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Università Telematiche Luciano Violante

Università telematiche, il marxista Violante e il liberismo in cattedra

Le università telematiche mettono tutti d'accordo: liberali, liberisti ed ex comunisti. La lettera di Francis Walsingham sulle sparate di Violante, sugli spottoni tv di Pegaso e sulle promozioni a pieni voti degli atenei virtuali da parte di Fondazione Einaudi e Istituto Bruno Leoni

Caro direttore,

non so se farai ponte per il Primo maggio, difficile dato che Start è sempre aggiornatissimo e non si concede mai pause, io comunque spero che questa mia ti raggiunga, perché ho sentito il bisogno di scrivertela dopo aver visto la trasmissione di Rai3 “Report” che, come ben sai, ha trattato (purtroppo senza mai citarvi, nonostante ne scriviate già da un pezzo, praticamente i soli nell’asfittico panorama informativo italiano) le università telematiche.

Chi, come me, legge quotidianamente Start non avrà avuto grandi sorprese: tutto già letto, tutto già sentito. Voglio però soffermarmi su quello che dice (dopo i primi 38 minuti del servizio) Luciano Violante, presidente del gruppo Multiversity, ossia del polo delle università telematiche che raggruppa, Pegaso, Mercatorum e San Raffaele.

L’ ex magistrato e già presidente della Camera nella XIII legislatura, oltre che esponente storico del Pci e di tutti i successivi partiti eredi del Partito comunista italiano (che aveva tra l’altro come faro le università statali, intese come motore di quell’ascensore sociale che avrebbe dovuto concedere a tutti di migliorare la propria condizione sociale rispetto a quella di nascita), ai microfoni di Report, sarà l’aria di Rai3, fa il marxista e dice: “Mi interessa che i ragazzi che non possono studiare studino, che non possono laurearsi si laureino anche non essendo ricchi. Se sei di sinistra questa cosa ti deve stare a cuore”.

Un concetto peraltro espresso sempre da Violante poche ore prima sul Corriere della Sera,  domenica scorsa, con tanto di richiamo in prima pagina (edizione fiacca, mi verrebbe da dire, se non ci sono altre notizie o altri commenti cui dare precedenza): “Sul piano più generale – scrive l’ex presidente della Camera -, le Università telematiche di qualità rappresentano un’opportunità di inclusione e di elevazione sociale per il sistema universitario, non in concorrenza con le Università tradizionali, opportunità che dovrebbe stare a cuore a tutti coloro che si impegnano per la crescita sociale ed economica delle fasce più deboli della popolazione: 1. circa 3/4 degli studenti delle Università digitali sono «lavoratori-studenti» (contro meno del 10% nelle Università tradizionali); 2. l’età media degli studenti delle telematiche è di circa 30 anni; la maggioranza dei quali proviene da studi secondari di natura tecnica (a differenza degli accessi alle Università tradizionali), spesso residenti in piccole province ed aree remote del Paese; infatti l’80% della popolazione vive in centri medio-piccoli. Si tratta di un ascensore sociale destinato a chi, per ragioni di lavoro, di famiglia o economiche, non potrebbe frequentare le università tradizionali; le telematiche permettono di superare, nella costruzione del capitale umano, il divario tra Nord e Sud”.

Sarà, eppure questo spot dell’Università Telematica Pegaso che mi compare sempre ogni volta che provo ad accedere a YouTube si rivolge direttamente a chi sta lavorando, ha belle scrivanie, ha insomma una sua posizione sociale di tutto rispetto. Non mi sembra quell’Università degli ultimi che sarebbe potuta essere cantata da Fabrizio De André e che viene dipinta ogni volta da Violante, anche sulla scorta di corpose e dettagliate ricerche come quella della Fondazione Einaudi (che tiene a precisare comunque per la ricerca non ha ricevuto contributi da parte di United, l’associazione degli atenei digitali, o di singole università).

E se Einaudi titola “Le Università digitali come fattore di riduzione delle diseguaglianze”, l‘Istituto Bruno Leoni parla del “Valore aggiunto delle università telematiche per il Paese”. E nell’articolo, pubblicato sul Foglio a firma di Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’Istituto che ha contribuito a fondare, leggiamo: “Non si tratta di persone sfuggite alle università tradizionali (che, dopo un periodo di contrazione, hanno ricominciato a crescere): sono, con ogni probabilità, individui che proprio grazie alla tecnologia possono accedere a nuove opportunità formative”.

“Esse – spiega Stagnaro – raggiungono persone che, per ragioni di scelte di vita precedenti, di carriera, di reddito, di luogo di residenza o altro, difficilmente potrebbero essere intercettate dalle università tradizionali. Anzi, queste ultime, hanno sostanzialmente eliminato le lezioni serali che precedentemente cercavano di soddisfare almeno una porzione di tale domanda”.

“Se questo è vero – continua il noto esponente dell’Istituto Bruno Leoni diretto da Alberto Mingardi – allora anche la pretesa di imporre una quota di lezioni in streaming (anziché in formato asincrono) finirebbe per penalizzare proprio quelle fasce di popolazione che, per varie motivazioni, non hanno avuto l’opportunità di conseguire la laurea durante la prima parte della propria vita, e oggi avvertono l’esigenza di un potenziamento del proprio capitale umano. In questo senso, le telematiche rappresentano un fondamentale strumento di inclusione”.

Che bello: liberali e liberisti assieme ai comunisti, tutti sotto al medesimo tetto, quello virtuale delle Università telematiche!

Poi, direttore, mi conosci: sai che per me l’istruzione deve davvero essere aperta a tutti, ma non vorrei che il risparmio diventasse il solo motivo per giustificarne l’esistenza. Mia nonna diceva sempre: “chi più spende meno spende”, perché capita spesso che il prezzo definisca la qualità. Giusto così se si compra una gonna, un televisore, ma non vorrei che irretire le famiglie con la scusa del risparmio esponesse i giovani a una educazione a risparmio. Eppure questi altri spot martellano proprio sul concetto di quanto puoi risparmiare se, anziché spedire tuo figlio o tua figlia a un ateneo tradizionale, magari prestigioso, lo parcheggi davanti al PC a seguirsi le lezioni. È davvero questa l’università di tutti che sognavano i comunisti?

Caro direttore, non ho usato il verbo martellare a caso: googlando qua e là ho scoperto un articolo dello scorso anno in cui si dice “a Unipegaso è dedicata la maggior parte del budget pubblicitario di quest’anno in crescita tra il 15 e il 20% rispetto al 2022, quando Multiversity ha investito circa 10 milioni di euro”. Riesci a immaginare una università pubblica che investa una simile cifra solo in spot?

Non maledirmi troppo se mi sono dilungato troppo anche sotto la festa del Lavoro. E buon Primo maggio!

Cari saluti,

Francis

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