo bilanciate dal successo del modello di crescita basato sull’export nei nuovi mercati asiatici, che oggi non basta più. È in questo che il tramonto dell’era Merkel assomiglia a quello dell’era Kohl, sebbene la figura della cancelliera ne esca ben più smagliante e lucente di quanto capitò al suo ex mentore, coinvolto in uno scandalo di fondi neri.

Cambiamento contro continuità rischia dunque di essere il leitmotiv della campagna elettorale. Una trappola per Laschet (e per Scholz), una manna per Baerbock. Gli imprenditori sembrano condividerlo: “Baerbock ha colpito l’immaginario della classe dirigente economica”, ha commentato la WirtschaftsWoche i risultati del suo sondaggio, “ha credibilità, la sua debolezza – una scarsa esperienza di governo – si è trasformata nella sua forza, interpreta il cambiamento e può immettere aria fresca nella cancelleria dopo 16 anni di Angela Merkel”. I manager amano la sfrontatezza e i cuori lanciati oltre l’ostacolo, “l’ambizione viene considerata più importante dell’esperienza”: la sua frase “io sono per il cambiamento, per lo status quo ci sono altri” ha segnato il primo paletto di questa competizione.

Si vedrà se questa voglia di cambiamento reggerà nei cinque mesi che separano dal voto, o se a qualcuno dei suoi avversari (Laschet innanzitutto) riuscirà di intercettare a suo modo questo tipo di istanze. Restando al mondo imprenditoriale, il sondaggio segnala al momento un 32,5% di indecisi, percentuale non bassa tra gente ben informata sulle vicende politiche. Saranno settimane intense di campagna elettorale durante le quali è assai probabile che l’emergenza pandemica conoscerà l’accelerazione della campagna vaccinale: chi saprà meglio interpretare la voglia di ripresa, se in estate l’emergenza sarà davvero alle spalle?

Gli interrogativi sono tanti, così come ancora i dubbi, proprio tra gli imprenditori. La Confindustria tedesca (la BDI) continua a non fidarsi del complesso mondo degli ecologisti, assai più variegato della sua leadeship pragmatica. Una settimana fa ha giudicato la bozza di programma economico dei Grünen “pervaso da una fondamentale sfiducia nei confronti dei meccanismi e degli attori basati sul mercato”. I piani hanno rivelato “una spiccata comprensione dirigistica dello Stato” e “una prospettiva molto ristretta su un obiettivo nazionale di protezione del clima”. La competizione è solo agli inizi.

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