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Vi racconto la super gaffe (preoccupante) del premier Conte silenziata dai giornaloni. I Graffi di Damato

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Che cosa ha detto di clamoroso il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, alla festa di Liberi e Uguali su Europa e migranti. I Graffi di Damato

 

Pur graziato generosamente dai giornali col silenzio o la distrazione, Giuseppe Conte ha compiuto una clamorosa gaffe nell’intervista concessa ad Enrico Mentana sul palco della festa di “Articolo uno”, o dei “Liberi e uguali” appena entrati nel suo secondo governo col ministro della Sanità Roberto Speranza.

Accolto personalmente da Massimo D’Alema e sommerso dalle simpatie del pubblico ripresosi dalla Conte alla delusione procurata dal segretario del Pd Nicola Zingaretti, sottrattosi all’ultimo momento ad un analogo appuntamento per non dipingersi troppo di rosso dopo la rottura consumatasi con Matteo Renzi, il presidente del Consiglio ha svelato una poco consolante abitudine praticata nei quattordici mesi di alleanza e collaborazione con i leghisti di Matteo Salvini. Cui egli non ha perdonato il tentativo di investire in elezioni anticipate il raddoppio di voti conseguito il 26 maggio nel rinnovo del Parlamento Europeo, e il dimezzamento di quelli dei grillini. E neppure, o soprattutto, la oggettivamente imprudente richiesta di “pieni poteri” avanzata agli elettori da una delle spiagge frequentate a ridosso della crisi di governo.

In particolare, il presidente del Consiglio ha raccontato al pubblico di D’Alema e compagni di avere dovuto trascorrere da giugno dell’anno scorso ad agosto di quest’anno i suoi week end al telefono con Bruxelles, Parigi, Berlino, Madrid, Lisbona, Malta e chissà quante altre capitali europee per chiedere “la cortesia personale” di accollarsi una parte dei migranti via via bloccati sulle navi dal suo ministro dell’Interno -Salvini, appunto – con la pratica dei porti chiusi, sino a quando non se ne fosse ripartito il carico di turno fra i paesi dell’Unione.

Quelle parole di Conte –“cortesia personale”- costituiscono una gaffe non tanto nei riguardi dell’allora suo ministro dell’Interno, che pertanto può ben dire oggi di non essere stato mai spalleggiato davvero dal presidente del Consiglio nella gestione del traffico dei migranti, quanto nei riguardi del Paese e del governo in carica. Che evidentemente non erano considerati dal presidente del Consiglio abbastanza autorevoli e solidi perché lui potesse reclamare atti giusti, non “cortesie personali”. Non si erano francamente mai viste e sentite cose del genere nella storia dei tanti governi succedutisi nell’Italia monarchica e poi repubblicana.

Si può anche capire, per carità, il sollievo procurato a Conte dall’idea di non avere più un alleato e un ministro dell’Interno così debordante, a dir poco, come il leader leghista, che al Viminale gli faceva concorrenza anche ricevendo i sindacati per la preparazione del bilancio dello Stato e poi disertava gli analoghi incontri promossi a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio, ma quella storia delle interlocuzioni personali e di cortesia con gli omologhi europei sullo spinosissimo terreno dell’immigrazione -troppo a lungo e vergognosamente scaricata dall’Unione sulle spiagge, e spalle, dell’Italia solo per la sua posizione geografica- sta francamente molto poco in piedi. E grida un po’ anche vendetta, quanto certi metodi o certe pose dell’ormai ex ministro dell’Interno.

La partecipazione alla festa dei “Liberi e uguali” di D’Alema, Pier Luigi Bersani, Speranza e compagni ha fornito a Conte anche l’occasione per replicare in diretta, diciamo così, all’attacco sferrato dal grillino Alessandro Di Battista al Pd, liquidato come “un partito ipocrita e pericoloso”, con cui tuttavia il Movimento delle 5 Stelle sta trattando anche alleanze o convergenze locali, prima ancora di farsene autorizzare dai militanti col solito referendum digitale. “Me ne fido”, ha detto e replicato invece Conte parlando del partito guidato da Nicola Zingaretti e appena scosso e indebolito dall’uscita di Matteo Renzi. Che disporrà di un gruppo autonomo anche al Senato, e non solo alla Camera, per un accordo preso col partito socialista di Riccardo Nencini, del cui nome elettorale –“Insieme”- già speso nelle urne dell’anno scorso Renzi potrà avvalersi per accompagnarlo alla sua “Italia Viva”.

Va detto, a proposito di Renzi e della sua nuova creatura politica, che con la solita, curiosa coincidenza ai suoi primi vagiti sono seguite le cronache giudiziarie del Fatto Quotidiano e altre testate sulle inchieste e perquisizioni a carico del presidente della fondazione a lungo finanziatrice “Open”, Alberto Bianchi. E ciò per il reato di “traffico di influenze”, come si chiama ora penalmente la vecchia pratica delle raccomandazioni.

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