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Le sottili differenze fra Macron e Merkel sull’America di Biden

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Merkel Macron

Che cosa unisce e che cosa divide Macron e Merkel sull’idea di Europa in rapporto all’America 

In molti hanno commentato le recenti uscite di Emmanuel Macron, ma il più lucido e puntuale è stato Lorenzo Castellani, che su Panorama ha analizzato la lunga intervista del presidente francese alla rivista Le Grand Continent, ripresa in Italia dal Corriere della Sera.

Castellani ha il merito di cogliere perfettamente l’evoluzione di Macron da leader “progressista e più spostato a sinistra” a “espressione di un nuovo conservatorismo sociale, moderatamente nazionalista, pragmaticamente realista”. Un realismo che però sembra lasciare spazio, fin troppo diremmo, a “qualche illusione neo-illuminista”, come quella “autonomia strategica” che il presidente francese indica all’Europa, declinandola implicitamente in termini di equidistanza tra Washington e Londra da una parte e Pechino dall’altra.

Macron appare realista nell’analisi delle dinamiche interne, nel riconoscere i guasti della globalizzazione nelle società europee e occidentali, nel rifiuto del multiculturalismo e nella consapevolezza della minaccia islamica, nella rivalutazione dello stato-nazione e nella riaffermazione della sovranità popolare.

Sull’immigrazione, e in particolare sulla minaccia islamica, è un Macron che ha aperto gli occhi, pragmatico. Appare totale, definitiva, la rottura sia con la retorica di sinistra dell’accoglienza, “no border” (“oggi assistiamo ad un uso profondamente indebito del diritto d’asilo”) sia con il multiculturalismo (“non siamo multiculturalisti, non sommiamo l’uno sull’altro i modi di rappresentare il mondo”, non dobbiamo chiedere scusa a nessuno per le nostre libertà e il nostro modello di vita).

Echi trumpiani nella critica alle delocalizzazioni, che hanno “costretto in una sensazione di inutilità parte della nostra popolazione, con profondi drammi economici, sociali ma anche psicologici”. Le classi medie in particolare, e parte degli strati più deboli della popolazione, “sono state la variabile di aggiustamento della globalizzazione. E questo è inaccettabile, insostenibile, e l’abbiamo indubbiamente sottovalutato”.

Ancora echi trumpiani nella difesa del sistema westfaliano degli Stati-nazione: “Molti dei problemi non nascono al livello dello Stato-nazione, è vero, e ciò presuppone la cooperazione. Ma la cooperazione non implica la dissoluzione della volontà del popolo. Presuppone anzi il saperla articolare”. Macron dice quindi di non credere alla fine dello Stato-nazione: “Non credo affatto che si tratti di una crisi della sovranità westfaliana. (…) Inoltre, in tutto ciò che faccio a livello internazionale, per me l’elemento più importante è sempre la sovranità dei popoli. Ogni volta che abbiamo cercato di sostituirla, abbiamo creato degli squilibri. Quindi sono profondamente legato a questo principio… da custodire gelosamente”.

Meno realista, invece, sulle dinamiche internazionali, quando il presidente francese si mostra incline alle suggestioni neo-golliste e anti-atlantiste, invocando per l’Europa una “autonomia strategica”, che da anni su Atlantico Quotidiano riteniamo una pericolosa illusione.

In continuità con i suoi predecessori, Macron è consapevole che il destino della Francia è ormai indissolubilmente legato a quello dell’Unione europea, nel senso che la seconda è funzionale alla proiezione di potenza e agli obiettivi politici della prima. Quando i presidenti francesi dicono “Europa”, intendono Francia. Questa sorta di “sovranismo europeo” di Macron, dunque, non è che il paravento del nazionalismo francese. Parigi ha sempre visto nell’Ue l’unica via rimasta per perseguire la sua ambizione di grandeur. E oggi che il Regno Unito è fuori, essendo l’unica potenza nucleare rimasta, rilancia.

“Si tratta di pensare in termini di sovranità europea e di autonomia strategica, in modo da poter contare da soli e non diventare il vassallo di questa o quella potenza senza avere più voce in capitolo”.

L’Unione europea come terza potenza tra Cina e Stati Uniti in un mondo multipolare, una sorta di Europa neo-carolingia sta prendendo forma, commentavamo qui su Atlantico in occasione della firma del trattato di Aquisgrana.

Per il presidente francese, è “l’unico modo per imporre i nostri valori, la nostra voce comune, per evitare il duopolio sino-americano” (che implicherebbe doversi schierare…). Addirittura, evoca un “Consenso di Parigi”, una sfida diretta all’ordine economico liberale disegnato dal cosiddetto Washington Consensus. Nel mirino c’è anche la supremazia del dollaro, della lingua e del diritto anglo-americano, in quanto strumenti di sottomissione delle imprese europee agli Usa.

Gli Stati Uniti capiranno e ci rispetteranno, si dice convinto Macron, “se saremo sovrani con la nostra stessa difesa”, “dobbiamo continuare a costruire la nostra autonomia per noi stessi, come gli Stati Uniti fanno per loro, e come la Cina fa per sé”. Ancora, l’Europa deve imparare a fare da sé, come l’America e la Cina.

Intendiamoci: un conto è che l’Europa prenda sul serio la sua sicurezza, e quindi ne sopporti gli oneri in misura tale da non apparire più come free-rider agli occhi degli americani. Se si tratta di spendere di più nella difesa, di assumerci come europei maggiori responsabilità internazionali nelle nostre aree, per esempio il Mediterraneo e il Medio Oriente, da Washington possiamo aspettarci solo approvazione.

Ma con “autonomia strategica” e Nato morente (come ha ripetuto più volte il presidente francese) si intende altro. In Macron batte forte la vena gollista e anti-atlantista: noi europei “non siamo gli Stati Uniti d’America”. Ci sono valori comuni ma anche contrastanti, ed è “insostenibile che la nostra politica internazionale dipenda da loro o che segua le loro orme”.

A parole, certo, Macron non pende verso Pechino e sembra sincero (“quello che dico è ancora più vero per la Cina”). Ma nei fatti, negli esiti, la sua è una dottrina in opposizione agli Stati Uniti, dal momento che sganciando l’Europa dall’orbita di Washington si farebbe un enorme favore al suo rivale strategico: la Cina. Come ha spiegato François Godement, dello European Council on Foreign Relations, a Pechino interpretano questa discussione europea sull’autonomia strategica non come la prova di un’Europa più unita, più matura e più forte, ma, al contrario, come un segno di indebolimento, dato che in questo modo l’Ue si sta allontanando, separando dal principale garante della sua sicurezza: gli Stati Uniti. Lo smantellamento dell’alleanza transatlantica – in atto da tempo da parte dell’Ue a guida franco-tedesca, non dell’amministrazione Trump come molti pensano – non è accompagnato da un rafforzamento della sua posizione geopolitica. In breve: il rischio è di finire nelle braccia dei cinesi, appendice dell’Eurasia.

La dottrina Macron si scontra però con il pragmatismo e il levantinismo di Berlino, che vede nell’uscita di Donald Trump dalla Casa Bianca uno scampato pericolo, proprio quello di dover scegliere tra l’ombrello di sicurezza offerto dagli Usa e la propria vocazione eurasiatica.

A Berlino non hanno grilli per la testa, si rendono perfettamente conto di due cose: primo, un’Europa autonoma per quanto riguarda la sua sicurezza è semplicemente un’ipotesi irrealistica; secondo, avviare un processo in tale direzione significherebbe dover riconoscere la leadership francese nel settore della difesa, e in pratica consegnargli le chiavi della politica estera dell’Ue. Tra l’altro, l’arsenale nucleare francese non basterebbe. Come minimo servirebbe anche il riarmo della Germania, che al momento appare non fattibile politicamente, per prevedibili resistenze sia interne che esterne. Macron vede la difesa comune europea, a guida francese ovviamente, in alternativa alla Nato, i tedeschi come complementare.

Inequivocabile la risposta arrivata all’intervista del presidente francese da Annegret Kramp-Karrembauer, ministro della difesa e presidente della Cdu, la quale ha ribadito – come riportato da Formiche.net – che “l’alleato più importante nella politica di sicurezza e difesa erano e sono ancora gli Stati Uniti d’America. E rimarranno tali per il prossimo futuro”. “Senza le capacità nucleari e convenzionali dell’America, la Germania e l’Europa non possono proteggersi”. “Compensare tutto questo richiederebbe, secondo stime serie, decenni”.

Senza mezzi termini, AKK ha quindi bollato come una “illusione” l’idea di Macron di “autonomia strategica”: senza Nato e Usa non sono garantite sicurezza, stabilità e prosperità in Europa.

Un discorso di realtà, ma se oggi viene pronunciato a Berlino in termini così espliciti, è anche per ciò che sta avvenendo a Washington.

Se ricordate, non moltissimo tempo è passato da quando la cancelliera tedesca Angela Merkel, in una birreria di Monaco, diceva che di americani e inglesi non ci si poteva più fidare e che l’Europa doveva imparare a “fare da sola”, doveva prendere nelle sue mani il suo destino. Discorsi simili, anche in contesti ufficiali, si sono susseguiti durante i quattro anni di presidenza Trump. Non molto diversi da ciò che sostiene oggi il presidente francese.

Ma all’indomani delle presidenziali americane la Merkel ha già cambiato toni: congratulandosi con Joe Biden, ha detto che la Germania e l’Europa sono pronte ad affrontare “fianco a fianco” agli Stati Uniti le sfide mondiali, tra cui ha citato la pandemia, ovviamente, il clima e il commercio internazionale. Gli europei sanno che “devono assumersi maggiori responsabilità”, “fare sforzi più grandi sul fronte della sicurezza”. Ma in quanto tedeschi, ha ricordato, “abbiamo sperimentato di persona quale ruolo giochino gli Stati Uniti nella libertà e nella democrazia del mondo”. “Siamo alleati nella Nato e condividiamo valori fondamentali e interessi”. L’America rimane “il nostro più importante alleato” e, “a ragione”, si aspetta da noi “sforzi più grandi per la sicurezza”.

La svolta è lampante. Si sta voltando pagina e preparando un rapporto con la nuova amministrazione Usa su basi diverse, più simile a quello instaurato negli 8 anni di presidenza Obama.

La principale colpa di Trump, agli occhi della cancelliera, è aver esposto la politica mercantilista tedesca (ed europea), messo a rischio l’export, richiamato all’ordine gli alleati e richiesto prove di lealtà a danno dei rapporti, e degli interessi economici, coltivati con Mosca (Nord Stream 2) e Pechino (5G, export, investimenti).

A Biden, Berlino offre un maggior impegno sulle spese per la difesa e un’ampia collaborazione sul dossier Cina, ma questo perché si aspetta, a ragione, di non ricevere le costose richieste avanzate da Trump. Anche i tedeschi sono sempre più preoccupati dell’aggressività di Pechino e spazientiti per l’assenza di progressi sul fronte delle politiche commerciali, ma non vogliono essere tirati dentro una Guerra Fredda contro la Cina e si aspettano che Biden lavorerà ad una normalizzazione.

In conclusione, qual è il punto? Berlino vuole l’equidistanza dell’Europa quanto Macron, ma sa di non poter fare a meno della sicurezza garantita dal contribuente americano, e quindi sa di dover fare qualche sforzo per tenere in piedi l’alleanza con gli Usa, tanto più che con Biden è convinta di poter continuare a perseguire indisturbata e senza rischi la propria vocazione eurasiatica sia con la Cina che con la Russia. Ovviamente, appoggiandosi a Washington quando serve per avere più leva nei suoi rapporti con Pechino e Mosca. Potendo ora contare sul fatto che la nuova amministrazione Usa non chiederà prove di lealtà che possano guastarli. Macron, invece, all’ombrello di sicurezza Usa vorrebbe sostituirvi quello francese, essendo questo campo, non quello economico, dove Parigi può rivendicare la sua leadership in Europa. Ma con Biden alla Casa Bianca, il nein tedesco si rafforza.

 

Articolo pubblicato su atlanticoquotidiano.it

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