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Vi racconto come i Verdi in Germania occhieggiano al mondo industriale

Verdi

Che cosa cambia dopo il congresso programmatico dei Verdi in Germania in vista di possibili accordi con la Cdu. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

In Germania una coalizione nero-verde ancora non c’è, ma gli ecologisti sembrano aver già interiorizzato uno dei principi del merkelismo. Alla ricerca della rotta giusta per incrociare tra poco meno di un anno il vascello della Cdu orfano della cancelliera, i Grünen hanno elaborato nel congresso virtuale dello scorso fine settimana il programma che li porterà alle elezioni del 26 settembre 2021, e forse al governo con i conservatori. Un programma in puro stile merkeliano, come ha osservato lo Spiegel: “Non legarsi a nulla, mantenere ogni opzione aperta”. Dietro la cortina di piacevoli formule, ha osservato il settimanale, si nasconde un grande nulla, che ognuno può riempire come vuole.

È ormai da anni che l’ex formazione ribelle e anti-partito si è trasformata in una forza pragmatica, passando attraverso l’esperienza del governo federale con l’Spd di Gerhard Schröder e poi la guida amministrativa di tante città e regioni. Fino a ottenere già nel 2011, con il “realista” Winfried Kretchmann, la conduzione di un Land industriale e conservatore come il Baden-Württemberg, strappato proprio ai cristiano-democratici. Da quel momento, l’ascesa della componente pragmatica – i “Realo” – all’interno del partito è stata inarrestabile, fino all’elezione due anni fa di un duo presidenziale giovane e moderno come Annalena Baerbock e Robert Habeck.

Il congresso ha segnato un ulteriore passo in questa direzione, forse quello decisivo per rendere l’ecologismo compatibile con il conservatorismo e imbarcare il partito in un’alleanza con Cdu e Csu che, dopo l’esperienza nella confinante Austria, non è più inedito in Europa, ma resta sempre un percorso innovativo quanto avventuroso.

I verdi sentono un po’ meno il vento in poppa rispetto a un anno fa. La pandemia ne ha frenato l’ascesa di consensi che sembrava inarrestabile, ha messo in secondo piano le preoccupazioni su clima e ambiente e congelato la pressione di piazza di movimenti come Friday for Future. Sul piano interno, ha restituito centralità a coloro che gestiscono in prima persona la crisi Covid, Angela Merkel e il ministro della Sanità Jens Spahn, di fatto dunque alla Cdu. Ma l’ecologia resta sempre un tema centrale, destinato a riprendersi la scena una volta che la pandemia sarà alle spalle soprattutto se legato allo sviluppo economico sostenibile. Ed è questo filone che i Grünen hanno ormai da tempo occupato, trovandovi la chiave per ridefinirsi in chiave moderna e proporsi come la forza politica in grado di coniugare economia e ambiente.

L’idea di costruire un nuovo sistema economico, uno dei mantra dei verdi fin dalla loro nascita, non è più declinato in strategie di sovvertimento del modello capitalistico esistente, ma punta alla sua trasformazione, accettando anche il gradualismo. Riconciliare economia ed ecologia è la missione dei prossimi decenni, in linea con i piani europei del Green Deal, con le sensibilità di larghe fasce della borghesia urbana e con gli interessi dell’impresa, ormai convinta di dover compiere il salto verso una produzione che tenda verso la neutralità climatica.

Le frizioni con gli industriali sono ormai un ricordo, i verdi si propongono come i partner più affidabili per questo progetto di riconciliazione e gli imprenditori cominciano a credere che essi abbiano davvero le chiavi per trasportare l’economia in una nuova era. Il paradosso è che, in un’economia dominata da certificati di emissione e prezzi del Co2, il capitalismo non è più il problema ma la soluzione. Più l’economia si evolve in senso digitale e tecnologico, più rapidamente ed efficacemente si possono raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica, sostengono i Grünen.

E per questo, nel programma aggiornato, sono comparsi concetti che fino a qualche anno fa erano considerati tabù. Come la crescita economica, che ora i Grünen tedeschi non mettono più in dubbio vagheggiando decrescite più o meno felici, ma ritengono essenziale per il raggiungimento degli obiettivi ecologici.

Che la tensione interna con la componente idealista, più legata al tradizionale percorso anti-capitalista, sia sempre presente è testimoniata dai due blitz operati dalla base nel corso del congresso, uno fallito, l’altro riuscito. Il braccio di ferro sulla definizione nel programma del tipo di modello economico cui aspirare si è incentrato sul concetto di mercato. La dirigenza aveva proposto “sistema socio-ecologico di mercato”, richiamo esplicito alla tradizione erhardiana dell’economia sociale di mercato, mantra di tutte le forze politiche tedesche (seppur con differenti declinazioni) e fondamenta indiscussa dell’impalcatura economica della Cdu. Una mozione della componente di sinistra dei Grünen ha tentato, senza successo, di estrapolare proprio quel finale ma decisivo riferimento al mercato. L’ala realista ha tenuto duro e l’introduzione del concetto nel programma è un segnale importante: carta canta e in Germania i programmi dei partiti hanno ancora una sorta di funzione vincolante.

Il secondo blitz è invece andato a segno e il Grünen si ritrovano a inglobare un piano di introduzione del reddito di base. Il tema non sarà naturalmente vincolante in funzione del futuro programma di governo, ma la dirigenza puntava a più morbidi meccanismi di garanzia per la sicurezza legati a condizionalità: un modello più simile a quello dell’Hartz IV. I due concetti ora fanno parte dello stesso programma politico ed è probabile che la dirigenza punterà sul secondo in sede di eventuali future trattative di maggioranza, ma il segnale resta, l’ala più a sinistra, che non vede di buon occhio l’abbraccio con i conservatori, darà battaglia.

Sono rimaste altre tracce della sensibilità dei Grünen storici, come riferimenti all’acciaio verde o a una politica industriale attiva (quest’ultima peraltro già praticata nel nuovo corso della Cdu di Merkel) o a un’economia che metta al centro il benessere delle persone e non la massimizzazione dei profitti del singolo: ma quale partito oggi, dopo le crisi finanziarie e le sberle del Covid non sosterrebbe tali concetti? Di sicuro non la Cdu, soprattutto se la successione a Merkel avverrà nel solco della continuità. Non è un mistero che i verdi puntino al ministero delle Finanze, per poter gestire il piano di investimenti di 500 miliardi in 10 anni che hanno in mente per trasformare l’economia nel senso della sostenibilità.

Che la voglia di governare ormai pervada il partito più che il gusto alla ribellione è stato evidente nell’intervento di Winfried Kretchmann, il presidente del Baden-Württemberg: “Cerchiamo alleati, si tratta di individuare quel che si può realizzare e non quel che si vorrebbe, siamo pronti a compromessi”. I suoi, stipulati con i big regionali dell’industria, compresa quella automobilistica, gli hanno fruttato ben due mandati, il primo espletato con l’Spd, il secondo in corso con la Cdu. Gli ultimi sondaggi, a poco meno di un anno dal voto, non danno speranze a un’eventuale alleanza di sinistra o di centrodestra e lasciano aperta la strada a un governo nero-verde (Cdu-Csu al 37%, Grünen al 21%), anche se molte cose possono e devono ancora accadere, a partire dal congresso Cdu di metà gennaio. Con i suoi 72 anni, Kretschmann può ormai considerarsi il padre nobile della stagione pragmatica dei verdi e consegnare il testimone ai due più giovani leader, Baerbock e Habeck. Passa anche da loro la strada per il dopo Merkel.

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