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Vedo ancora ossessioni nella Repubblica di Molinari

Economia

Perché toni e titoli del quotidiano la Repubblica diretto da Maurizio Molinari ieri hanno deluso Gianfranco Polillo

 

Chi si aspettava una ventata di aria nuova nella redazione de La Repubblica, con l’avvento di Maurizio Molinari, avrà, almeno finora, subito una cocente delusione. Le premesse c’erano tutte. Il neo direttore, nella sua precedente vita professionale alla direzione de La Stampa, aveva dato prova di un grande equilibrio. Toni sommessi. Ragionamenti invece di invettive. Profonda conoscenza dei temi. Insomma: un giornalismo professionale e non la dépendance di un qualche partito politico.

L’edizione di ieri del quotidiano, fondato da Eugenio Scalfari, ha fatto impressione. A partire dallo strillo in prima pagina: “Governo, Draghi detta le condizioni a Salvini”. In quelle interne, dedicate alla politica, il seguito, a firma di Tommaso Ciriaco: “Dal fisco ai diritti umani i paletti di Draghi a Salvini”. Subito dopo Carmelo Lopapa: “Il leghista si piega al diktat ‘Noi ci saremo comunque’ E in Ue vota sì al Recovery”. Quindi l’intervista ad Antonio Misiani (Pd): “Un rischio la coabitazione con Salvini ma ci fidiamo del premier”. Senza contare l’apertura, sempre in prima di Francesco Bei: “La maschera del sovranista”. Articolo sempre rivolto all’incubo Salvini. Se non vi fosse stata la voce rassicurante di Stefano Folli, saremmo ad uno dei numeri peggiori della vecchia Pravda, di comunista memoria.

Da dove nasce quest’ossessione? Da quel settarismo congenito che ha sempre caratterizzato la sinistra italiana. Con un’accentuazione maggiore per i vecchi comunisti. Settarismo, declinato in modo diverso: il destino salvifico della classe operaia, la diversità comunista rivendicata da Enrico Berlinguer e la sua separatezza, una visione del mondo, come dicevano le teste d’uova del Partito, che aveva come base il superamento della filosofia classica tedesca. Tante parole, necessarie per tener unito un esercito che, a volte, rischiava di sbandare. Di subire le sirene di quel riformismo, di cui oggi il Pd si riempie la bocca, ma che, fino ad un recente passato, era considerato una bestemmia.

Nella cultura del ‘900 queste forme, nonostante il loro parossismo, potevano avere una qualche giustificazione nelle temperie di quei tempi. Due guerre mondiali, costate milioni di morti, avevano legittimato forme di condanna, senza possibilità d’appello, delle vecchie classi dirigenti. Non si dimentichi la genesi della rivoluzione d’ottobre. La parola d’ordine di Lenin “guerra alla guerra”, in pieno conflitto mondiale, cementò una storia destinata a durare per oltre ottant’anni. Una storia, per altro, tutt’altro che esente da colpe e contraddizioni.

Ma oggi? Che senso ha mantenere inalterate quelle pregiudiziali? Specie se riferite al travaglio che l’Italia sta vivendo. Siamo reduci da una legislatura in cui sono state sperimentate tutte le formule politiche possibili. Prima il governo giallo-verde, tra la Lega ed i 5 Stelle. Esperienza oggi, a quanto sembra, rinnegata dallo stesso Beppe Grillo, che allora la volle fermamente. Mentre ora esclude ogni possibilità d’accordo. Quindi il governo giallo-rosso, con alla guida sempre lo stesso Giuseppe Conte. Il “migliore” nella retorica grillina, salvo poi dover convenire sui limiti della politica seguita. Altrimenti, se avessero mantenuto il punto, non sarebbe rimasta altra via che le elezioni anticipate.

Per i giornalisti di Repubblica sembra che queste cose, in Italia, non siano mai accadute. Contano, solo le giravolte di Matteo Salvini, da inchiodare sulla croce dell’incoerenza. Del tutto indifferenti di fronte a quel drammatico contesto che sta mettendo in gioco le sorti dell’intero Paese. E che giustifica, in qualche modo, le nuove posizioni assunte dallo stesso Salvini. Ma a chi volete che importi se alla fine la Lega, insieme ad altri, sarà azionista del governo Draghi? L’importante è che l’ex governatore della Bce possa dare il suo contributo per risollevare il Paese dalla palude in cui si è infilato. Se godrà di una maggioranza più ampia tanto meglio. Altrimenti: tutti necessari, nessuno indispensabile.

Se questa maggioranza, per le continue bizze dei partiti che hanno soprattuto un problema identitario, non vi sarà, non rimarrà che il ricorso alle urna. Ed ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Gli elettori, a quanto sembra, hanno già fatto conoscere le loro preferenze. Vedono in Draghi l’uomo giusto al posto giusto. Quindi non capirebbero veti, rifiuti pregiudiziali, recriminazioni o qualsiasi altra cosa, che possa determinare un suo preventivo fallimento. Il che spiega perché gli articoli citati fanno impressione. Il loro stile è ancora quello del bel tempo antico. Quando le baruffe in casa democristiana o comunista facevano notizia. Anche se duravano lo spazio di un mattino. E così è stato: a distanza di poche ore il problema del perimetro della maggioranza è divenuto un ricordo del passato. E gli allarmi di Repubblica solo una brutta pagina di giornalismo militante.

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