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Vi dico chi vince e chi perde con l’accordo commerciale Usa-Ue. Parla il prof. Pelanda

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L’intesa Stati Uniti-Unione europea firmata da Trump e Juncker commentata e analizzata da Carlo Pelanda,  docente di geopolitica economica dell’Università Marconi di Roma

Il colloquio di ieri nello Studio Ovale della Casa Bianca fra Donald Trump e il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha portato all’annuncio di un accordo fra Stati Uniti e Unione Europea. In un comunicato, la Commissione ha espresso soddisfazione per un risultato che «lancia una nuova fase nelle relazioni fra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, una fase di stretta amicizia, di forti relazioni commerciali in cui entrambe le parti risulteranno vincitrici».

COSA PREVEDE LA BOZZA DI ACCORDO

L’accordo prevede la costituzione di un’area di libero mercato fra Usa e Ue (con la significativa esclusione del settore auto) e un aumento delle import europeo di gas naturale americano. In teoria, è l’avvio di una fase di “stabilizzazione” dei rapporti sull’asse Washington-Bruxelles. L’annuncio, infatti, sembra scongiurare lo spettro della guerra commerciale tra due sponde dell’Atlantico.

LE CONSEGUENZE DEL VERTICE NATO

Tuttavia le incognite restano molte. «Partiamo col dire che più che un accordo vero e proprio, c’è l’idea di trovare un accordo – commenta Carlo Pelanda, docente di geopolitica economica dell’Università Marconi di Roma, in una conversazione con Start Magazine -. Questo patto con l’Ue in realtà è un bilaterale Washington-Berlino ed è la conseguenza del vertice Nato di qualche settimana fa».

In quell’occasione, Trump aveva tuonato contro gli europei, invocando un aumento delle spese per la difesa. Un tentativo – riuscito – per richiamare all’ordine gli alleati del blocco occidentale.

La reazione dell’Europa e in particolare della Germania, che sostanzialmente ha dovuto piegarsi alle richieste americane, secondo Pelanda si è vista proprio sulla politica commerciale: «Nel vertice Nato Merkel si era arresa, ma non del tutto. Aveva lasciato intendere che l’Unione ha una capacità di dissuasione nei confronti degli Stati Uniti, basata fondamentalmente sul fatto che Bruxelles sta continuando a siglare trattati di libero scambio: col Giappone, con l’Australia, col Brasile (seppur più problematico). Gli Usa non possono non temere questo quadro, perché con l’Europa al centro di un reticolo globale che comprende l’area di mercato più grande del Pianeta, sarebbero isolati».

TRUMP, VITTORIA SOLO SIMBOLICA

Di qui la reazione di Trump, la proposta di un mercato unico Usa-Ue. «Un po’ quello che era successo con il Ttip voluto da Obama e ostacolato dagli europei stessi. Trump sa che l’Europa è campione di protezionismo, e ha tentato di colpirla dove è più debole. La Commissione chiedeva accordi selettivi, Trump ha rilanciato con una proposta di accordo globale. Risultato: un accordo ci sarà, ma per Trump è una vittoria più che altro simbolica. La verità è che Trump si sta rendendo conto che non può modificare molto un sistema globale costituito dall’America stessa: tutte le nazioni al mondo hanno modelli trainati da esportazioni, solo gli Stati Uniti crescono attraverso i consumi interni. Trump non riesce a modificare questo modello».

GLI IMBARAZZI EUROPEI

Va detto che la prospettiva di un mercato libero con gli Usa potrà creare imbarazzi nel Vecchio Continente. Qualcosa di simile a quanto era capitato col Ttip. «Immaginatevi gli agricoltori francesi, italiani o tedeschi, che si troveranno a competere con il grano proveniente dal Nebraska – suggerisce Pelanda – Comunque, in generale, la posizione europea non è univoca. L’Italia ha senz’altro l’interesse ad aprire il più possibile e a evitare le frizioni. La Francia, che invece spinge per un sovranismo europeo, meno».

IL NODO DEL SETTORE AUTO

Resta il fatto che il settore auto dovrebbe restare fuori da questo accordo. Una buona notizia per la Germania? «Io credo che la resa tedesca sia più simbolica che sostanziale» ragiona Pelanda. In ogni caso, bisognerà capire come si svilupperà la partita su un settore che i tedeschi hanno molto a cuore. «Hanno la possibilità di contrastare un’eventuale politica di dazi Usa, per esempio stringendo accordi con la Cina – analizza Pelanda – Tuttavia, sarebbe senz’altro complicato bilanciare la perdita del mercato americano»».

IL GAS NATURALE

Le linee programmatiche dell’accordo sottolineano un altro aspetto di rilievo: l’aumento delle importazioni di gas naturale dagli Stati Uniti. In apparenza, la mossa potrebbe essere letta come un allontanamento fra l’Europa, in particolare la Germania, e la Russia di Putin, il principale fornitore energetico del Vecchio Continente. «Dubito in realtà che questo scontenti Putin in modo particolare – si espone Pelanda – Il gas americano deve per forza arrivare in Europa via nave, e difficilmente potrà competere con i volumi russi, che passano via gasdotto. Inoltre Trump e Putin hanno un accordo per tenere basso il prezzo dell’energia. L’accordo, che serve a Trump nell’ottica delle elezioni di Midterm, terrà almeno fino ad allora. Dopodiché qualcosa potrà cambiare».

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