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Verso una dittatura delle minoranze?

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minoranze

La Nota diplomatica di James Hansen

Il “maggior bene per il maggior numero di persone”, la potente regola d’oro maggioritaria della politica negli ultimi secoli — giustificava sia la democrazia liberale sia la dittatura del proletariato — parrebbe avere raggiunto fine corsa, sostituita da una sorta di diritto universale alla felicità.

In molti paesi occidentali la creazione e la gestione di nuove e sempre più minuscole minoranze è praticamente un’industria. La frantumazione politica dei generi sessuali minoritari che una volta si esprimeva con la sigla LGBT — per “Lesbiche, Gay, Bisessuali e Trans” — cresce di anno in anno con nuove e più esotiche inclusioni: al momento siamo a LGBTQIAPK, con altre lettere in attesa di “omologazione”.

Qualcosa di simile succede anche per le minoranze etniche e razziali, che emergono prepotenti in quei paesi che hanno creato sistemi di promozione particolare per raddrizzare i torti storici. C’è la Senatrice americana Elizabeth Warren, aspirante candidata presidenziale finché non è emersa che non fosse di sangue “Cherokee”, la tribù indiana dalla quale reclamava falsamente la discendenza in aiuto alla carriera accademica e politica. Più di recente si è avuto il caso della docente universitaria Jessica Krug che, avendo costruito il CV accademico sulla sua supposta appartenenza alla razza nera, ha dovuto confessare di essere nei fatti una bianchissima signora di Kansas City…

Quand’anche la condizione di minoranza esista davvero, alcune di queste — anche tra le più note —sono estremamente piccole. Scarseggiano dati precisi sulla demografica dell’orientamento sessuale ma, secondo ricerche recenti, i “trans” maschili negli Usa — non gli “operati”, semplicemente quelli che s’identificano in un genere diverso da quello della nascita — sarebbero sì e no la metà dell’un percento della popolazione. Malgrado i numeri sicuramente modesti, leggi locali spesso obbligano di attrezzare le nuove costruzioni con toilette pubbliche per tre generi e non più per due.

Con le migliori intenzioni, mettiamo sempre più la grande maggioranza della popolazione al servizio di minoranze esigue. Se da una parte facciamo giustizia, dall’altra abbiamo creato una nuova “minoranza” maggioritaria che non accede ai trattamenti di favore riservati ai pochi — e che esprime il suo disappunto attraverso comportamenti elettorali progressivamente più estremi in molti paesi dell’Occidente.

Una volta evitavamo il problema ricorrendo alla fede e alla tradizione per sapere quali erano i comportamenti corretti, chi doveva governare per diritto ereditario e quali dovevano essere le pratiche morali accettabili. Il meccanismo si è rotto da tempo, non abbiamo ancora saputo sostituirlo e stiamo vivendo la dolorosa transizione verso un altro tipo di equilibrio ancora sconosciuto. Ma se non sappiamo cosa farci, almeno possiamo attribuire la colpa… È dei maledetti americani.

Stilando la loro Costituzione del 1789, e pesantemente influenzati dal pensiero “utilitarista” che nasce con Epicuro e passa soprattutto per il filosofo inglese Jeremy Bentham, inclusero tra i diritti garantiti alla popolazione quello non della ricerca del “bene” ma piuttosto della “felicità”. Il concetto è stato traslato nel “diritto alla felicità” di ognuno — e siccome in America ha funzionato, almeno fino ad oggi, eccoci al dunque…

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